Shortbus di John Cameron Mitchell
 
 
Per sintetizzare: “è come negli anni sessnata, ma senza la speranza”, dal film, oppure per provare una formula “Woody Allen + Gola Profonda + Magnolia con una spruzzata di vario ed eventuale spirito underground”.
Ma le sintesi valgono fino a un certo punto. Come fino ad un certo punto il film sembra privo di interesse perso in piccoli racconti sentimental-sessuali a tema generico “il sesso libero ci salverà dalla brutture della vita”, e nell’elogio degli happy few newyorkesi tanto liberali e artisti e avanti quanto assediati dal maledetto senso comune. Insomma, fino a un certo punto sembra qualcosa di stantio e passato, aggiornato con riferimenti storici indispensabili ad Aids e piuttosto fastidiosi all’undici settembre, assommati a divertenti tocchi di umorismo upper-class come il dripping di sperma.
Ma poi tutto sembra collocarsi in una cornice più vasta, in un sentire più profondo e diffuso, il senso di sentirsi assediati, soprattutto nella gioiosa ma dolentissima sequenza finale, quasi circense, che mostra come il senso di comunità libera o presunta tale, non è che l’unica scelta possibile, e l’tto liberatorio diventa una scelta di consapevole subalternità a tutto il dolore che circonda. Una scelta di consapevole minoranza che riesce a cancellare la coloritura snob per approdare a statto di tragedia, sebbene trattata con leggerezza (termine che uso vituperando me stesso, ché dopo Calvino andrebbero lasciati dieci euro per penitenza cercando di lavarsi dal peccato di “stereotipo concettuale un tanto al chilo”). Quindi il senso del film, che dà per un po’ l’impressione di essere il clone del clone di discorsi usurati e con poco senso, diventa la nostalgia di un sogno che non può più essere, il contesto storico e geografico di New York diventa davvero di cartone, irreale ma tremendamente presente, per cui la scelta delle casette di cartoon diventa financo coerente. Alla fine riesce a rimanere  una bella consapevolezza del bisogno d’amore e di sesso di una città e dei suoi abitanti, sintomo di una vitalità disperata e programmaticamente disparata.
Postilla sulle inutili e annose polemiche sulla presunta pornografia del film, che non sono nemmeno giornalistiche ma solo promozionali. Era l’unico modo per far parlare di Shortbus e della sua uscita a ridosso dell’orda sanguinaria dei film di Natale. In questo modo si è agganciato il pubblico metropolitano (o wannabe) meglio disposto a vederlo, che magari lo avrebbe ignorato per distrazione, e invece è andato rispondendo al proprio bisogno di sentirsi più aperto mentalmente degli esercenti di cinema del Polesine, del direttorio del Moige o dei pensionati di Varzi, che non lo avrebbero guardato comunque.
 
manu

13 Comments

  1. anonimo
    Posted 5 dicembre 2006 at 14:25 | Permalink | Rispondi

    Proprio così. E’ un film divertente, auto-ironico, sottilmente maliconico. Secondo me il regista ha saputo mescolare atmosfere e stereotipi con freschezza, mettendo in gioco corpi e sguardi (e in questo starebbe la pornografia?!?) in tutta la loro forza attrattiva e liberatoria, talvolta anche auto-distruttiva. Senza cadere nella tragedia, senza voler prescrivere ricette preconfezionate per “un’anti-morale alternativa e salvifica”.

    Una boccata d’aria fresca in mezzo ai polpettoni natalizi (sperando che rimanga in programmazione ancora per qualche settimana).

    J/P

  2. Posted 5 dicembre 2006 at 21:16 | Permalink | Rispondi

    uuuh, mi era sfuggito.
    rimedierò prontamente, grazie

  3. Posted 6 dicembre 2006 at 13:47 | Permalink | Rispondi

    Non sono affatto d’accordo, e lo sai, ma a proposito di questo:

    “…il pubblico metropolitano (o wannabe) meglio disposto a vederlo, che magari lo avrebbe ignorato per distrazione, e invece è andato rispondendo al proprio bisogno di sentirsi più aperto mentalmente degli esercenti di cinema del Polesine, del direttorio del Moige o dei pensionati di Varzi, che non lo avrebbero guardato comunque.”

    l’amico blogger Ohdaesu ha visto il film in una sala di provincia, assistendo a un discreto via vai di uomini pippaioli in impermeabile:

    http://jointsecurityarea.splinder.com/post/10143531

  4. Posted 6 dicembre 2006 at 17:29 | Permalink | Rispondi

    d’accordo sul sex puramente pubblicitario (altrimenti non mi sarei addormentato).
    per quel che ho visto mi sembra un larry clarck di lusso autoironico anche nel suo snobbismo. terrei buona come allegoria il personaggio della sessuologa anorgasmica.

  5. Posted 7 dicembre 2006 at 13:52 | Permalink | Rispondi

    è online il mio nuovo corto

    per scaricarlo
    http://murdamoviez.blogspot.com/2006/12/project-sigma-johnnie-lo-murda-2006.html

  6. Posted 8 dicembre 2006 at 01:28 | Permalink | Rispondi

    Carino ma la fine da collasso di sonno…

  7. anonimo
    Posted 8 dicembre 2006 at 19:16 | Permalink | Rispondi

    Io credo che questo film sia indifendibile. I personaggi sono lasciati lì senza che abbiano una evoluzione, come la tipa sado maso che non si capisce che funzione abbia. A livello narrativo molti elementi suscitano solo il ridicolo: come il fotografo che spia i due gay, poi salva il tipo che si suicida per convincerlo a stare con il suo uomo, dopo averci scopato (ma dai, che cazzata!). Inoltre le tematiche affrontate non hanno nessuno sviluppo: la sessuologa che non prova l’orgasmo e poi lo prova alla fine (perché, cosa è cambiato?). Anche le battute e l’ironia sono fine a se stesse: come la battuta “come ti chiami?” , “Jennifer, Jennifer Aniston”. Ma perché la tipa lo dice? Inoltre non capisco la tua frase, la “sequenza finale, quasi circense, che mostra come il senso di comunità libera o presunta tale, non è che l’unica scelta possibile, e l’tto liberatorio diventa una scelta di consapevole subalternità a tutto il dolore che circonda”. Io ho provato solo fastidio per questa sequenza finale, incasinata, di finta allegria, del tipo “il nostro modo di vivere è il migliore”. Infine questo film mi è sembrato un film “genere festival”, compiaciuto della sua pseudo-ironia, finto intellettuale e soprattutto molto snob (sin dall’immagine iniziale).
    N.

  8. Posted 9 dicembre 2006 at 15:03 | Permalink | Rispondi

    Lo sapevo che era più scandalosa la scena di wrestling di Borat

  9. anonimo
    Posted 11 dicembre 2006 at 17:51 | Permalink | Rispondi

    @N.
    Allora, paradossalmente sono d’accordo con te, ma mi consolo con il pensiero del “poteva essere peggio”.
    Mi spiego: ha tutte le carte in regola per essere snob, autocompiaciuto e fintamente ironico. Ma riesce a non esserlo.
    Con la New York di cartone e gli squarci sulle vite dei personaggi non vuole essere altro che una commedia sentimentale, upper class, senza infamia e senza lode.
    Il finale è appunto di “finta allegria”, come dici tu, ma secondo me non è per il fatto che “Il nostro modo di vivere è il migliore”, ma perché sembra non esserci altra soluzione alle loro vite che quello. non mi sembra una scena gioiosa in modo artfatto, ma una scena gioiosa dietro la quale si nascondono i dolori irrisolti, le paturnie più o meno profonde sia individuali, sia della collettività (New York) in generale.
    Quindi recupera un senso generale dell’opera al di fuori dell’operazione festival salottiera.
    ciao
    m.

  10. anonimo
    Posted 12 dicembre 2006 at 11:22 | Permalink | Rispondi

    ..scusate, ma cos’è il pubblico “wannabe” ?..

  11. anonimo
    Posted 12 dicembre 2006 at 13:51 | Permalink | Rispondi

    vuria ma non posso

  12. anonimo
    Posted 12 dicembre 2006 at 13:55 | Permalink | Rispondi

    e poi è “wannabe metropolitano”

  13. Posted 16 dicembre 2006 at 12:39 | Permalink | Rispondi

    Nuo-vo-post ! Nuo-vo-post !

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