Cerchiamo di provvedere, che altrimenti qui sembra che il blog sia chiuso.
Visto che i radiofonici sono impegnati con le prove tecniche di pubblico, cercherò di fare un breve sunto dei film visti dal sottoscritto nell’ultimo mese.
 
The prestige di Christopher Nolan
 
Sicuramente, il film più bello visto in sala durante le vacanze natalizie. Non è che ci fossero molti concorrenti, ma non è per quello che vince a mani basse. Innanzitutto, il fascino del tema: la sfida e il duello che sono tra i soggetti più affascinanti che si possano dare al cinema – come in qualsiasi altra narrazione. Poi, due personaggi francamente ed indubitabilmente antipatici, divorati solo dalla voglia di gloria e di eccellere, accecati sia dall’odio che dal proprio ego, che rendono la sfida ancora più senza quartiere e la discesa agli inferi senza appello. Aggiungiamo che la collocazione storica stimola ardite riflessioni sul cinema delle origini, e in più che Nolan riesce a nascondere la soluzione del mistero, o dell’illusione, che non è nascosta ma è sempre davanti agli occhi, come La lettera rubata. Non si dice di più perché non si vogliono fare indispensabili spolier. Comunque, viva Nikola Tesla.
 
 
Il grande capo di Lars Von Trier.
 
Von Trier (anzi Trier, giusto per fargli dispetto) o si ama o si odia. Io mi iscriverei nel secondo gruppo, se non credessi che questo posizionamento faccia parte del suo gioco molto intelligente (obbligare i detrattori, anche furenti, a stare alle sue regole del gioco). Quindi, bisogna cercare di essere asettici senza dimenticare di esercitare la funzione critica. Cioè: Il grande capo fa cagare, perché? Trier fa discutere, e questo è indubbio, nel suo perseverante lavoro di decostruzione delle convenzioni cinematografiche, che non opera per depotenziarle, ma per farle agire al livello più basso, più diretto, e quindi cinicamente rozzo. È dunque un autore che persegue un suo progetto. E di questo gliene si deve dare atto, come si deve dare atto che, perlomeno per il sottoscritto, azzecca un obiettivo del massacro intellettuale che perpetua: quello degli attori tanti vanesi quanto ignoranti, tanto più se imbevuti di qualche strampalata teoria dell’attore o della rappresentazione. Sebbene, nemmeno Trier creda alla presa in giro, perché il più volte citato Gambini altro non è che un critico della rappresentazione classica degli anni sessanta, cioè ciò che il regista stesso sembra perseguire cercando una strada nuova.
Personalizziamo il discorso perché il Grande Dogmatico (come lo chiama Escobar nella sua recensione di ieri sul Domenicale) si mette in scena sempre: nel software che cambia continuamente le inquadrature all’interno della singola scena, con la voce fuori campo e con il proprio riflesso, con la metafora del capo che non si vuol fare vedere, mentre è sempre presente.
Ed è l’unica ragione di esistenza di questo film (il perpetuare l’essenza autoriale di Von Trier), perché il pubblico ride quando si vede la responsabile del personale mettersi a pecora sulla scrivania, o quando c’è il programmista demente che vive in campagna che mena qualcuno senza motivo, o quando tutti si abbracciano e vanno in gita, mentre il discorso metacinematografico mostra che tutto ciò è una minchiata, null’altro che una minchiata, e che ciò di cui si ride non è altro che un meccanismo tanto logoro quanto rozzo.
Quindi, un sistema che non è una novità manifestato in un film faticoso da vedere, l’unica cosa che conta è la firma Von Trier, che continua a far discutere – anche il sottoscritto – e quindi trionfa nella sua presenza.
 
L’aria salata di Alessandro Angelini
 
I difetti sono ascrivibili a quelli del brutto cinema italiano, che universo discorsivo ormai a sé, come se fosse un sistema linguistico di vaccate che dal livello profondo si manifestano nei film, fa capolino ogni tanto nelle urla di Pasotti simil Mezzogiorno/casalinga frustrata, in alcuni personaggi tratteggiati con la marassa da una sceneggiatura a volte in apnea, e altri – come la ragazza di Pasotti – che non sono che un enorme punto interrogativo alla fine della domanda: a chi giova tutto ciò?
Ma poi il film non finisce a tarallucci e vino, è dolente quanto serve. La sceneggiatura procede nel tracciare i contorni dei personaggi e nel lasciarli senza speranza. E anche la recitazione un po’ de legno del Pasotti si giova del confronto con quella invece carnale e pulsante di Giorgio Col angeli. E allora riesce ad emozionare davvero facendo trascurare qualche momento di noia E quindi bene, bravo bis
 
Giù per il tubo di David Bowers e Sam Fell
 
Un altro gioiello delle vacanze: seppure semplice nella struttura narrativa (colui che è fuori posto, abituato alle agiatezze, si ritrova a fare i conti con la vita vera), e con alcuni momenti di deficit nell’animazione, è divertentissimo, con citazioni, situazioni e gag senza un attimo di tregua, e qualcuna davvero geniale. Tipo le lumache protagoniste dei siparietti musicali, e il rospo mimo francese Marcel. Almeno, un esempio di animazione che può essere definita adulta – se a qualcuno importa di dare una tale definizione – senza dover far scoreggiare gli orchi dal cuore buono, mostrare principi azzurri stronzi e principesse racchie (wow, l’inversione, che strategia estetica rivoluzionaria, come siamo à la page).
 
E, a grande richiesta, una nuova rubrica:
 
I semprebrutti di Secondavisione
 
Dune di David Lynch
 
Uno poi per ragioni autoriali vorrebbe anche recuperarlo, anche perché lo si è visto quando si avevano dieci anni, e quindi non si capiva l’arte del maestro. Rivisto in età adulta, ci si chiede come mai Lynch non sia stato impagliato ed esibito come monito ai registi da De Laurentis, anche se non siamo sicuri della fine degli sceneggiatori.
I pochissimi tocchi visionari sono una percentuale talmente risibile del film che potrebbero essere trasferiti in un cortometraggio senza perdere nulla in coerenza narrativa. L’inespressività di MacLachlan, funzionale nelle prove successive con Lynch, qui diventa un peso al personaggio di Paul Atreides che dovrebbe essere l’eletto che cambia la storia dell’universo.
La versione vista è forse ancora di più una porcheria, firmata infatti da Alan Smithee, con delle ridicole spiegazioni qua e là. Nemmeno un altro montaggio poteva salvare questo film. Peccato
 
 
manu

28 Comments

  1. anonimo
    Posted 15 gennaio 2007 at 22:46 | Permalink | Rispondi

    finalmente, finalmente qualcuno che lo dice. io vidi Dune per la prima volta un paio di anni fa (quindi senza salvifica pre-visione a dieci anni) e mi annoiai assai. probabilmente risi, anche. uff, manu, grazie.

  2. anonimo
    Posted 15 gennaio 2007 at 22:47 | Permalink | Rispondi

    mmm, mi firmo. sopra o sotto, l’anonima sono io-me. Elena

  3. Posted 16 gennaio 2007 at 09:14 | Permalink | Rispondi

    concordo su “The Prestige”. Intanto dimostra che un prodotto “commerciale” (passatemi il termine) non è indispensabile che
    a) sia un sequel / prequel / remake: la storia è molto originale e strutturata anche in modo complesso (rendendo gioco di prestigio lo stesso film)
    b) sia destinato a un presunto pubblico di cerebrolesi pantofolai o bramosi di piatti iperspeziati: il piacere della visione è di quelli un po’ antichi, un abbandono infantile all’incanto, al gioco di prestigio, a un equilibrio delicato tra regole (la scansione in tre parti) e sorpresa
    In più siamo sollecitati – ma senza insistenze dogmatiche o pedagogiche – a riflettere sul rapporto tra realtà e rappresentazione, sulla dinamica della narrazione (evidente il parallelismo con la scansione in tre parti), sulla “sospensione dell’incredulità”. Su canarino morto e canarino vivo, insomma, sulla struttura della gabbia e del (crudele) dispositivo che nasconde.
    Aggiungo – ma qui andiamo sulle idiosincrasie personali – che è un vero sollievo non trovare gente in uniforme da poliziotto o dottore, apparentemente le uniche figure attualmente deputate a intrattenere rapporti con la realtà.

    OT scatenato presumibilmente da Tesla: quand’è che qualcuno finalmente dirà che roba tipo CSI (ok: innovativo, dinamico, ecc. ecc.) è profondamente reazionario e si basa su una visione della scienza e della tecnologia ingenuamente deterministica e fiduciosa fino all’infantilismo ? [ Qualcosa in questo senso c’è in un saggio su Segno Cinema che purtroppo non ho sottomano ] Questa roba è un passo indietro perfino rispetto a Sherlock Holmes, e su un altro (e assai più noioso) pianeta rispetto a Nikola Tesla.

  4. anonimo
    Posted 16 gennaio 2007 at 10:55 | Permalink | Rispondi

    @elena: penso che siano pochissimi ad amare Dune, e spero che qualcuno qui salti fuori. Ma nella carriera del maestro si tende a dimenticarlo.
    @dust: controfirmo tutto quello che hai detto su The prestige. Per quanto riguarda lo scientismo delle serie tv, ho segnocinema ma non penso di aver letto il saggio che tu dici (mentre consiglio vivamente il saggio di Roy Menarini sugli autori, e anche tutto lo spaciale sulle serie tv). Penso anch’io che la visione della scienza presentata in testi come CSI sia da Comte o giù di lì. Se mi perdoni, penso che il meccanicismo sia funzionale al mecanismo della ripetitivtà, e quindi alla rinascita della serialità.Più che di scienza però si parla di tecnologia, applicazione ad un campo pratico, grevemente parlando. Banalizzata fin che vuoi, senza la benefica e maledetta visionarietà di un Tesla (che però viene recuperata in Dott. House, mad doctor e genio romantico e cinico, lo adoro, si veda foto più sopra). Sul reazionario non sono tanto d’accordo: non se nel contesto sociale (italiano, quindi di ricezione) la tesi è “ah, ma la scienza non può spiegare tutto, c’è qualcosa che va oltre”, l’ingenua fiducia nel dna e nel biologismo più gretto è qualcosa di rottura (verso un determinismo, sì, stupido ma talmente sclerotizzato e serializzato dal perdere di efficacia.
    Almeno con CSI, personalmente, c’è gusto ad essere feyerabendiani.
    m.

  5. Posted 16 gennaio 2007 at 11:47 | Permalink | Rispondi

    @m.: Menarini mi capita di incontrarlo per strada (abitiamo vicini, evidentemente) e la prox volta dovrò resistere all’impulso di fargli la ola per il saggio a cui ti riferisci.
    E’ vero che il termine “scienza” non è del tutto pertinente: CSI è in realtà la fiera – e l’apologia – della tecnologia, della scienza incorporata. Il meccanismo narrativo è impiantato sull’assunzione che
    a) si arriverà alla “verità”, coincidente con l’individuazione del colpevole e con il ristabilimento dell’ordine “giusto” – però con abbondanti dosi di paternalismo e predicozzi (=reazionario)
    b) la via maestra per arrivare alla “verità” e alla “giustizia” è l’applicazione della tecnologia, in grado di controllare e interpretare, in primo luogo, i segni lasciati dal corpo umano, dalla sua azione. Senza residui. Ne segue un’opprimente sensazione di bio-controllo e implicitamente una sua giustificazione: CSI ci spaccia il controllo per progresso, è una specie di confortante favola sulla potenza di una buona tecnologia che ci mette al riparo dai cattivi, in grado di risolvere e consumare – nelle proprie pratiche – tutto il buio là fuori.
    Detesto anch’io le posizioni del tipo “la scienza non spiega tutto, c’è qualcosa d’altro” nel contesto della vita reale. Quando si tratta di rappresentazione (libri, film) il discorso è diverso

  6. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 03:25 | Permalink | Rispondi

    Cosa dovrebbe accadere se non la risoluzione del caso in una serie come CSI? Che senso ha criticarla per questo citandolo come reazionario perchè “ristabilisce l’ordine giusto”? E cmq non mi pare proprio che gli episodi di CSI si concludano solo con un predicozzo, e spesso la verità non è unica, quanto complicata dalle acute battute di Grissom, personaggio articolato e profondissimo, rispetto a tutti quelli che si vedono passare sul grande schermo negli ultimi tempi – quanto piacerebbe a molto cinema assomigliare almeno in parte alla freschezza narrativa e visiva delle ultime serie tv?? – Apprezzare il film di Nolan e acclamarlo come incredibile, credo sia un segno di quanto ormai ci possiamo aspettare poco dai film in sala, perchè francamente credo che ci siano grandi e buoni spunti, ma credo anche che Nolan non riesca a fare altro che nasconderci un volto spostando dopo 3 decimi di secondo la mdp (bel trucco, azz!) e lanciarsi in una corsa superficiale nei meandri dell’odio di due uomini e della loro voglia di gloria; e visivamente si poteva fare molto di più oddio se si poteva fare molto di più. A me non sembra che il tormentato viaggio verso la vittoria sia così sviscerato da andare oltre un superficiale intrattenimento (non che non ce ne sia bisogno, ovvio, ma non vedo perchè acclamarlo con tanta enfasi).
    Per il saggio di Menarini senza dubbio ci sarebbe da parlarne, perchè è da un pò che la corrente Bandirali-Terrone su SegnoCinema si gettava nella ridicola difesa di film francamente banali, commentando con spocchia ugualmente intellettualistica gli intellettualismi di alcuni film d’autore. Presa consapevolezza del fatto che il concetto di autore è fraintendibile, la difesa meccanica (costruita con scrittura meccanica, con pretese quasi di precisione scientifica) di filmetti americani, mi pareva proprio insostenibile.
    Menarini ole ole (se me lo descrivete e lo incontro gliela fo io la ola).
    J.

  7. Posted 17 gennaio 2007 at 09:40 | Permalink | Rispondi

    Mi scuso: devo scrivere troppo in fretta e comunque sviluppo i miei ragionamenti anche discutendo, per cui spesso non riesco ad argomentare con chiarezza (a prescindere dalla qualità delle argomentazioni). Ma forse è solo banale e irreversibile degrado mentale.
    a) certo che il plot di un episodio CSI deve concludersi con la “verità”. Il mio punto (a) non era una critica ma solo una premessa al (b). Mantengo invece quanto detto sui predicozzi e il perbenismo, almeno per le puntate che ho visto (non sono un assiduo). Quello che differenzia una crime story da un’altra, direi, è “il modo” con cui si arriva alla verità (esempio banale: Poirot vs. Marlowe), cioé il modello di conoscenza, e anche “il tipo” di verità a cui si arriva (ad es. una verità “puntuale” vs. “ambientale”). E a mio modo di vedere è importante – ma qui sarebbe chiedere troppo a CSI – il tipo di ordine che si ristabilisce o meglio ancora che si vuole ristabilire. In CSI è la tecnologia a ristabilire la verità, anzi è il solo strumento a consentirci di raggiungerla. Non c’è traccia di verità fuori portata della tecnologia (attento, amico: posso provare che sei stato tu a pisciare sulla tavoletta del cesso). Allora: è chiaro che non potremmo aspettarci dal punto di vista narrativo dei fallimenti investigativi, pena il crollo del senso stesso della serie. Questo però non significa che la scelta del punto di vista ipertecnologico non possa essere oggetto di valutazione: non è ingenua, per quanto brillante ed efficacemente sostenuta dalle scelte stilistiche e narrative.
    b) La “freschezza narrativa” non c’entra nulla con quanto detto da me e come vedi posso tranquillamente concordare. Alla lunga, però, ci si chiede perché questa freschezza non la si possa applicare anche fuori da scene del crimine e ospedali
    c) non è che il film di Nolan sia fra i classici “10 che mi porterei su un’isola”, per intenderci. E’ però un prodotto commerciale finalmente non imbecille e straccamente ripetitivo, il che mi pare un evento. Ha una struttura non classica ed è filmato – concordo – senza troppe invenzioni ma in modo non indecoroso, senza effettacci o vezzi autoriali. La dimensione è quella dell’avventura, del gioco intellettuale. Siamo dalle parti di Verne, o di Wells, non direi di Freud, affacciati su una scienza che si trasforma in visione e magia (tra l’altro: solo a me lo scatolozzo piramidale ricorda “La mosca” ?) e ci si affida al plot, non allo scavo dei personaggi. E allora ?

  8. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 11:29 | Permalink | Rispondi

    Che bello, che bello il dibattito.
    Potrei fare un post sul dott. house per convogliare lì la questione serialità televisiva, ma non importa.
    Partiamo dall’annosissima questione film in sala/serie tv. Si acclama The Prestige per quanto riguarda ciò che è presente in sala, a Natale che è terreno0 di conquista della major essendo sul merccato italiano il momento più ricco. Al di furi della concorrenza scarsa: io pesno sia un ottimo film, primo perché penso che Nolan a Hollywood sia uno dei pochi che ha qualcosa da dire, e perché credo che sia obiettivamente efficace (@J. la povertà del trucco è la cartina di tornasole per la sua efficacia, tanto è più grezzo, tanto più è bello).
    Le serie più efficaci fanno proprie le potenzialità delle serie (il tempo quasi reale – 24 – il potenzialmente infinito intreccio dei personaggi e delle loro storie e del loro passato – lost – il comfort narrativo del meccanismo della ripetizione/ripercrrere – House, CSI, polizieschi in genere) che il cinema non può avere, se non in una misura minore e piccolissima. Per me la dicotomia serie tv/cinema è veramente una semplificazione critica, alla fine ci troveremo a dire il cinema è lento, le serie USA sono rock?
    Diversi e apprezzabili entrambi: il cinema vitale c’è, seguendo ancora Menarini, basta cercarselo. Purtroppo è una fatica, ma si può fare. Sia in sala che in altro modo.
    Insomma, su, usciamo da queste semplificazioni (che aiutano a conversare, certo, ma non a discutere).
    Per quanto riguarda CSI: personalmente non amo la definzione di reazionario perché mi sa di rivista anni settanta, e la sua pertinenza mi è sempre parsa dubbia.
    Che sia un prodotto complesso è un fatto, che l’esibizione della tecnica come quasi esclusivo modo di attribuzione della verità è un fatto. Tecnica applicata al dolore (omicidi+malattia) per stabilire perlomeno la verità (attribuire i colpevoli alla giustizia, fare una diagnosi giusta) è ciò che permette ad ogni episodio di essere nuovo, e allo stesso tempo di mantenere il necessario comfort narrativo.
    La sanzione è poi umana (House, Grissom, o se vogliamo scadere nel triviale Zach Braff in voice over su Scrubs), ma questo è solo un modo di ricomposizione, ma non altera la strttura, che è indubitabilmente ideologica (in un senso generale e non negativo del termine).
    In poche parole: l’umano commenta soloil meccanicismo degli eventi.
    Io non penso che sia negativo, dopo anni di new age mascherata in ogni campo, ma comprendo che possa infastidire a volte (a me capita abbastansa spesso).
    m.
    (ma del Pazzo Danese nessuno dice niente?)

  9. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 12:50 | Permalink | Rispondi

    io dune l’ho visto quando avevo dieci anni e m’era piaciuto… mhhh devo riguardarlo, via. oh ma il future film festival?

  10. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 14:30 | Permalink | Rispondi

    anche a me the prestige e’ piaciuto come intrattenimento intelligente (e perche’ parla di ossessione). il limite più grande e’ che alla fine svela il trucco (che si intravede durante tutta la narrazione), tradendo l’etica della magia.
    aldo

  11. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 18:18 | Permalink | Rispondi

    Mi sono espresso male e sicuramente superficialmente (come Nolan). Il punto è che forse, riguardo al film, semplicemente mi ha infastidito, sarà che ci ho visto solo una corsa disperata al colpo di scena, che maciulla personaggi e suicidi al ritmo degli eventi e dei due sguardi in cagnesco dei maghi; francamente non so neanche perchè dico questo, di solito me li gusto volentieri film che fanno del plot la loro causa d’esistenza…ma non lo so…sarà stato il periodo in cui l’ho visto: ero uscito da una serie di visioni piccole piccole, tipo Shortbus, Cuori, Le rose del deserto, e infine quella cagata di Deja vu, e poi da Nolan mi aspettavo almeno un salvataggio da questa situazione, ma invece mi sono sentito trattare male…boh, sto pensando a voce alta – scrivendo -.
    Per chiuderla li, mi pare che il discorso “trucco finale” sia, in quanto grezzissimo, proprio rilevante negativamente: in un film che fa della sua ragione di vita (per me, ripeto) il susseguirsi del colpo di scena, mi aspetto qualcosa di ben più elaborato nel finale!
    Cmq. Per dire delle serie tv. Anche se concordo effettivamente con quello che dice manu (m. sta per manu vero?)cioè che è semplificativo confrontare cinema-serie tv, perchè ovviamente anche il cinema ha dalla sua la serialità ma in modi diversi, mi pareva invece ancora centrato parlarne sopratutto dopo aver visto Deja Vu, che pare essere filmato come un episodio allungato di CSI (e questo spezza i coglioni; e dimostra che entrambe hanno diverse esigenze). La butto lì: mi sembra che le serie tv abbiano saputo appropriarsi di elementi cinema staccandosi da un piattume di quello che si chiama(va) regia televisiva, e che li abbiano sviluppati con coraggio (certo sfruttando diversi ritmi e diverse possibilità produttive), sperimentando molto più di quanto si riesca a vedere nelle sale (certo che c’è ancora il cinema che vale la pena di esser visto, anche se si rintraccia a fatica). E per continuare disordinatamente, mi pare che il cinema si getti in inseguimenti rispetto alla tv, cercando di rifare propri ritmi e moduli che però applicati alla propria natura perdono di efficacia….O in altri casi, nella maggior parte, si adagi sul piattume detto prima.
    Ma cosa sto dicendo?
    Ho detto qualcosa di sensato?
    probabilmente no, non importa, massacratemi un pò così magari ragiono e si discute meglio
    stasera però industrial symphony n.1 e Hotel room qualcuno viene a vederli? Come sono, se li avete visti?
    J.

  12. anonimo
    Posted 17 gennaio 2007 at 19:54 | Permalink | Rispondi

    L’ho visto, Von Trier. Che dirti/vi? Non lo sopporto in nessuna versione eppure continuo imperterrita ad andare a vedere i suoi film. E’ troppo invadente, parla sempre e solo di sè, è autoreferenziale (il suo cinema… lui di persona non so :-) In questo caso fa ridere, in altri piangere, vuole sempre ottenere qualcosa a tutti i costi dal suo “povero pubblico”.
    Alla fine “Il grande capo” fa anche ridere… cosa volete che vi dica :-) forse è uno dei meno peggio ma non mi è piaciuto comunque.

    J/P

  13. anonimo
    Posted 18 gennaio 2007 at 00:59 | Permalink | Rispondi

    Come sempre, manu, sei il critico del futuro, che analizza l’analisi nel suo farsi. Non ti montare la testa, però…
    ferroviere siderale

  14. Posted 18 gennaio 2007 at 09:16 | Permalink | Rispondi

    e perché ci si dovrebbe massacrare ? “Keep on playing those mind games together” è il mio mantra

  15. Posted 19 gennaio 2007 at 17:25 | Permalink | Rispondi

    trovato – in ritardo – il saggio di cui parlavo: Paola Valentini, “Segno cinema” nov-dic 06 pagg.14-15. Cito:
    “Pur archetipo della moderna crime story (è chiaro che la dicotomia tra ordine e disordine è data fin dall’inizio) in CSI non opera semplicemente quel gusto high tech esibito da tante ammiccanti sigle televisive[..]. Qui la riflessione sulla scienza è centrale e per di più disconosce il dubbio radicale tipico della fantascienza cinematografica per trasformarsi in fiducia cieca, contaminando il poliziesco con la più autentica sci-fi televisiva[..] CSI porta avanti una visione teleologica del progresso, una fiducia nella tecnologia che nessun genere cinematografico è attualmente in grado di veicolare”

  16. anonimo
    Posted 26 gennaio 2007 at 20:19 | Permalink | Rispondi

    Piccolo quiz spocchioso: a quale film si ispira maggiormente The Prestige?
    un indizio, non è un caso se nel film di nolan c’è michael caine….
    altro indizio: il film da indovinare è forse il più lineare di uno dei registi classici più influenti e meno citati di sempre, un maestro della costruzione a flashback e della frammentazione dei punti di vista.

    Chi lo sa?

    lonchaney

    P.s.: io poi sono fanatico, e in questo film vedo anche omaggi alla cattiveria di Tod Browning e alla sua ossessione per vendette, mutilazioni e automutilazioni. anzi, sono sicuro, non per niente mezzo film è ambientato a Colorado Springs, patria di lon chaney…

  17. anonimo
    Posted 27 gennaio 2007 at 00:22 | Permalink | Rispondi

    secondo me intendi bogdanovich… ma ho sempre un timore reverenziale a nominarlo… soprattutto perchè non lo nomina mai nessuno e non vorrei nominarlo a sproposito perchè allora è meglio tacere ;-)

    si vince qualcosa?!?

    J/P

  18. anonimo
    Posted 29 gennaio 2007 at 11:17 | Permalink | Rispondi

    Ma secondo me intendi Mankiewicz.
    L’unico film suo con Micheal Caine è “Gli insospettabili”, “Sleuth, quindi dovrebbe essere quello.
    Non l’ho visto, ma solo addocchiato. In effetti il giochino è più sulla “commedia”, ma mi sembra che tu abbia ragione.
    manu

  19. anonimo
    Posted 29 gennaio 2007 at 15:11 | Permalink | Rispondi

    ebbravo Manu, c’hai azzeccato!
    Perchè pensavi a Bogdanovich, JP?
    Per “Rumori fuori scena”?
    anche a me piace molto Bogdanovich, film minori compresi, ma che brutta fine che ha fatto…

    Altro quiz, più facile: qual è il legame tra Mankiewicz e Desperate Housewives?
    Lonchaney

  20. anonimo
    Posted 29 gennaio 2007 at 18:03 | Permalink | Rispondi

    Caro, questa è facile…
    è pure un tuo classico.
    “Lettera a tre mogli”, la scomparsa che commenta la reazione delle amiche rimaste.
    Su, ne voglio uno più difficile.
    Ma VonTrier l’hai visto?
    manu

  21. anonimo
    Posted 29 gennaio 2007 at 18:50 | Permalink | Rispondi

    Sì, per “Rumori fuori scena” in base al libero metodo delle libere associazioni (più o meno) anche se i due film hanno toni & atmosfere molto-molto diversi…il film che dite voi non l’ho mai visto… a questo punto devo proprio recuperarlo, eh sì.
    Me lo sentivo che non dovevo nominare il carissimo Bogdanovich, me misera patetica nostalgica dei tempi che furono :-)

    J/P

  22. anonimo
    Posted 30 gennaio 2007 at 15:23 | Permalink | Rispondi

    eheh, manu, lo sapevo che dovevo escluderti da questo secondo quiz…
    Basta con le domandine, mi sento Claudio Masenza…
    Qual è il legame tra Mankiewicz e il Titanic di Cameron?

    J/P: ma lo sai che a breve dovrebbe uscire il doc. di Bogdanovich su john ford riveduto e corretto? Slurp!

    lonchaney

  23. anonimo
    Posted 31 gennaio 2007 at 15:55 | Permalink | Rispondi

    ohi, nessuno tenta il quiz sul Titanic?
    è difficile ma non difficilissimo…
    se qualcuno ci prende vi delizio con la mia sparata nuova di zecca sul Titanic, concepita mentre rivedevo il finale del film al Future Film Festival…

    lonchaney

  24. anonimo
    Posted 31 gennaio 2007 at 16:11 | Permalink | Rispondi

    Ti devo rispondere ancora io?
    Ma questa non la so.
    Provo: c’entra il budget di Cleopatra?
    manu
    PS. lo faccio solo per conoscere la tua sparata

  25. anonimo
    Posted 31 gennaio 2007 at 20:57 | Permalink | Rispondi

    Ah ecco, mi domandavo proprio chi sarebbe andato a (ri)vedere il Titanic al Future Film Festival, volevo infilarmi in quella sala solo per vedere le tipologie umane (e non :-) presenti… e ti sei perso Girl of Time di Nobuiko (bellissimoooo) per andare a (ri)vedere il Titanic?!? No, se è così, qui esigo una spiegazione esauriente.
    Non ho niente contro il Titanic in sè nè tanto meno contro Di Caprio (anzi :-) ma?!?

    P.S. sto già ricamando un fazzoletto di seta da inondare di lacrime in previsione dell’uscita del documentario di Bogdanovich

    J/P

  26. anonimo
    Posted 3 febbraio 2007 at 16:50 | Permalink | Rispondi

    eheh, ho rivisto solo il finale del Titanic, mentre Girl of Time l’avevo selezionato io per il Festival…sono contento che ti sia piaciuto…
    Obayashi è un regista davvero incredibile, sono curioso di recuperare altri suoi film, a parte il magnifico Hausu (l’avevi visto l’anno scorso?)
    purtroppo non l’ho rivisto in sala, ero seduto per terra a chiacchierare con una maschera…

    lonchaney

  27. anonimo
    Posted 4 febbraio 2007 at 12:46 | Permalink | Rispondi

    Ah sì?!?!? Ma daaaaaai!!! Ma che storiaaaa!!!

    Sì, Hausu è troppo bello, l’avevo già visto anche prima. Quest’anno la sezione orientale del FFF (ho seguito solo questa, come sempre :-) mi è piaciuta tantissimo… più delle altre edizioni… anche per i super-ospiti presenti.

    Complimenti & grazie & allora…buon viaggio alla conquista del far east, lonchaney!

    J/P

  28. anonimo
    Posted 7 febbraio 2007 at 12:36 | Permalink | Rispondi

    ma se vi fa così tanto cagare Lars “Trier” non antatelo a vedere!!. vi pagano per farlo??
    Eppoi dai!..siete così scontati!
    ciaociao

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