Rocky Balboa (Sylvester Stallone, USA, 2006)
Attenzione: contiene qualche anticipazione sul contenuto del film

Può sembrare la solita piaggeria tra blog, ma cosa si può scrivere sul definitivo Rocky dopo aver letto questo post di Valido? E dopo aver visto in sala, sui titoli di coda, un ragazzo e una ragazza che si abbracciavano commossi? Niente che non vada verso l’autobiografia, una cosa che abitualmente, su secondavisione, non ha molto spazio. Però ci si prova.
Il film forse non è bello, ma senza dubbio è intelligente. Lo spunto di partenza è inverosimile per non dire risibile: una simulazione elettronica spinge il quasi sessantenne italian stallion a salire nuovamente sul ring. Ma Stallone ne è consapevole. Per cui organizza un revival geriatrico (copyright Tommy) che funziona solo perché tutti sappiamo che Rocky è una leggenda, un modello spurio e atipico. Rocky non è consegnato completamente al mito, si sporca col mondo reale, come Bruce Lee per dirne uno simile, perché si rispecchia continuamente col suo pubblico. La sua umanità, pesante e triviale, è la vera forza della sua mitologia: un tempo in cima alla scalinata Rocky sollevava i pugni, ora solleva il cane, come un pensionato qualsiasi. Ma nel gesto non c’è niente di autoironico in senso giustificatorio: è la inevitabile realtà del suo personaggio.
Stallone, spero di non esagerare, in questo modo ci fa capire cosa avrebbe dovuto fare al cinema: lo sceneggiatore, anziché l’attore o il regista. I personaggi sono messi in relazione seguendo una simmetria primitiva ma funzionale: il figlio perduto e ritrovato, il figlio acquisito; la moglie vera e legittima, la moglie – forse – della nuova vita. I ruoli, però, non combaciano con le persone. Adrian è Adrian, così come l’avversario Mason Dixon non è un nuovo Ivan Drago o Apollo Creed: semmai è un ragazzo un po’ presuntuoso che non ispira nessuna profonda antipatia.
Sarà un film di corpi, mi ha detto, credo scherzando, un amico. Invece no: è un film di assenze. Rocky gira nella Philadelphia dei suoi tempi, rievoca per i clienti del suo ristorante italiano gli episodi celebri della carriera (sempre quelli). Poi, tra colloqui con la lapide della moglie defunta, soste e attese davanti alla porta o sui corridoi, culto della sconfitta, ogni tanto sembra di essere in un film di John Ford. Ma forse è solo un’impressione, in attesa che Sly si sputtani, con Rambo 4, il credito ottenuto con questo regalo ai suoi fan.

p.

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2 Comments

  1. Posted 19 gennaio 2007 at 01:05 | Permalink | Rispondi

    Yo, grazie!

  2. Posted 22 gennaio 2007 at 22:05 | Permalink | Rispondi

    1 ora e mezzo di rottura di coglioni e l’ultima mezz’ora gasante, in vero stile Rocky! Questo è il riassunto del film!

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