BLOOD DIAMOND, Edward Zwick, USA, 2006

Si riesce a parlare di Blood Diamond senza usare l’espressione "film di denuncia" e conseguentemente ignorando i suoi sottotesti politici? In questa sede il tentativo solitamente è quello di parlare dell’opera solo per i suoi meriti (o demeriti) cinematografici. In questo caso è molto difficile. Perché prima del film vedrete una pubblicità progresso con come testimonials i tre protagonisti del film, perché da un mese a questa parte leggo solo notizie come "le stars di Hollywood rinunciano a indossare diamanti la notte degli Oscar perché Leonardo Di Caprio gli ha aperti gli occhi." Da una parte è normale: ogni volta che una grande produzione tocca anche solo marginalmente un tema civile, è inevitabile che ci venga anche impartita una lezioncina di vita, ma in questo caso c’è un’ipocrisia di fondo veramente fastidiosa. Svolgendo il nostro compito: Blood Diamond è un lungo film d’avventura che mescola forzatamente scene action senza particolare nerbo a romance e piagnucolose storie familiari. Edward Zwick pensa il cinema in termini epici e la sua messa in scena è sempre eccessiva, carica fino all’esagerazione, anche in barba alla sceneggiatura che soffre tutto il tempo di brusche accelerazioni o inaspettate pause. Niente di grave: se non fosse per un’eccessiva lunghezza, qualche silhoutte di troppo, qualche sequenza svogliata,  il film  potrebbe essere considerato tranquillamente nella media. Se ci siamo visti L’Ultimo Samurai, ci possiamo vedere anche questo. Sempre rimanendo sul film si può parlare della candidatura all’Oscar per Di Caprio, sicuramente eccessiva. Non che siano in dubbio le sue capacità attoriali (anzi, qui è stato sempre più o meno difeso), ma la parte di un zozzo trafficante di diamanti, divorati da demoni personali, pronto a uccidere a sangue freddo chiunque – ragazzini compresi – non è  la sua. Ci tenta, ma non è la sua. Ci si potrebbe fermare qui. In realtà poi scatta l’incazzo. Perché si fa fatica a mandare giù un film dove, quando non si spende il PIL di quattro nazioni africane nel confezionare scene d’azione pensate da un pazzo piromane, si pontifica su quanto siano colpevoli tutti gli occidentali a sfruttare il fiero e povero popolo africano. Una giornalista incalza il trafficante di diamanti accusandolo di avere le mani sporche di sangue. Il trafficante risponde: "non fare la santarellina: tu scrivi per una rivista politicamente corretta che di fianco al tuo artcolo di denuncia sullo sfruttamento dell’Africa, metterà la foto di una modella con un diamante. Questo crea dei modelli che poi la gente è portata a seguire". La frase viene pronunciata con pathos dal trafficante Leonardo Di Caprio. Alla giornalista Jennifer Connely. In un set che dovrebbe rappresentare la Sierra leone e che invece ricorda il bar di Cocktail. In un film dove il protagonista africano è un ex modello che appena può si toglie la maglietta per fare vedere i pettorali scolpiti nella roccia, io eviterei di dire frasi come "quando vedo questa devastazione mi chiedo dove sia Dio… Poi mi rispondo che Dio se n’è andato da qui molto tempo fa".  C’è qualcosa di malvagio nel mettersi in una posizione inattacabile per poi fare dell’epica spicciola sulla Madre Africa fondata sul sangue, fare due ripresine camera a mano sui bambini africani abbandonati o mutilitai, approfittare della presenza della giornalista stragnocca munita di macchina fotografica per due stop frame toccantissimi in bianco e nero. Evitiamo di parlare delle didascalie finali che mettono in guardia gli acquirenti di diamanti a chiedere sempre la provenineze delle pietre…

FEDEmc

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