LA VOLTAPAGINE, Denis Dercourt, FR, 2006

Mentre guardavo gli 85 minuti scarsi de La Voltapagine, il mio pensiero correva a quella finta pubblictà de  La Casa Delle Libertà che si vedeva nella trasmissione L’Ottavo Nano. Era L’Ottavo Nano? Va beh… Vi ricordate? Alta borghesia italiana, cena tra amici. Ad un certo punto l’ospite a capotavola picchietta una posata su un bicchiere per richiamare a se l’attenzione. Dopo essersi alzato in piedi si produce in un fragoroso rutto. Disco Samba, trenino e slogan "Casa delle libertà: facciamo un po’ come cazzo ci pare!". La tentazione è quella: imbucarsi a casa Dercourt e prodursi in qualcosa di particolarmente fastidioso o odioso. La Voltapagine, lungi dall’essere un brutto film,  rappresenta infatti – dal piccolo e inutile punto di vista di chi scrive – uno stereotipo noisoso e imbalsamato: il (noir) psicologico francese trattenuto e fatto principalmente d’atmosfere. Brevemente la storia: la giovane Mélanie è una bambina pianista. Ad un importante saggio, di fronte alla concertista Ariane Fouchécourt (Catherine Frot), eccola giocarsi un promettente futuro nel mondo della musica. Sconvolta dalla scarsa attenzione rivoltale, la bambina si emozionerà a tal punto da sbagliare tutto. Distrutta psicolagicamente dalla mancanza di rispetto, Mélanie dirà addio alla musica e crescerà con lo scopo di vendicarsi della famosa pianista. Appena maggiorenne (e interpretata dalla bellissima Déborah Francois) Melaniè, con la scusa di accudire il figlio Tristan, riuscirà a inserirsi nella vita privata della musicista, diventandone anche la voltapagine. Le due instaureranno un rapporto morboso e la tanto agognata vendetta di Melaniè troverà forse spazio. Oltre a Guzzanti e compagnia, riemergono i nomi di Chabrol (nello specifico Grazie Per La Cioccolata) o di Haneke (La Pianista… sarà anche l’argomento). Sfortunatamente per gli spettatori l’ultimo film di Dercourt sembra essere solo l’eco dei due film citati. Manca la cattiveria e il distacco nei confronti della classe sociale che si vorrebbe prendere di mira e tutti gli aspetti morbosi rappresentati da una giovane e avvenente ragazza che entra di prepotenza nell’intimità di una famiglia, non hanno mai il mordente necessario. Forse il film risulta debole anche a causa della scarsa durata, ma l’impressione è quella di carenza di forza dove sarebbe invece necessario. Tutto sembra essere abbozzato o presto dimenticato: la sfiorata relazione saffica tra le due, il lavaggio del cervello al figlio,  il cambiamento della moglie agli occhi dell’ignaro marito o dei componenti del trio della Frot… Tutto rimane sulla carta. Stesso discorso per la regia: piatta, con qualche buona intuzione (i lunghi corridoi che svelano poi qualcosa fino ad allora celato) ma poi non si osa più del dovuto e ci si ritrova di fronte a materiale statico e già visto. Forse però la causa è anche di quel pregiudizio cui si faceva riferimento in apertura: già dal titolo si può immaginare il distacco recitativo della Frot, la fissita espressiva della Francois, gli spartiti di Bach in librerie bianche e ordinatissime, la pettinatura di Jaques Bonnaffè, le cene consumate in silenzio in una elegante villa con parco a soli 40 Km da Parigi (che fa anche molto spot di un posto dove si mangia pesce…). Nessun brivido: tutto prevedibie. Rimane la voglia di presentarsi a cena a casa del signor Decourt e a metà festa chiedere urlando, in modo da farsi sentire da tutti, "Un po’ di figa qui?"

Tornato a casa infatti ho subito recuperato con la visione di Taegukgi Hwinalrimyeo – Brotherhood Of War, Kolossal coreano (con finanze americane) sulla storia di due fratelli durante la guerra di Corea del 1950. 150′ minuti di esaltanti scene di guerra, lungissime e roboanti. Il merito principale del film però è quello di far scambiare ai due protagonisti una infinita serie oggetti che poi torneranno in scene lacrimevoli minuti dopo. Vincenzone Cerami le chiama metonimie. Qui si può tranquillamente parlare di cialtronate. Però viene battuto ogni immaginabile record:
"Tieni questa penna, Jin-tae Lee. Te la regalo speranzoso che essa possa per te rappresentare per sempre l’amore fratereno che provo in questo magnifico istante della nostra adolescenza, sottolineato da musica strappalacrime vagamente invasiva"
"Grazie Jin-seok Lee. Lasciami ricambiare il tuo gradito dono con un paio di scarpe, un libricino dove probabilmente poi di fronte all’orrore della guerra scriverai i tuoi più profondi pensieri e un ghiacciolo. Non dimentichiamoci anche una foto già ingiallita della nostra famiglia tutta in un raro momento di felicità che a mio avviso può forse portare anche un po’ sfiga, visto che da adesso in poi sarò un continuo spararsi e piangere e esplodere e abbondonarsi per forse poi non ritrovarsi mai più!"
"Mitico! Andiamo a correre e a ridere in strada!"

Inutile dire che alla fine ero in lacrime.

FEDEmc

Annunci

One Comment

  1. anonimo
    Posted 17 febbraio 2007 at 18:03 | Permalink | Rispondi

    Non sono granche’ d’accordo con il giudizio su Brotherhood of War: e’ vero che la sequenza dello scambio di regali e’ un po’ troppo calcata, ma e’ anche vero che i regali fra fratelli, soprattutto quando si e’ poveri in canna, hanno una valenza molto forte (pensateci: avete un fratello? quanti regali gli avete mai fatto?)

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: