L’amore non va in vacanza di Nancy Mayers

L’esistenza di questo film sembra a stare a dimostrare il fatto che dalla buona teoria spesso si ricava del cattivo cinema. Nel senso che la regista/sceneggiatrice deve aver letto, e pure approfonditamente, Alla ricerca della felicità di Cavell.

Purtroppo l’affermazione non è universalizzabile in quanto tentativi di riprodurre il genere della commedia sentimentale (o del rimatrimonio) senza scomodare Cavell sono altrettanto pessimi. Si pensi ai tentativi italiani di fare della commedia sentimentale. In L’amore non va in vacanza si ha ben chiaro il principio che si può ambientare una storia in cui fondamentalmente non si fa altro che parlare (riflettere) sull’amore solo in un contesto in cui le preoccupazioni economiche sono assenti (perlomeno non pressanti). Quindi l’espressione di stupore al vedere che Cameron Diaz fa il tuo stesso lavoro, ma vive in una casa il cui box doccia è grande come il tuo appartamento, e Kate Winslet non ha una posizione migliore della tua, ma ha un cottage uguale alla casa di marzapane di Hansel e Gretel che sta – visto il nulla che la circonda – perlomeno all’altezza del vallo di Adriano ma con un treno miracoloso riesce ad andare a lavorare tutti i giorni in treno nella City non è contemplata per lo spettatore del testo. In più queste case se le scambiano per le vacanze di natale e trovano l’ammore. Bello, no? Semplice sospensione dell’incredulità, o conoscenza delle regole di genere. In un film italiano del genere, in preda a ansia da rispecchiamento sociale, Cameron Diaz avrebbe lavorato la sera da MacDonald per pagare la bolletta del gas del box dove tienila la terza decappottabile (da qui la regola del dogma italico”i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste”, o dei problemi pratici te ne fotti o no, tertium non datur). Oppure in un momento i personaggi avrebbero avuto un momento di coscienza sociale, prendendo coscienza di classe, che per un errore nella trascrizione dei Bignami del Capitale che circolano in Italia, è diventata presa di coscienza di classe (inferiore) dell’Altro. Tipo, “ah, che ammirazione mi incute lo sguardo fiero dell’operaio/contadino/immigrato/altro che si trova in posizione più disagevole” Questo per sottolineare la paradigmaticità di Balamban e del suo “I miei cari inferiori”.

Quindi si legga in generale Cavell, ma non lo si applichi pari pari ai film. Il (lunghissimo e noiosissimo) monologo iniziale del personaggio della Winslet cita quasi tutto il romance shakespeariano, giusto per mostrare che il film è consapevole della propria genesi. Il personaggio interpretato da Eli Wallach è una specie di “memoria del genere vivente”, o Cavell redivivo. Lasciamo stare che ha dato gli unici momenti di pathos del film 1) quasi commozione quando viene applaudito da una sala gremita (il cervello gridava che puttanata, ma tant’è) 2) puro orrore quando pronuncia la seguente battuta: “ma questo Hugo Boss fa davvero dei bei vestiti!” (cioè, capisco il mutuo da pagare, ma non che si esagera un pochino col product placement?).

Anzitutto il ruolo è quello di uno sceneggiatore dei film dell’epoca, inoltre egli si pone effettivamente come insegnante di amore per la Winslet, obbligandola a vedere Lady Eva o Susanna, a esaltare Irene Dunne ecc, che è la funzione che Cavell rintracciava nella figura maschile della commedia del rimatrimonio (re-imparare ad amare e ad essere oggetto di amore). La esalta a diventare protagonista della sua vita, e a non rimanere figura filmica della migliore amica.

Ma è in questo che il film fallisce anche “teoricamente”, oltre ad essere una cagata in generale, che la Winslet rimane la migliore amica perché alla fine “ehi, ho la storia d’amore tra Jude Law e Cameron Diaz, che sono due fighi pazzeschi, perché rinunciare a farli vedere per ¾ di film (un’ora e venti) che amoreggiano cuocendosi il caffè, no lo preparo io, no ma io te lo porto a letto, guarda che io esco e vado a prendere la brioche fresca, ma io ho appena munto la mucca per mettere quelle due stille di latte intero come piace a te (Ndr. La mucca in cortile Jude Law ce l’ha per davvero. Giuro), ma non te l’ho mai detto, no, me l’hai detto ieri sera che hai alzato un po’ il gomito, eh, ma abbiamo fatto sporcaccionate?, ma io odio gli uomini, e io le donne, ma allora il nostro è amore vero che supera gli ostacoli!”. Dialogo approssimativamente esteso per 15 minuti.

Quindi, tutto rispettato ma si mostra di aver capito poco, o di aver capito tutto ma di non riuscire a metterlo in pratica. Il tutto tralasciando che il personaggio della Winslet, che dovrebbe essere la base dell’identificazione della storia, (mentre la Diaz e Law sono talmente perfetti da accedere nella dimensione immaginaria degli unicorni, di una specie particolarmente pallosa comunque) è di un mortifero, noioso, piatto e involuto assolutamente imbarazzate.

Poi, che tristezza Jack Black ridotto a Jack Black. Cioè colui che ogni tanto appare sullo schermo, fa una faccia simpatica e poi mima una schitarrata o un assolo in aria perché tutti sanno che Jack Black fa ridere parecchio quando fa air banding.

L’unica idea decente, ma decisamente malsfruttata, è il personaggio di Cameron Diaz che rilegge la propria vita pensando in forma di trailer, perché di lavoro fa quello: “Lei non cercava l’amore, ma l’amore alla fine trovò lei, zum zum”.

Inoltre, nel genere della commedia del rimatrimonio, i film non possono durare più di un’ora e quaranta. Manoscritti dicono che Cavell volesse scriverlo. Non di più. La commedia sentimentale è quel genere che si compone di sintagmi a graffa, più volgarmente detti montatoni ruffiani con magari qualche dissolvenza su un pezzo musicale che non può essere meno abusato di Happy Together o deve essere cantato dai Counting Crows, che riassumono tutte le cose felici che la coppia felice fa felicemente (andare al luna park, correre sulla spiaggia, bere una cioccolata calda in un bistrot, fare una gara di corsa, farsi tatuare il nome dell’altro sul deltoide ecc.).

Il che serve a riassumere ridurre i momenti di mielosa felicità a un minuto e venti, non di più, non sette o otto minuti. Non più di un’ora e quaranta, che si faccia una mozione all’OCSE.


manu

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3 Comments

  1. Posted 20 febbraio 2007 at 13:51 | Permalink | Rispondi

    Questo film è il miglior documentario sul product placement mai realizzato nella storia del Cinema.
    Secondo me se questo Cavell voleva più spazio nella scenggiatura doveva pagare come tutti gli altri.
    ciao,
    e.

  2. Posted 20 febbraio 2007 at 20:47 | Permalink | Rispondi

    Esagerata.

  3. anonimo
    Posted 22 febbraio 2007 at 13:29 | Permalink | Rispondi

    magnifico

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