Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood.
 
Eastwood si conferma, ancora di più, come cineasta della memoria. Non solo memoria di un tipo di forma di rappresentazione e di linguaggio che va scomparendo, sarebbe scontato, probabilmente corretto, ma scontato. In realtà la questione della memoria, nel suo cinema, riguarda più piani espressivi, il che può far parlare di poetica autoriale. Più che focalizzarsi sulla guerra e i suoi orrori, che sarebbe banale o sul nemico e la sua umanità, che sarebbe una considerazione corretta e suggerita dall’opposizione tra i due film, ma limitante, è interessante vedere che nella (parziale) malriuscita di Flags of our Fathers e nella bellezza di Letters from Iwo Jima sta una differenza di concezione teorica della memoria e mutamento nella portata dell’ambizione di rendere “che cosa si dovrebbe ricordare” sullo schermo.
In Flags sembrava si volessero armonizzare, in un impianto narrativo classico alla Eastwood, una mezza dozzina di tipi di memoria differente. La memoria di quello che è accaduto (il presente che è già passato, coalescenza delle due temporalità), quella del film di guerra che racconta quello che è accaduto (memoria cinematografica che prova a divenire memoria storica), le memorie dei reduci di prima della battaglia (cos’erano prima di essere soldati. Memoria biografica), memoria dei soldati poco dopo la battaglia (memoria a breve termine), di anni dopo la battaglia (a lungo termine), la memoria delle generazioni successive (memoria come patrimonio collettivo), la costruzione della memoria da parte di un apparato di propaganda (memoria come oggetto comunicativo)
Roba che giusto Muriel di Resnais. E il minimo che si può dire è che una prova del genere non sia esattamente nelle corde di Eastwood. Il che non vuol dire che Flags non sia un film interessante, ma che perlomeno che manca di un’organicità minima. Non so se è colpa di Haggis, come mi piace pensare, o il fatto che parlare dal punto di vista americano imponeva perlomeno il tentativo di qualcosa di nuovo, per una sorta di onestà intellettuale. Può essere considerato solo in una prospettiva autoriale e considerato per i suoi fallimenti. Che affascinano, ma rimangono sacche non coerenti all’interno del film.
Un inciso generale, Steven Spielberg è in entrambi i film produttore, ed è uno che sulla memoria di quegli anni lavora intensamente, e non da poco tempo, e quindi un orientamento “ideologico” (nel senso di neutro di struttura di idee) lo potrebbe aver fornito. In generale, si tratta dell’obiettivo di fare del cinema che ricordi ciò che fu e che ha disegnato il mondo in un modo che ancora persiste, nonostante molte variazioni. Non che con questo si voglia paragonare Schindler’s List o Salvate il soldato Ryan ai due film di Eastwood, l’umanesimo democratico di Spielberg, basato sul volere, e il realismo memoriale di Eastowood, fondato sul dovere (e il potere) sono molto diversi. Ma un’intenzione comune, che sottolinea la presa di coscienza dell’importanza della rimemorazione c’è.
Per tornare ai due film, n Letters, al contrario che in Flags, la memoria è esplicitamente posta in dimensioni, almeno a livello di superficie del testo, limitate e ben correlate tra loro. Le lettere sono la traccia che i combattenti perduti lasciano di sé alla madrepatria e alle loro famiglie, i flashback sono “esplicativi”, spiegano perché i personaggi sono lì e perché si comportano in un certo modo o in un altro. L’azione degli individui è giustificata da ciò che erano, che persiste nella loro vita anche grazie alle lettere che spediscono. Insomma, una struttura funzionale del tempo, decisamente “narrativa”
Certo, Eastwood che fa un film dal punto di vista dell’Altro, del nemico, sta già facendo un’operazione diversa, nuova, che vale la pena di essere vista. Ricordare il nemico (colui che una volta era il nemico) è già un’operazione complessa e profondamente umana. Non c’è bisogno quindi di associare diversi tipi di memoria in un complicato puzzle. Non c’è quindi la necessità di mostrare qualcosa di nuovo, poiché già il gesto di guardare con l’occhi dell’altro è qualcosa di nuovo. Quindi si può adottare una forma del racconto più classica al servizio di un punto di vista che si pone in sé come Altro (lo spettatore non abituato a vedere dal punto di vista del giapponese, Eastwood che racconta un’altra tragedia, non più americana).
Penso che un modo di malinterpretarlo sia considerarlo semplicemente un film pacifista (guerra=male, pace=bene, affermazioni che penso non ci sia bisogno che le dica Eastwood), ma sulla memoria della guerra in quanto è stata e ha fondato il mondo in cui tutti ci troviamo a vivere (americani e giapponesi in primis). Con i suoi orrori, con il suo eroismo. E per rendere questa memoria effettivamente vivente, l’unico modo è raccontare la memoria degli uomini che l’hanno fatta. Perché in essa, loro malgrado, in quanto soldati sono diventati individui, la loro umanità è emersa, è diventata memoriale poiché nel dovere essi hanno mostrato il loro intimo. E sono diventati oggetto che deve poter essere ammirato e ricordato.
Il punto di vista alieno sembra servire ad Eastwood anche per discorrere sull’onore. Si tratta dell’onore di aver fatto al meglio (nel passato), che per lui sembra non poter appartenere a una tradizione, a un popolo o a una patria, o anche a una causa (giusta o sbagliata che sia), ma all’uomo singolo. Non in quanto semplice individuo, ma in quanto fuso e costruito attraverso i doveri che assume in quanto membro di una comunità – familiare, di amici, di commilitoni.
Allora è naturale che le scene di maggior orrore sono quelle in cui si mostra il seppuku con le bombe a mano dei soldati giapponesi. È una malintesa idea di onore che diventa una malintesa idea di eroismo. Non c’è onore che nel fare, al meglio, e rispettando sé e gli altri che ci circondano, compresi i nemici che vanno uccisi, perché si è in guerra, ma con consapevolezza che non è quello che andrebbe fatto. Allora, la condanna più forte è quella del sommo disonore che colpisce i soldati americani che uccidono i prigionieri che si erano arresi. Scena in cui non è più l’onore millenario ma il pragmatismo del qui e ora, a rendere gli uomini qualcosa di inferiore, una macchina da guerra.
Ancora più ad effetto è l’eroismo cieco e folle del sottufficiale che decide di partire con addosso delle mine per farsi saltare assieme a un carro americano. Lui non può che disperdersi nella nebbia, vagare nell’informe senza sapere che cosa sta facendo e togliendosi, in effetti, la possibilità di essere ricordato. Rimane vivo, ma è morto per tutti: mentre coloro che sono morti in battaglia vengono ricordati da quelli che sono sopravvissuti. Qui il discorso si fa complicato, perché filmare certe scene vuol dire in un certo senso ricordarle, e quindi anche la follia dell’onore, e della guerra, sono in qualche modo rimembrati in Letters. Questo in generale, ma altro non è che lo sfondo degli orrori della guerra, sul quale si distinguono coloro che scrivono le lettere, che nel bene o nel male sono coloro che devono essere rispettati nel ricordo, in quanto uomini che si assumono le proprie responsabilità.
Certo l’onore per Eastwood è un valore appannaggio di pochi, di una cerchia di individui che riescono a mostrarsi uomini. Chi per possibilità ed estrazione sociale, il generale e il campione olimpico,che hanno avuto la possibilità di guardare all’altro e imparare. Chi – come il fornaio – perché è riuscito un po’ astutamente, un po’ con un’idea informe di umanità e senso comune, a sopravvivere, fino che a lui, al quale per rango e possibilità economiche erano precluse certe esperienze, diventa la figura che unifica la comunità. è infatti capace, dopo aver attraversato tutti gli orrori della battaglia, la tentazione di fuggire, arrendersi, abbandonarsi, di tradurre il senso dell’essere in una comunità. Diventa consapevole che il suo istinto di uomo, di sopravvivere e di far sopravvivere gli altri, è codice di onore e rispetto condiviso da altri uomini (o superuomini). L’umanesimo di Eastwood nasce da un senso di appartenenza comune che però riesce ad animare solo alcuni, solo pochi, e attraverso strade diverse Un’aristocrazia (forse il termine non è preciso) non del sangue, ma del comune sentire di esseri umani, che è il nucleo di ciò che deve rimanere, nella tragedia immane della battaglia. Nelle celebrazioni collettive della memoria deve emergere l’uomo che, attraverso la tragedia, si è fatto carico della sua condizione di essere umano, responsabile di sé e degli Altri, siano essi i presenti o i posteri.
Ultima notazione, l’opposizione con Flags è, se non sbaglio, mostrata in alcuni punti del testo nei quali la stessa sequenza si vede dai due punti di vista differenti nell’uno e nell’altro film. Per esempio una trincea giapponese che viene fatta bruciare. Ve ne sovvengono altre?
 
manu
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10 Comments

  1. anonimo
    Posted 18 febbraio 2007 at 22:07 | Permalink | Rispondi

    Solo una piccola cortesia: Manu potrebbe rileggere i suoi testi prima di pubblicarli? Certi passaggi sono linguisticamente oscuri, e visto che ciò di cui parla non è esattamente semplicissimo, se lo esprimesse meglio penso sarebbe un vantaggio per tutti.
    Scusa Manu, non ho la minima intenzione di essere offensivo.

    Non ho ben capito, in effetti, come possa essere onorevole da parte degli americani uccidere i prigionieri. Secondo me quella scena ha un’altra valenza: dimostrare una volta di più (ma in questo caso non si è per nulla ridondanti) le atrocità della guerra.

  2. Posted 19 febbraio 2007 at 14:55 | Permalink | Rispondi

    Caro anonimo.
    Anche se mi sento punto sul vivo, devo ammettere che on rileggo mai i post, il che è un viziaccio che mi porto dietro.
    Visto che la tua notazione è giusta, l’ho riletto e l’ho reso, per quanto possibile, più esplicativo.
    Il che lo ha fatto diventare più lungo. Questa è la mia vendetta.
    Comunque avevi ragione, in alcuni punti dembravo Baudrillard.
    manu

  3. anonimo
    Posted 19 febbraio 2007 at 20:51 | Permalink | Rispondi

    Beh, se non sbaglio l’americano che i giapponesi tirano dentro una galleria e infilzano è l’Ignatowski del primo film.

  4. anonimo
    Posted 19 febbraio 2007 at 20:52 | Permalink | Rispondi

    So che Spielberg comunque farà un remake di Schindler’s List dalla parte dei nazisti.

  5. anonimo
    Posted 19 febbraio 2007 at 21:05 | Permalink | Rispondi

    Credo che il discorso sulla memoria sfiori (ma si fermi a un passo dal coglierlo) il vero fulcro del dittico di Iwo Jima, che è l’opposizione tra Immagine e Scrittura. Nel titolo (bandiere/lettere), nelle nazioni coinvolte (gli USA come LA nazione dell’immagine, il Giappone come nazione della Scrittura, soprattutto in virtù del suo legame con la Morte), e con ogni evidenza nei soggetti. E soprattutto nelle articolazioni della struttura, ma questo è un discorso troppo lungo. Al fondo del quale, comunque, c’è questo (in breve): nel film l’idea portante di Sacrificio, intimamente legata a quella di Scrittura, subisce una torsione (naturalmente grazie al Fornaio e al generale “figo”) perfettamente connaturata al cambiamento della maniera stessa di pensare sia se stessi che l’altro.

  6. anonimo
    Posted 20 febbraio 2007 at 11:42 | Permalink | Rispondi

    Grazie Manu, e scusa ancora se sono stato troppo severo o rompetti.
    Appena ho dieci minuti mi rileggerò il post.
    Ah, e perdona pure la dimenticanza di firma.

    Carlo

  7. anonimo
    Posted 20 febbraio 2007 at 15:22 | Permalink | Rispondi

    @anonimo 5 (prego firmatevi anche con un nick, qualcosa che possa essere identificativo per un dialogo “Gino”, “Orson” o “Poochie89”, grazie) penso che tu abbia ragione sull’opposizione Immagine e scrittura, e posso intuire quali riflessi sulla struttura dei film essi abbiano. Quello che penso è che comunque questa opposizione sia letta come operazione di memoria o rammemorazione, che quindi sovrintende tutta l’operazione (mnemotecniche diverse?)
    Attraverso la tua opposizone diventa perlomeno interessante guardare ai motivi dell’imperfezione di Flags (o forse per te non è tale)
    @anonimo 3: l’ho sentito anch’io mi sembra un progetto quantomeno interessante
    manu

  8. anonimo
    Posted 20 febbraio 2007 at 19:50 | Permalink | Rispondi

    THE LAST KING OF SCOTLAND

    So che non c’entra niente con Eastwood, ma Eastwood non l’ho visto.
    Vi consiglio The Last King of Scotland per la splendida performance di Whitaker. Tronfio ed infantile, spietato e gigione Idi Amin era un personaggio che meritava di essere raccontato. Withaker è convincente sia quando, nei panni del dittatore africano, suona allegramente l’organetto per allietare i suoi ospiti, che quando ordina lo smembramento di una moglie infedele. Whitaker trasuda carisma e psicosi da ogni poro. Il suo sguardo obliquo, strabico rendono Amin vulnerabile, umano nella sua patologica doppiezza. Finalmente un film che non si perde nell’esotismo africano (anche se rischia grosso) e mostra l’altra faccia del continente nero senza troppi ammiccamenti.

    Appena ho qualche notizia in più vi dico dell’anteprima di Guida per riconoscere i tuoi santi. Mikado ha seri problemi con le copie e rischiano di far slittare l’uscita (e quindi l’anteprima).
    Marco

  9. Posted 1 marzo 2007 at 13:24 | Permalink | Rispondi

    Mille complimenti per questo post,manu. Il più interessante finora che ho letto su Letters.

    Ciaoo Rob

  10. Posted 29 marzo 2007 at 12:43 | Permalink | Rispondi

    Bellissimo post su Lettere da Iwo Jima, l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood. Mi è piaciuto molto il fatto di lasciare più spazio alle emozioni dei soldati rispetto alla battaglia vera e propria. Mi ha ricordato molto La sottile linea rossa. Scambieresti link? Se vuoi e riesci fai un salto sul blog, ti aggiungo subito tra quelli amici. Buona giornata Edo

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