Visto che non pubblichiamo, ripubblichiamo le corrispondenze da Venezia.
The Fountain di Darren Aronofsky
Un film da detestare con forza, anche perché un film si giudica anche a partire dalle sue ambizioni. E visto che le ambizioni si collocano a livello di 2001 Odissea nello spazio, l’incazzatura deve raggiungere perlomeno quel livello.
Che poi siano interessanti gli incastri temporali (tre storie a distanza di secoli che si svolgono “in parallelo”, e che la simbologia dell’albero sia ben studiata, non esenta dal dire che quello che The Fountain sembra è “Autumn in New York riscritto da Castaneda”.
Imbarazzante la parentesi del “conquistador”, in cui dire che la figura del Grande Inquisitore è buttata lì è poco – tralasciando il francescano neopagano. Jackman non è male, ma ulula di dolore tutto il tempo, e quando raggiunge il Nirvana è ridicolo, ma non per colpa sua, chiunque lo sarebbe. Anche perché l’ascesa alla stella morente, al paradiso, all’Uno, o a quello che si vuole – basta che sia impreciso e sincretico, è quasi al livello del kitsch di Al di là dei sogni.
In più, è davvero greve in ogni passaggio, pesante su qualsiasi entusiasmo o coinvolgimento dello spettatore.
Bisogna ammettere che la parte finale, che tocca l’apice del kitsch, raggiungendo però la dimensione tematica della fallibilità umana, dopo aver discettato di Morte, Vita, Dio, Amore (e forse la carne al fuoco è un poco troppa), ha qualcosa di inspiegabile che affascina. Ma è solo una piccola ammissione, il resto è totalmente insopportabile
 
Nue Proprieté di Joachim LaFosse
 
Dramma familiare girato con macchina da presa pressoché ferma, che racconta della convivenza di una madre, Isabelle Huppert, con due figli gemelli di età indefinibile compresa tra i 15 e i 22 anni, più o meno nullafacenti.

La madre vorrebbe rifarsi una vita, ma i due non vogliono assolutamente saperne di cambiare le loro abitudini. Infatti il nuovo uomo della madre (un “fiammingastro”, come lo definiva un comico sottotitolo italiano), viene accolto a male parole, impediscono in ogni modo la vendita della casa dove sono cresciuti, e vivono ancora delle paghette del padre.
Pensando anche ai Dardenne viene da dire “posto allegro il Belgio, fossi un pipistrello mi piacerebbe viverci”. Ma siccome questa possibilità non si è realizzata, rimane un film algido, anche se già visto, che fa salire molto lentamente la tensione drammatica, in modo avvolgente, ma che non rinuncia a una metafora finale abbastanza scontata. Insomma, un buon film però patinato da quell’aria di dejà vu che hanno avuto quest’anno tutti i film della mostra
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One Comment

  1. Posted 19 marzo 2007 at 21:28 | Permalink | Rispondi

    No, proprietà privata no! Le plat pays non si riferiva alla pianura ma al sabato sera in Belgio.

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