Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmark, Germania 2006

(Spoiler, attenziò)
Sulle riflessioni che il (rinascente?) cinema tedesco ha fatto sulla storia della Germania negli ultimi anni (Sophie Scholl, Goodbye Lenin, La caduta) questo film è sicuramente il più convincente. L’esordiente (oh sì, signori, von Donnersmark prima di questo ha fatto solo dei corti) regista ha uno sguardo sul suo passato in vertiginoso equilibrio: non sfocia mai nel pietismo, non eccede in scelte violente, ma riesce perfettamente a trasmettere il senso di disagio totale che dovevano avere i cittadini della Germania est, quel senso di oppressione latente, che si reificava solo ogni tanto, nei tremendi metodi di interrogatorio della Stasi. Un sistema che si reggeva sul sospetto continuo, sulla delazione, sullo spiare, appunto, le vite degli altri. Gerd Weisler, incarnato meravigliosamehte, come tutti gli altri personaggi del film, vive letteralmente in funzione del suo lavoro. Ascolta e trascrive, obbedisce e spia: tutto questo, ovviamente, gli impedisce di avere una vita propria. Invidia, certo, la relativa libertà di Dreyman e della sua compagna Christa Maria, e inizia a vivere di questa libertà, contraddicendosi profondamente, in quanto è proprio questo l’oggetto del suo lavoro, il cui fine è, in un modo o nell’altro, quello di interrompere la vita di queste persone, deviarla, farla rientrare nei ranghi del sistema della DDR.

Il problema è che se ne innamora. Un innamoramento empatico, così diverso da quello carnale consumato dal ministro nei confronti di Christa, sul sedile posteriore della sua automobile. E dico empatico perché il nostro, ad un certo punto, inizia a scrivere di loro, togliendosi le cuffie, redigendo rapporti perfetti quanto falsi su quello che sta succedendo nell’appartamento del drammaturgo. Ecco quindi che le vite dei protagonisti cambiano, grazie alla parola, non udita o parlata, ma scritta. Dreyman scrive un articolo di denuncia sui suicidi degli artisti della Repubblica Democratica Tedesca, Weisler inventa letteralmente un dramma per celebrare il quarantennale della DDR, sostituendosi al drammaturgo.

Risulta quindi perfetto il finale del film: Christa diventa un caso in mezzo ai tanti del periodo, tra delazione e autodistruzione, ed è di nuovo la scrittura e, specularmente, la lettura (del romanzo di Dreyman, dei rapporti degli archivi della Stasi riaperti al pubblico) a fare incontrare di nuovo i due, dopo un momento in cui il ribaltamento dei ruoli è stato totale, quando Dreyman spia da un’automobile la nuova vita del funzionario. "Non lo incarti, è per me", dice Weisler al commesso della libreria (sulla facciata della quale troneggiano scritte socialiste), riappropriandosi, così, di una piccola parte della sua vita, costruita in funzione di e non per danneggiare tutti gli "altri" che aveva tenuto sotto controllo.

Francesco

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14 Comments

  1. Posted 11 aprile 2007 at 10:39 | Permalink | Rispondi

    ribadisco il mio punto di vista di appena fuori dal cinema (sconvolta, davvero, dall’apprezzamento tuo e di fede): se l’intreccio può essere interessante e la ricostruzione storica anche (i miei ipotetici premi sarebbero stati per il soggetto e la fotografia), i personaggi mi sono sembrati sinceramente ridicoli, colpa credo soprattutto degli attori, non tanto della sceneggiatura. se lo sguardo fisso e imperscrutabile può funzionare su Weisler, il drammaturgo e l’attrice hanno sempre la stessa espressione, qualsiasi cosa facciano. per quanto riguarda la costruzione della tensione mi pare nulla: tutto si gioca nei primi dieci minuti di film, con gli interrogatori di Weisler e la scena della festa dopo spettacolo e il dialogo tra il ministro e il drammaturgo.
    mi sembra strano poi che non vi abbia infastidito la retorica del cambiamento repentino di coscienza di Weisler, con quella lacrima che scende sulla guancia dello “spione” ascoltando Dreyman che suona il piano, con quella frase francamente imbarazzante che recita più o meno cos’: “non capisco come si possa restare cattivi dopo aver ascoltato questa musica”… ma per favore…

  2. anonimo
    Posted 11 aprile 2007 at 19:58 | Permalink | Rispondi

    Anche a me il film non è piaciuto tantissimo, ben fatto ma non particolarmente entusiasmante. Forte e – tutto sommato – riuscita l’intenzione di sfumare la classica divisione tra buoni e cattivi anche se l’accoppiata drammaturgo-attrice mi è parsa poco efficace. Specie il personaggio femminile risulta un po’ vacuo nonostante sia il motore principale degli eventi. Non si capisce se ama davvero, chi ama, cosa tradisce, se soffre, non soffre, se sceglie o vuole o cos’altro… sembra che dipenda e si definisca automaticamente in base alle figure maschili che le vengono affiancate (insomma mi sarebbe piaciuta una donna un po’ più decisa o almeno delineata meglio… personaggio debole non equivale a debole descrizione del personaggio :-)
    Per i dialoghi mi associo al commento precedente; in alcuni punti sono un tantino didascalici e prevedibili.
    Il film dovrebbe/vorrebbe e può commuovere: affronta un argomento delicato, interessantissimo però, forse, si allunga troppo finendo per disperdere tutta la tensione emotiva.

    J/P

  3. Posted 11 aprile 2007 at 22:56 | Permalink | Rispondi

    cavoli, il commento numero uno era mio. non volevo risultare anonima…
    Elena

  4. Posted 12 aprile 2007 at 09:20 | Permalink | Rispondi

    Credo che la legnosità degli attori si adatti bene a un film tedesco, specie se tedesco dell’est; quello che mi è piaciuto di meno è la premessa borghesotta per cui chi ascolta buona musica sotto sotto non può essere cattivo: sono discorsi che, dopo due guerre mondiali dichiarate da musicofili, ci eravamo lasciati indietro.

  5. anonimo
    Posted 12 aprile 2007 at 19:21 | Permalink | Rispondi

    è vero, magari la recitazione non è sempre sempre il massimo, ma non ci ho fatto troppo caso: ero troppo esaltata dal “contorno” (se i protagonisti non sono interpretati da figone ultraterrene e muscolosi da calendario, già mi brilla l’occhio di felicità..).
    La ricostruzione,gli arredamenti, la mentalità, e anche la trama, avevo paura si trattasse di facile revival, e che la storia fosse noiosa, invece c’è un ritmo costante, colpi di scena, appassionante.
    Avevo letto di un finale tragico: invece c’è il lieto fine, i buoni si salvano, la zoccola capisce cosa ha fatto, e giustamentwe muore! Dandomi grande soddisfazione.
    In conclusione: non me la sento di mettere troppo in evidenza le pecche di questo film (che ci sono), perchè è sufficientemente non-scontato.
    -sara-

  6. Posted 13 aprile 2007 at 00:49 | Permalink | Rispondi

    A me è sembrato un buon film, ma mi accodo a chi ha trovato la conversione di Weisler un po’ troppo repentina e, soprattutto, inspiegabile. Un minuto prima è il più feroce mastino del Sistema, il minuto dopo è diventato l’angelo custode dei sovversivi: perché? Boh. Bastano davvero quattro note suonate al pianoforte e due pagine di Brecht per cambiare fronte?

    Ammetterete che un comportamento totalmente illogico da parte del protagonista non è una pecca da poco. Poi, ok, sono d’accordo sul fatto che il film abbonda di momenti emozionanti, su tutti il finale.

  7. Posted 17 aprile 2007 at 23:47 | Permalink | Rispondi

    A me è piaciuto poco. Trovo anch’io assurda la conversione di Weisler per il modo in cui è gestita e da lì crolla un po’ tutto.
    Gli attori non sono male, ma è la sceneggiatura che fa acqua in più punti. Prima ti dicono che la Stasi è un mostro paranoico (e la Stasi ERA un mostro paranoico) poi per metà film uno dei suoi agenti ha un comportamento che definire sospetto è poco e nessuno sospetta di nulla.
    Mah.
    Peccato perché il tema era davvero interessante e la prima scena, quella dell’interrogatorio, prometteva benissimo.
    Parafrasando Goodbye Lenin, la DDR meriterebbe film di critica migliori.
    ;-)

    a.

  8. anonimo
    Posted 19 aprile 2007 at 01:25 | Permalink | Rispondi

    Bel film, in conclusione, per me. @ J/P: La definizione del personaggio femminile, secondo me, più che mancare nella sceneggiatura, avrebbe avuto bisogno di una attrice veramente brava, perché in effetti il personaggio femminile E’ determinato dagli uomini che ha accanto, nella misura in cui ci sono rapporti complessi di interesse (col ministro, ma anche col drammaturgo: lei stessa dice di non poter essere, forse, così affidabile, e infatti nel finale confessa rapidamente) e d’amore… è da ammirare, secondo me, il realismo (che diventa drammatico, quando si è costretti a tradire) che si è cercato di mettere in campo, senza riuscirvi sempre; il meccanismo orwelliano (che la Stasi effettivamente usava) di mettere gli uni contro gli altri e utilizzare tecniche psicologiche, descritto con amena leggerezza dal capo di Weisler, è sufficientemente accennato; magari si sarebbe potuto spingere un pò di più su questo tasto.
    Per quanto riguarda la tanto deprecata conversione di Weisler: tanto per cominciare, ci doveva pur essere un fattore di rottura da narrare, dando per scontato che solitamente la Stasi era implacabile; nonostante la didascalica spiegazione “musicofila”, la conversione del personaggio avviene (come è giusto) gradualmente e per scarti d’umore quasi casuali (il rapporto, già pronto alla consegna, che Weisler arrotola silenziosamente improvvisando una scusa…). Ecco, fastidiosa, come la prima, anche la seconda didascalia, entrambe poi inutili all’economia della narrazione: la traccia d’inchiostro rosso accanto alla sigla di Weisler sul verbale che Dreyman consulta, nel finale; ci mancava che c’avesse scritto “Sì, l’ho tolta proprio io la macchina da scrivere, pollastro”… c’era arrivato da solo, rileggendo i verbali e ricostruendo gli eventi… Comunque, per quella sulla musica, dato che la narrazione svolge dettagliatamente le varie fasi della conversione di Weisler, io più che una piccola morale da quattro soldi l’ho vista come un innocente, poetico tentativo di denuncia della violenza (la frase di Lenin su Beethoven…). Insomma, perfettibile e spurio, ma già così, bello.
    Minchia, mi devo far pagare per ‘sti commenti-fiume…
    Ferroviere siderale

  9. anonimo
    Posted 19 aprile 2007 at 01:38 | Permalink | Rispondi

    Ecco, l’impronta rossa era l’unica traccia, l’unico errore che l’agente aveva commesso (“sei troppo furbo, Weisler, e sicuramente non avrai lasciato prove, ma la tua carriera è finita”)… Una gustosa figatina, ma, come dice Stephen King (citato dai Wu Ming), “un autore deve essere capace di uccidere i propri figli migliori”… e la traccia rossa continua ad essere di troppo… Vabbè…
    f.sid

  10. anonimo
    Posted 19 aprile 2007 at 09:53 | Permalink | Rispondi

    Forse l’intenzione non era quella di spiegare il come e il perchè della “conversione” di Weisler, perchè non è difficile immaginare che anche il più fedele e convinto sostenitore di un regime totalitario che non ammette critiche, prima o poi si renderà conto dell’inumanità e della follia che ciò comporta (infatti ci sono altri due personaggi che prima erano al servizio della DDR, che però decisamente vengono delusi e si ricredono).
    Quindi ipotizzo che questo aspetto non sia stato troppo approfondito, anche per mantenere un ritmo veloce nello svolgimento della trama.
    Come dire: sappiamo tutti che prima o poi si renderà conto dello schifo della situazione, e sappiamo per quali motivi. Vediamo come si comporterà, fino a che punto si meterà in discussione.

    La mia è un’ipotesi. Condivido la maggior parte delle critiche (es: anche a me ha dato fastidio l’inchiostro rosso, si era già capito!) ma rimane un bel film secondo me.

  11. anonimo
    Posted 19 aprile 2007 at 16:47 | Permalink | Rispondi

    A ME IL FILM E’ PIACIUTO IN TUTTO E PER TUTTO, A COMINICIARE DAGLI ATTORI: ERANO FREDDI E APATICI IN UN CONTESTO GIUSTO E CHE PERMETTEVA DI ESSERLO (ok con #4)
    IL RACCONTO DEL FILM E’ PERFETTAMENTE LINEARE E POCO SCONTATO, ANCHE SE PER UNA VOLTA CI FANNO CREDERE CHE I BUONI ESITONO ANCORA VOGLIAMO CRITICARE? PERCHE’?

    lampadina

  12. Posted 20 aprile 2007 at 09:48 | Permalink | Rispondi

    per me è uno dei film peggiori di questo periodo, il regista ha delle trovate banali che a volte rasentano il ridicolo, che torni a fare dei corti che forse gli riescono meglio, piuttosto che tediarci con due ore e mezzo di pellicola.

  13. Posted 23 aprile 2007 at 13:47 | Permalink | Rispondi

    Scusate l’intromissione…è la prima volta che scrivo su questo blog. Recentemente ho visitato con profondo interesse il museo-archivio dedicato alla Stasi, a Berlino, e devo dire che quanto riportato dal film si basa effettivamente sulle reali tattiche di spionaggio che venivano utilizzate all’epoca dagli agenti e dagli informatori. Penso sia l’unica nota positiva di questo film. Personalmente l’ho trovato melenso e banale nella sceneggiatura e nei dialoghi, addirittura comico proprio laddove vorrebbe raggiungere il culmine della drammaticità, interpretato inoltre da attori mediocri e totalmente inespressivi.
    Credo che chiunque abbia amato un capolavoro raffinato come “La conversazione” di Coppola non possa non provare un certo fastidio dinanzi ad un’opera che ne costituisce una brutt(issim)a copia, dozzinale e politicamente corretta, trasferita dall’altra parte della cortina.
    Se non altro devo dire che mi son fatto delle gran risate e non vi sto qui a fare l’elenco delle scene incriminate per non rovinare a qualcuno l’eventuale visione. Cari ragazzi, ve l’ho già detto fuori dal cinema, secondo me questo era un film da “duro mestiere”. Era dai tempi di Ferro3 (che personalmente considero una “marzullata”, non me ne vogliate) che non assistevo ad una tale sopravvalutazione generale da parte della critica.
    Scusate lo sconfinamento e se sono stato un po’ duro ma spero apprezziate la sincerità, ciao!
    Ala

  14. anonimo
    Posted 23 aprile 2007 at 17:27 | Permalink | Rispondi

    @ Ala: anch’io ho visitato il Gedenkstätte Berlin-Hohenschönhausen , e se è per questo, c’andavano giù anche molto ma molto più pesante; come avevo detto nel prec msg, ci si sarebbe potuti spingere molto più in là, mostrando qualcosa in più, invece che darne degli esempi spiegati (resi didascalie). Cmq sono d’accordo con te, man mano che passano i giorni sono sempre più convinto di essere stato influenzato dall’impatto emotivo che queste storie hanno sull’immaginario mio e collettivo. E’ un film senza nessuna pretesa visiva (secondo il mio modesto parere, s’intende): cazzo, hai Berlino, la città forse più impressionante d’Europa da mostrare, e l’unica cosa che si vede è la Frankfurter Tor alle spalle del protagonista e la Karl Marx Buchhaus (credo)…
    Non dico di rifare Wenders, ma insomma… Se voleva essere claustrofobico, poteva creare maggiore tensione fra i personaggi, o un maggior stacco prima-dopo, così sembra non averci proprio badato, non so…
    Oh: aspettiamo comments dai titolari, eh!!
    Ferr Sid

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