Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti
 
Non avrei mai creduto che parole simili uscissero dalla mia bocca: Mio fratello è figlio unico non è un brutto film, tutt’altro.
Temo ancora di essermi bevuto il cervello, ma partivo con il corazzato pregiudizio che questo potesse essere il Santo Graal del brutto cinema italiano, la sintesi definitiva, e per questo sono andato a vederlo. Per avere un’ottima giustificazione che fosse valida per una settimana al cattivo umore.
Gli ingredienti erano perfetti:
1) ambientazione nostalgica anni sessanta-settanta, perfetta per l’elogio “ma quanto eravamo cazzoni, ma come ci siamo divertiti in quella magica epoca”, 2) Scamarcio e Germano che fanno due fratelli uno fascista e uno comunista che litigano, un cotè politico da far rabbrividire (destra e sinistra sono uguali, ma in fondo eravamo giovani e ci siamo divertiti in quella magnifica epoca), 4) Rulli e Petraglia alla sceneggiatura, che facevano presagire una specie di meglio gioventù in tono minore (in quell’epoca magnifica si sono commessi non pochi errori, ma erano dei compagni che sbagliavano e le cose belle della nostra bella Italia – come i casolari ristrutturati – sono dovute a noi, e se il Grande Altro non ce l’avesse impedito vivremmo tutti felici e contenti), 5) Luchetti alla regia (in quella magnifica epoca in cui lo si credeva un autore). 6) Rino Gaetano e la sua magnifica epoca 7) Rino Gaetano 8) Su tutto, il timore dell’effetto “Biff Tannen”, cioè che fosse presente un personaggio miracolosamente in possesso di un libro di storia dei successivi 40 anni, e quindi che le sue scelte fossero giustificate da un ammiccante “poi lo sappiamo tutti come è andata a finire”, un po’ come la pubblicità attuale dei Quattro salti in padella 9) l’uso smodato delle canzoni pop in funzione intellettualizzata midcult. 10) tipo quelle di Rino Gaetano.
Invece, tutto ciò viene evitato. Anche perché l’idea viene persa – o perlomeno ben celata – qualsiasi ambizione storica o politica, il porsi come testo in qualche modo giudice della materia storica. Il giudizio che si può trovare è quello dell’ironia, a volte squilibrata, ma comunque dominante.
Quindi, il meccanismo del brutto cinema italiano viene evitato scegliendo il registro del genere, della commedia. Mettendo in scena non dei prototipi di personaggi “verosimili, ma dei veri perdenti che non fanno altro che ripetere la propria sconfitta. Si parla di due personaggi, anche se il protagonista è uno solo, Accio, interpretato da Elio Germano. Due perché tanto è cialtrone Manrico, o Scamarcio seduttore impenitente e arruffapopoli, tanto da rimanere vittima del suo “prendere la vita così”, tanto è esasperata la ricerca di purezza, di essere al di fuori dei giochi, di Accio. E quindi, non fanno altro che ripetere i propri schemi, perdendosi nelle situazioni: ciò è più chiaro nella parabola di Accio, che passa dal seminario, ai fasci, ai comunisti, senza stare bene da nessuna parte e rimanendo ottusamente sconfitto, e orgogliosamente escluso. Ma questo orgoglio non è dovuto alla comprensione di una scelta fatta – non sto bene con nessuno, quindi vado per me – ma al fatto che per lui non c’era altra soluzione possibile.
Quindi è credibile la famiglia operaia che lo frustra, credibili (anche se mostrati con meno comprensione dal film) i fascistelli cui si accompagna, credibile lo sbertucciamento – anche se semplice –della sinistra anni settanta (l’Inno alla gioia defascistizzato) ecc.
Oltre al genere, l’altro modo in cui viene evitato il superotto generazionale ricreato in Final Cut è lo stile. E qui ci sarebbe da discutere, ma Mio fratello è figlio unico sembra riprendere, intelligentemente, alcuni motivi dello stile di Muccino, integrandolo a quello della casa di produzione (Cattleya): il che crea un ritmo particolarmente efficace nel momento in cui si vuol tenere alta l’attenzione e uscire da alcune difficoltà di sceneggiatura.
 
Manu
 
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17 Comments

  1. anonimo
    Posted 24 aprile 2007 at 11:50 | Permalink | Rispondi

    Manu, ma tu sei proprio sicuro sicuro?
    p.

  2. Posted 24 aprile 2007 at 12:16 | Permalink | Rispondi

    Mah, sembrava anche a me. E’ curioso: date le premesse di un brutto film, cercare di fare un film non brutto.

    Non piacerà né al pubblico da amarcord generazionale né alle ragazzine che si aspettano Scamarcio in tutte le inquadrature, insomma non piacerà a nessuno che non si trovi in quel cinema per caso.

    Qualcuno avrà già parlato del boom di film italiani (non brutti) ambientati nell’Agro Pontino, che è un luogo dell’anima, una specie di vocazione italiana alla produzione industriale di bruttezza.

  3. mfv
    Posted 24 aprile 2007 at 15:20 | Permalink | Rispondi

    temevo,ho temuto.ma il film tiene fino alla fine grazie anche alla brillantezza di germano.il resto lo fa l’intelligente ambientazione e una sceneggiatura valida.Pare che nel libro,alla fine,accio si iscriva al partito democratico…(pardon,alla dc…)
    saluti
    m.fv.

  4. Posted 24 aprile 2007 at 22:15 | Permalink | Rispondi

    Sì, il film non è affatto male.

  5. anonimo
    Posted 25 aprile 2007 at 11:02 | Permalink | Rispondi

    ma… il punto 3?

  6. Posted 26 aprile 2007 at 00:53 | Permalink | Rispondi

    il punto 3! manca!
    che cosa ci nascondi???

    essì, il film è bello bello.
    poi voglio fare una stendiovescion all’attore che fa accio da piccolo.

  7. anonimo
    Posted 26 aprile 2007 at 10:22 | Permalink | Rispondi

    Il film non l’ho visto e spero riuscirò a non vederlo mai; poi se tu dici “Il giudizio che si può trovare è quello dell’ironia, a volte squilibrata, ma comunque dominante”, viste le premesse io anteporrei a tale frase un bell’ “11)”… no? Perché questo elemento dovrebbe salvare il film dai rischi che avevi rintracciato (anziché rinforzarli, come verrebbe da pensare), e di conseguenza dovrebbe farmi alzare dalla poltrona su cui mi vedo i dvd dell’ermitage che si vedono da culo ma i film sono belli belli, per vedermi su grande schermo l’attore che più odio sulla faccia da terra (Elio Germano), non ultimo perché ha cominciato la sua carriera facendo (la statua in) Hommelette For Hamlet di Carmelo Bene??
    Poochie89

  8. anonimo
    Posted 26 aprile 2007 at 11:45 | Permalink | Rispondi

    lo odierai per motivi tuoi, ma Elio Germano è solo bravo in questo film
    Franco

  9. anonimo
    Posted 26 aprile 2007 at 15:46 | Permalink | Rispondi

    Ma è proprio il fatto che sia bravo (persino nell’abominio innominabile di Tavarelli) che fa ancora più incazzare.
    Poochie89

  10. anonimo
    Posted 26 aprile 2007 at 19:02 | Permalink | Rispondi

    Il punto 3 è RIno Gaetano.
    Che non guasta mai

  11. anonimo
    Posted 26 aprile 2007 at 23:27 | Permalink | Rispondi

    riprendo p. “ma Manu se proprio sicuro sicuro”? anche quando elenchi e rendi elemento di analisi la “credibilità” di certe scelte?
    DT

  12. anonimo
    Posted 28 aprile 2007 at 18:32 | Permalink | Rispondi

    a me il film non è piaciuto molto… e dire che partivo convinta, esattamente al contrario di manu, quindi…
    la prima parte tiene bene, ma da un certo punto in poi secondo me lo stereotipone del militante di sinistra copre tutto e cancella quello che di buono si è visto prima. è possibile che si finisca sempre a ritrarre qualcuno che è cascato nell’estremismo?? io non ne posso più… anche perché se facessimo un rapporto coi film italiani sul periodo dovremmo dedurre che le BR erano composte da circa dieci milioni di persone!!
    poi sulla rappresentazione delle donne stendo un velo, dalla ragazzina borghese che gioca a fare la pasionaria – ma tanto ovviamnete non proseguirà nell’impegno politico perché l’impegno di MADRE è quello che conta – a Bella, che prima partecipa a tutte le manifestazioni neofasciste (pur sempre col ruolo di portatrice di caffé in thermos) poi davanti al giovane amante rinnega la politica, evidentemente perché interessava solo al marito… e la smetto se no mi dite che sono vetero!!
    elsa

  13. Posted 2 maggio 2007 at 18:22 | Permalink | Rispondi

    visto e piaciuto. bot

  14. Posted 3 maggio 2007 at 17:28 | Permalink | Rispondi

    Lo sò che non c’entra niente però a luglio esce il film dei trasformers!!!!

  15. Posted 4 maggio 2007 at 09:38 | Permalink | Rispondi

    mitico.
    anche io mi ci sono esaltato tantissimo!
    ci becchiamo li col ditone.
    cicu cicù.
    Fmc

  16. anonimo
    Posted 7 maggio 2007 at 14:33 | Permalink | Rispondi

    rispondo in ritardo a coloro che hanno sollevato obiezioni (DT e Poochie89).
    Secondo me la scelta vincente è quella indiscutibile del registro della commedia. Il che taglia – o perlomeno ci prova – un legame diretto con il reale, per impostarne uno più sfumato e più efficace. Non c’è il “fare gli italiani” della meglio gioventù, non c’è l’elogio del cazzonismo generazionale.
    Infatti, quando abbandona questo registro, nei dieci minuti finali, diventa discutibile perché prova a dire qualcosa di più alto (terrorismo per esempio), gettandolo dall’alto esternaente ai personaggi.
    L’altro dubbio è proprio sull’operazione in genere, per cui sembra possibile parlare degli anni 60/70 solo da un punto di vista macchiettistico. Ma si il discorso si fa lungo.
    La credibilità è insomma un valore positivo quando si libera dall’idea di un rispecchiamento (celebrativo) ingenuo, per essere credibilità che nasce all’interno die personaggi e del genere e viene mantenuta in modo coerente per lunga parte del testo.
    manu

  17. anonimo
    Posted 9 maggio 2007 at 01:25 | Permalink | Rispondi

    D’accordo in toto sul discorso del taglio da commedia e sulla sua efficacia, soprattutto in un’ottica di de-didascalizzazione; vorrei sottolineare l’efficacia dell’interpretazione di Elio Germano, che dà la paga a Scamarcio (promosso ‘scamorzo’), ragione principale secondo me del fatto che le sue scene siano molto più ben riuscite di quelle della star de noartri, che invece in alcune scene sembrava proprio non saper bene che pesci prendere, che faccia fare… sembrava non aver capito il discorso di cui sopra, e cercare invece quell’approccio più servile, più stereotipato “verosimile” della cippa, tipo meglio gioventù… più didascalico. Fra l’altro, l’unica frase stile “mò ti spiego io” la dice lui, quando si giustifica dell’Inno alla Gioia defascistizzato.
    Zingaretti scelto per il profilo mascelluto-capoccia a cofano? Uff…
    Vera pecca, che lo accomuna agli altri film sul genere: il bildungsroman, il voler sempre attraversare tutto quell’arco ’60-’70 e ficcarci dentro mille cose in parallelo (ah, che metafora originale) con l’evoluzione dei personaggi, e si finisce sempre coll’arrozzare tutto (vedi il semplicismo con cui sono tratteggiate le questioni politiche, le br che calano dall’alto a film finito, la questione femminile…). Mi stupirò veramente solo quando vedrò un film sui ’70 italiani visti da uno, chessoio, lussemburghese o portoghese, e già vecchio nel ’72 (ma poi mi diventa “io questi giovinastri non li capisco…). Cmq promosso
    Ferroviere siderale

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