Quattro minuti nell’Eurocinema
 
Quattro minuti di Chris Kraus
 
Perdoniamo chi parla di Nouvelle Vague tedesca, che si abbia almeno la bontà o la cultura almeno di parlare di Neue Deutsche Kino, visto che si sta a fare gli sborni. A parte le questioni di metodo, due film tedeschi distribuiti e di discreto successo di pubblico e di Oscar non fanno una tendenza. Ma se vogliamo provare l’esercizio di individuare tratti comuni (e ci mettiamo anche Requiem e Le particelle elementari), l’operazione in scena è quella di una specie di discountizzazione dei modelli e dei generi. Cioè mancanza di marchi, atmosfere più tristi, vaga sensazione di diversità rispetto a un modello dominante che comunque rimane indispensabile riferimento, e un tocco apocalittico a sancire la presenza del pessimismo delle ragione.
Le vite degli altri, film medio oggetto di una sopravvalutazione critica dovuta, credo, ad un panorama desolante che lo circonda, era una sorta di Conversazione in salsa DDR, cioè dotato di un background storico reale che ne garantisce l’efficacia grazie a un patto comunicativo con gli spettatori. Anche perché la tematizzazione della storia viene abbandonata dopo pochi minuti per lasciare spazio al confronto tra le vite dell’artista e dell’oscuro travet della polizia segreta, e alla loro reciprocamente necessaria ribellione contro il sistema. Insomma, la maggior parte del senso sta nella compenetrazione pattuita, e non testuale, della dimensione storica su un intrigo piuttosto banale.
Quattro minuti soffre dello stesso complesso, la cosa grave che il modello non è La conversazione, ma Billy Elliott. O un qualsiasi film il cui “giovane di talento supera gli ostacoli posti dal sistema/famiglia/caso per affermare la propria individualità”. Inoltre il modello Billy Elliott è intersecato con il genere carcerario femminile e con l’ipoteca storico-reale. Quindi, si fa presente il  un background nazista e omosessuale della vecchia insegnante di pianoforte, il che non le impedisce di sbottare con la frase “alza quel culo e dimostra chi sei”, che sta bene in bocca all’allenatore degli orsi, o uno che parla con il talentuoso quarterback di una squadra di football del college il giorno che ci sono in tribuna gli osservatori. Inoltre, si fa presente il background di abusi e ribellione della giovane studentessa incarcerata, che però non le impedisce di mostrare il suo talento con un doppio gesto di rottura (dalla violenza del carecere, dalle regole di fuga). Quindi, si fa presente che esiste una vaga umanità, che si traduce invariabilmente in una cocente meschinità, di coloro che lavorano in carcere: guardie, direttore, psicologa.
La meschinità dell’umano è quindi l’unica cifra tematica diversa rispetto al modello: siamo europei, alla seconda possibilità ci crediamo fino a un certo punto. Quindi il talento deve negoziare con la meschinità di tutto ciò che lo circonda: la politica carceraria, il razzismo dell’insegnante, l’odio delle guardie, la violenza delle compagne, e le pulsioni distruttive di chi porta con sé il talento.
E, dopo tutto questo, non può risolversi in reale progresso, in reale riscrittura di una vita, ma solo come bel gesto tanto eccezionale quanto fatuo, può strappare un applauso all’umanità ma nulla di più.
Unica costante formale degna di nota è l’uso di ellissi temporali che creano scompensi informativi su ciò che sta accadendo. A volte accademiche, in generale ben dosate.
 
Salvador – 26 anni contro di Manuel Huerga
 
Ha ancora senso parlare di morale dello sguardo? Fare un carrello circolare mentre la garrota si stringe attorno al collo di Salvador Puig Antich, ultimo condannato alla garrota nella spagna franchista, è una schifezza o no? Chiedersi se questo movimento formale che si accorda, in modo abbastanza evidente, con il gesto del boia che fa ruotare il “manico” dello strumento omicida, sia abbastanza per dare del pirla a chi lo ha fatto è in effetti utile o no?
Per quanto mi riguarda, è abbastanza per rendere indigesto un film che dell’esibizione della forma visiva fa uno dei suoi punti di forza. A partire dalla grana della fotografia, per finire con un montaggio che se ogni tanto si fosse lasciata un’inquadratura per sei secondi nessuno avrebbe gridato allo scandalo e alla noia.
Il termine di paragone qui è Romanzo criminale: cioè il partire da un oggetto di cronaca/oggetto storico per trasformarlo in qualcosa di diverso: in Salvador si ha fondamentalmente un film di gangster. Dalle motivazioni politiche, certo, fomentati più da un ribellismo generazionale che da una necessità reale, sicuramente, ma l’ascesa e la caduta del gruppo MIL  è quasi da manuale.
La dimensione politica, di riflessione storica viene solo dopo, la condanna della condanna a morte, la commovente amicizia della guardia carceraria sono solo successivi, sono un altro genere, sono un altro film che viene legato a forza tramite un gioco di flashback ma niente di più.
È una generale rottura che attraversa tutto il film, diviso tra genere e ambizioni autoriali, e linguaggio veloce e rapido che rallenta solo di fronte alla morte, si teme per contemplarla meglio. O perché il coinvolgimento “nei fatti tristi e importanti si fa così”.
La riflessione storica, e la commozione conseguente, sono quindi conseguenza di un meccanismo di fusione meccanica e poco riuscita, che rendono colpevolmente dimenticabile un film che on dovrebbe esserlo.
 
manu
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6 Comments

  1. anonimo
    Posted 15 maggio 2007 at 17:43 | Permalink | Rispondi

    che palle
    volevo scrivere io su 4 minuti
    e invece mi toccherà le colline hanno gli occhi 2
    Fmc

  2. anonimo
    Posted 15 maggio 2007 at 17:47 | Permalink | Rispondi

    Ma scrivi pure, il dibattito sì.
    manu

  3. anonimo
    Posted 16 maggio 2007 at 13:24 | Permalink | Rispondi

    no, perché io sono andato a vedere le colline hanno gli occhi due dicendo:
    “mah… magari…”.
    manu, aiuto.
    Fmc

  4. anonimo
    Posted 18 maggio 2007 at 16:21 | Permalink | Rispondi

    non mi convince poi così tanto l’idea del modello di riferimento “billy elliot”. La sensazione, guardando “4 minuti”, è che chi ha lo ha scritto si sia infatuato di questa storia di genio e sregolatezza, cadendo però in una certa mediocrità nel girarla. Insomma, un’operazione semplicemente superficiale, piuttosto inutile, fastidiosa solo, forse, nella voglia di titillare. Sia con il già citato luogo comune del genio sofferente e ribelle, sia con l’ambientazione carceraria, piena di donne butch. Strani snodi narrativi, poi, strani passaggi relazionali tra i personaggi. Quindi, forse, solo un soggetto che prometteva bene, per produttori e spettatori, attorno a cui però mancava una sceneggiatura. Il che forse spiegherebbe perché avere insistito nel disvelamento del passato dell’insegnante, con quei flashback che, oltretutto, vorrebbero costruire un crescendo di tensione che non si risolve in niente di perturbante.

  5. anonimo
    Posted 20 maggio 2007 at 22:44 | Permalink | Rispondi

    @anonimo4: in fondo, sono d’accordo con te. Billy Elliott era per dire film “talento contro ostacoli”. Niente di più. Grazie, comunque
    manu

  6. anonimo
    Posted 27 maggio 2007 at 17:34 | Permalink | Rispondi

    Apprezzo il tentativo di ridimensionare la critica che urla al capolavoro di fronte a prodotti medi e con la stessa leggerezza distrugge pellicole meritevoli. Non sono comunque d’accordo con il giudizio sulla Storia. La vita degli altri ha il merito di portare la Storia nella vita. Attraverso il racconto la Storia non viene trattata in modo didascalico e non viene gridata in modo enfatico. La Storia attraversa le vite dei personaggi. Bellissima la scena in cui viene annunciato il crollo del muro di Berlino. Nessuna immagine di repertorio, nessun pathos.
    Per quanto riguarda invece 4 minuti. qui sì, sono d’accordo, non c’è in effetti Storia (se non 4 minuti appunto…). E inoltre l’ho trovato un film ricattatorio: la ribelle carcerata, stuprata, maltrattata, innocente e vittima di un mondo crudele. Ma insomma!!!!
    N.

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