Zodiac di David Fincher
 
Zodiac è un film di “testa”. Lungo, frammentario, ha la pretesa di rendere conto della complessità dell’indagine contro la linearità della ricostruzione. Si potrebbe parlare di “fallimento della detection”, anche se in realtà è semplificante. Rimanendo sulla narrazione delle indagini, si potrebbe contrapporre alla forma detection televisiva (CSI), per cui Zodiac mostra uno dei pochi vantaggi del cinema: quello di poter mostrare l’informe e l’indeterminato.
Ci sono tre personaggi che indagano, e tutti interpretati benissimo: il cronista di nera Avery (Rbert Downey Jr.), il poliziotto Toschi (Mark Ruffalo, ispiratore nella realtà di Dirty Harry), e il vignettista del San Francisco Chronicle Greysmith (Jake Gyllenhall).
Nessuno di loro riesce ad arrivare ad una spiegazione plausibile dei delitti di Zodiac, ma è solo l’ultimo, l’outsider, a proseguire nella ricerca. Colui che non ha la competenza per farlo e precipit poco alla volta nell’ossessione. Il giornalista e il poliziotto hanno una competenza, un saper fare pratico, che ad un certo punto non può più individuare un colpevole: il metodo è sconfitto. Avery precipita nell’alcolismo, Toschi si dedica ad altro. Non riescono a fornire una spiegazione bsata sui fatto: hanno bisogno di una necessità che leghi i vari anelli: il giornalista per creare una storia che si distingua dall’opinione, il poliziotto perché ha bisogno dii più che delle prove indiziaire. È solo l’ossessione, che sostituisce la competenza, il dilettantismo, a permettere di dare seguito a delle inquietudini, di connettere senza tener conto della verosimiglianza, a permettere di muoversi su ragionamenti non sbagliati ma solo accidentali. E la ricostruzione è solamente romanzata, quella del vignettista, tratteggiata, ma senza una logica di moventi, prove e conseguenze. È solo un’ipotesi folle, verosimile, alla quale si crede ma non si può sapere.
Lo scacco è quindi ancora più forte che in Seven: là c’era una indagine che funzionava ma solo perché c’era qualcuno che le permetteva di funzionare. C’era un piano, una strategia messa a punto da John Doe che agiva in base ad uno schema, che permetteva la propria identificazione solo perché non era un disvelamento (uscita al di fuori del piano) ma una tappa (il fuori non era altro che una dimensione proiettata del dentro). Insomma, c’era il Kaiser Sauzee della situazione, colui che teneva le fila del film. L’indagine altro non era che il completamento del disegno criminale.
Anche in questo caso le indagini fanno parte del disegno, Zodiac cerca una ribalta pubblica e cerca di provocare l’indagine tramite le lettere ai giornali, i messaggi cifrati, le false attribuzioni. Ma l’assassino non è più onnipotente, non ha il controllo del racconto, ma la sua azione è solo una parte del caos. A volte non uccide, a volte viene visto, deve sparire, lascia delle tracce: è umano e per questo immerso nell’incontrollabilità del mondo, del caso, delle maglie della legge. Per questo è pi disturbante.
L’uomo nero non controlla più quello che accade nel film, ma solo l’involucro temporale degli eventi. Zodiac appare, e quindi c’è una connessione, zodiac tace due anni, allora tutto si perde nel nulla. Il film copre perlomeno 25 anni continuando a saltare, unendo eventi che non hanno legami apparenti ma solo l’ombra di Zodiac, che si ripercuote su tutte le cose.
Quindi, continue ellissi temporali che testimoniano la disconnessione degli eventi, uno non illumina l’altro, c’è solo giustapposizione.
Da un certo punto di vista c’è chi ha parlato di un Fincher più classico: in realtà il maggior controllo sul piano della forma (e tutte le scene di omicidio o quasi omicidio sono messe in scena davvero divinamente) è solo locale, ma globalmente non si è più nemmeno nel piano folle e schizofrenico di Fight Club, è semplicemente che non c’è un piano, né da parte dell’assassino, né da parte dei personaggi, né da parte dell’Io. Se questo sia classico o meno, vedete voi. Per me è solo una contrapposizione artificiale. È che quello che si può raccontare è solo una piccola ossessione di indagine, tanto piccola quanto destinata a voler vedere in faccia il colpevole e basta.
Per essere brevi, gran film
 
manu
Annunci

3 Comments

  1. anonimo
    Posted 22 maggio 2007 at 10:05 | Permalink | Rispondi

    Cosa cambia se a “più classico” si sostituisce “televisivo”? solo a me è sembrato piattissimo??…forse si, magari lo rivedo…

  2. anonimo
    Posted 22 maggio 2007 at 10:08 | Permalink | Rispondi

    Televisivo? Televisivo? Televisivo??? Dove, di grazia? In che senso?

  3. Posted 3 giugno 2007 at 14:57 | Permalink | Rispondi

    Scusate non mi ero accorto del post…

    Grande analisi, Manu.
    Condivido pienamente la distinzione tra uno stile localmente classico e uno globalmente postmoderno (per usare una brutta parola).
    “Il fallimento della detection” (bella definizione, mi sa che la farò mia) è secondo me il carattere fondamentale del thriller contemporaneo. “Memories of murder” ne è un po’ il manifesto e l’emblema.

    Ciaoo Rob

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: