Ratatouille di Brad Bird
 
 
(nelle sale italiane dal 19 ottobre)
 
Il primo pensiero è ai poveri animatori della saga più fastidiosa dell’animazione, quella di Shrek, che dopo aver visto Ratatouille potrebbero aver l’insopprimibile bisogno di andare per qualche tempo a intrecciare ceste di vimini sull’Appennino Tosco/Emiliano.
Ogni film della Pixar, e questo ancor di più, costringe a recuperare come termine critico la categoria di progresso. E quindi, novelli Auguste Comte, si rimane a bocca aperta a vedere come vengono risolti alcuni tra i problemi più grandi dell’animazione digitale: l’acqua, le espressioni umane ei personaggi pelosi.
A ciò si aggiungono la riproduzione di Parigi, protagonista di una delle sequenze più toccanti del film, la risalita dalle fogne al tetto del ratto Remy – che si chiude con veduta a volo d’uccello sulla città – e la resa quasi sinestesica del cibo – ingredienti e realizzazioni.
Tutto ciò per dire che davanti a Ratatouille si sta a bocca aperta per l’esperienza della visione che dà, quasi travolgente. È su questa sensazione di realismo cartoonesco che poi si muove l’amore per i personaggi. La morale della favola è quella del pesce fuor d’acqua, dell’intruso in un mondo che non è il suo, cioè del ratto Remy che vuole diventare un grande chef.
Un sogno che è ostacolato dal suo essere ratto, dalla sua famiglia – che mangia spazzatura e odia gli umani come tutti i ratti rispettabili.
A suo favore un grande talento olfattivo nel riconoscere gli ingredienti, e una fervida immaginazione che prende le forme del grande chef Gusteau, autore del best seller “Anyone can cook” che ha folgorato Remy sulla via di Parigi.
Remy è l’ambizione, il desiderio creativo, che deve trovare un corpo, uno strumento: lo trova nel giovane Linguini, sguattero senza ambizione e senza talento, che diventa il suo braccio: Remy trova un accordo con lui, gli si infila nel cappello e lo manovra come se fosse un automa.
Da qui sono innumerevoli le gag fisiche, dagli allenamenti per cucinare alle effettive realizzazioni, e altrettanti gli equivoci e i sospetti sull’improvviso talento di Linguini (odiato dal piccolo capo chef Skinner), e un sacco di roba.
Compreso il personaggio più bello, il critico culinario mortifero e elitario Anton Ego, che causò con una recensione negativa il decadimento di Gusteau, protagonista della più bella epifania che io ricordi al cinema nel momento in cui assaggia la ratatouille preparata da Remy: momento che suscita risate a crepapelle con la commozione negli occhi. Alla fine la morale è quella vecchiotta del “se ti ci metti con impegno, puoi raggiungere qualsiasi risultato” (Marty McFly,1985), anche se impossibile. Ma comunque fulminante.
L’unico difetto è forse l’abbondanza, troppa roba, troppi personaggi, troppa velocità, troppa perfezione, il punto di vista non sta mai fermi, si salta da una situazione all’altra, in una specie di voglia di mostrare che davvero “tutto quello che a noi della Pixar salta in mente, viene bene: quello che scriviamo e come lo realizziamo, tiè”. Ma è un difetto di abbondanza, quindi bene.
 
Una prece: organizziamoci in anticipo per salvare questo film dal patrocinio di Slow Food.
manu

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2 Comments

  1. Posted 5 luglio 2007 at 12:37 | Permalink | Rispondi

    te lo invidio. DIO quanto te lo invidio.

  2. anonimo
    Posted 5 luglio 2007 at 13:25 | Permalink | Rispondi

    ma porca…
    scusa, ma per noi comuni mortali (non per quelli “uno di noi che ce l’ha fatta”) quando esce?
    Fmc

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