Niente Venezia quest’anno.
 
Dispiace più a noi che a voi, ma nessuno di noi (o forse qualcuno per due o tre giorni, ma non si sa) potrà essere al Lido per il festival e per recensioni lampo e varie ed eventuali.
Si chiede scusa.
 
Per ovviare al problema, si parla in ritardo di
 
Fast Food Nation di Richard Linklater
 
 
Se Michael Moore è un furbacchione, lo stesso non si può dire di Linklater. Ingenuo, fresco frescone, fesso. A scelta, vanno bene più o meno tutti.
Ci crede, candido, ai volantini che scrive e alla capacità di inviare il messaggio che gli hamburger – di oggi, quelli globali – sono male. E sembra che ce la possa fare, fino ad un certo punto, fino a quando non gli esplode tra le mani la bomba Ethan Hawke.
 È proprio una questione di linearità del testo. La prima parte si incanala sui binari di un parallelismo tra vita degli immigrati clandestini messicani e l’indagine del capo della divisione marketing di una corporation di fast food (Greg Kinnear). Sono mostrate durezze, difficoltà, quotidianità con semplicità e pulizia di sguardo.
Poi arriva Ethan Hawke: che interpreta più o meno se stesso, cioè un reduce dagli anni novanta che protestava perché il mondo migliorasse imitando i propri padri e invita i giovani a imitare lui che imitava i propri padri. Un gioco di specchi che potrebbe essere interessante, se non fosse per il fatto che a Borges riuscivano meglio e che quello che si riflette sono frasi del tipo: “devi essere te stesso!”, “devi prendere in mano la tua vita!”, “sii spontaneo!”, “se migliori te stesso, migliorerai il mondo!”.
È come una mina di ovvietà sotto il sedere del film: a quel punto ci può stare anche che entri in scena Massimo Boldi nel ruolo di Hegel, e lo si accetta supinamente.
Si perdono i personaggi le vicende, la semplicità diventa banalità: si potrebbe dire che si è banali per parlare di un mondo banale, si è ignoranti per riflettere l’ignoranza del mondo – rappresentata dal cinismo di Bruce Willis, dall’ingenuità dei giovani ambientalisti e no global, dalla rassegnazione con cui i poveri accettano la loro vita.
Ma ci passano oceani tra il non volere racchiudere in una sintesi troppo stringente i rivoli narrativi e visivi, e avere un film che sbatte da ogni parte senza sapere dove andare. Ma è tutta colpa di Ethan Hawke: entra in scena e in quel momento sembra qualcuno sul set si metta a gridare:“Ehi, mi sono rollato cento canne con le ultime pagine dell’unica copia della sceneggiatura, ma non preoccupatevi, ho tutto stampato nel cervello”. Poi collassa a terra.
La denuncia quindi rimane superficiale, e non basta il pugno allo stomaco delle immagini del macello degli animali su musica struggente (a proposito, che pezzo è). È la famigerata “arma Coldplay”, detta anche l’ultimo rifugio delle canaglie. Hai delle immagini forti che “in sé” – questa affermazione è suscettibile di obiezioni, da trattare in separata sede – che potrebbero suscitare un senso “denso” e forti emozioni, ma per cercare il livello di coinvolgimento più basso, più facile, magari (Linklater non lo fa) per non sbagliare le si rallentano un po’ e si piazzano delle belle dissolvenzone a nero.
Ecco, rimandando questioni di morale, è proprio l’idea che si scelga la via più becera nel momento in cui si vuol dire qualcosa che ha qualcosa di sbagliato. Anche a livello di efficacia comunicativa.
 
Manu
 
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One Comment

  1. anonimo
    Posted 9 settembre 2007 at 20:23 | Permalink | Rispondi

    Peccato, il libro è bello… è un’inchiesta giornalistica serissima e raggelante.
    Per quanto riguarda E. H., istituire degli esami di ingresso per acquisire il merito di comparire su schermo? Magari, giuria popolare, con alla mano cassettate di verdura da lancio marcia col sasso dentro.
    Fer_Sid

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