CINQUE GIORNI, UN FESTIVAL

 parte prima: cous cous, mafia e chitarra

Cinque giorni al Lido. Cinque giorni per tracciare giudizi, tendenze, conferme e delusioni di un festival giunto ormai al suo settantacinquesimo compleanno. Tra le solite facce, le solite dichiarazioni, le solite promesse mancate, le solite aree riservate, i soliti divi, i soliti spritz, i soliti panini, si vedono tanti film, ogni tanto si vede del cinema. Che cosa resta, nel bene e nel male, di Venezia 64?

 

I’M NOT THERE, Todd Haynes

La musica e le molte vite di Bob Dylan, artista tanto complesso da essere letteralmente diviso in sei personaggi in cerca d’identità. Dopo aver presentato nel 2002 Lontano dal Paradiso, Todd Haynes ritorna al Lido con un film affascinante e delirante, ennesimo tassello della sua personalissima indagine sulla cultura pop non solo americana intrapreso con Velvet Goldmine. Con uno stile che passa dal documentario allo sperimentale passando attraverso il felliniano, che ben si addice al visionario creatore di Blonde On Blonde, Haynes ritrae la Storia e l’Artista in sei diversi momenti di un percorso tra i più avvincenti e travagliati, riuscendo a raccontare la verità attraverso l’invenzione, grazie anche a sei attori in stato di grazia, con una menzione speciale per l’androgina rivisitazione di Cate Blanchett. Così dal Woody cantastorie si arriva al fuorilegge Billy The Kid, passando per il cantante di protesta convertito al cristianesimo, il Giuda femmineo ed elettrico, l’attore famoso sull’orlo del divorzio, e il poeta Arthur (Rimbaud). Haynes ha inventiva e intelligenza, sperimenta e sorprende in ogni inquadratura. Ci parla sì di Bob Dylan, una delle più grandi figure di intellettuale che America abbia partorito, ma sullo sfondo, in un televisore, ci lascia intravedere le lotte per i diritti civili, il Vietnam, la controcultura, il Watergate. I’m Not There è un saggio sulla coerenza, le spinte e le scelte di una artista, fatto di cuore e di cinema da un artista quanto mai personale e originale. Grazie alla concessione dei diritti sulle canzoni, il film si avvale di una incredibile colonna sonora che snocciola classici e meno classici sia nell’interpretazione originale, sia in altre riviste e corrette da artisti del calibro di Calexico, Yo La Tengo, Sonic Youth, Stephen Malkmus, Antony & The Johnsons e tantissimi altri. Assolutamente da non perdere, nelle sale da oggi, anche se tagliato, pare, di dieci minuti.

 

IL DOLCE E L’AMARO, Andrea Porporati

Perché ancora una storia di Mafia? Cosa ci può interessare ancora nella vicenda di Saro Scordia, figlio d’arte mafiosa, il suo apprendistato a Cosa Nostra, l’affiliazione, gli omicidi, l’arresto? Al secondo film da regista, Porporati decide di portare su grande schermo uno degli argomenti più visti al cinema, talmente ben codificato e cristallizzato nell’immaginario comune da spaventare chiunque voglia evitare il dejà vu. Ma il regista, incurante della storia del cinema, decide di raccontarci le gesta di gangster casalinghi attraverso l’encomiabile sforzo di una “originale” ottica minimalista, lontana dall’epicità dei Coppola e dei De Palma. Però, per parlare del piccolo lavoro del piccolo mafioso, con la sua quotidianità, i suoi problemi e i suoi amori, trascura il fatto che un racconto sottotono, che lavora di sottrazione, evitando enfasi ed esagerazioni, deve trovare forza e vigore almeno in regia e sceneggiatura. Il Dolce e l’Amaro, invece, ha una struttura e una storia di una prevedibilità assoluta, perso com’è in macchiette e stereotipi quanto mai banali, confermando una volta di più come lo stile televisivo della fiction sia ormai entrato radicalmente nel dna di certo cinema nostrano. Il piattume desolante rende opaca anche la prova dei volenterosi attori, Luigi Lo Cascio nel ruolo del protagonista e Fabrizio Gifuni in quello del giudice, che tentano invano di risollevare un film inconsistente che si dimentica già nei titoli di coda, privo com’è di qualsiasi guizzo creativo, a meno che non si possa definire tale la scriteriata colonna sonora che ha l’ardire di scimmiottare (male) il peggiore Philip Glass (e del resto stiamo parlando di un film che si vuole “minimalista”…sic). Ovvi i riferimenti, dato l’argomento e addirittura alcune battute, a Quei Bravi Ragazzi di Scorsese, rimandi che paiono sfuggire solo a Porporati stesso.

 

LA GRAINE ET LE MULET, Abdellatif Kechiche

Il film che più di altri mette una seria ipoteca sul Leone d’Oro di quest’anno. Rivelatosi proprio a Venezia, dove nel 2001 si aggiudicò il premio per la miglior opera prima per Tutta Colpa di Voltaire, dopo il bellissimo La Schivata Kechiche firma forse il suo film più bello, denso e maturo. Storia di Slimani e della sua numerosa famiglia, ambientato tra le banchine del porto di Sète speziate di muggine e grani di cous cous (da cui il titolo originale), La Graine et le Mulet è una reale esperienza lunga due ore e mezza, in cui passioni, rapporti familiari e tensioni quotidiane sono messe in scena con straordinaria naturalezza e vitalità, attraverso uno stile al contempo fortemente realistico e altamente cinematografico, capace di parlare di multiculturalità, disoccupazione e danza del ventre con incredibile leggerezza e in una forma lontana anni luce dal cinema cosiddetto “equo e solidale”. Una lunga sinfonia di volti, gesti, sguardi e parole, tante parole, parole che provengono dal cuore e dall’anima e che esplodono con indicibile veemenza, a volte destabilizzando, a volte riannodando gli equilibri umani. Kechiche  dipinge il suo ritratto di una famiglia della moderna meticciata Francia affidandosi alla sua ormai consolidata bravura nel costruire scene molto lunghe, in cui le dinamiche dei personaggi e gli intrecci narrativi emergono da dialoghi quotidiani ed apparentemente banali, su tutte l’infinita ed emotivamente devastante sequenza finale. Accolto da venti minuti di applausi in sala grande con tanto di cast in lacrime. Bellissimo.

 

(1 – Continua)

Tom

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2 Comments

  1. anonimo
    Posted 8 settembre 2007 at 17:21 | Permalink | Rispondi

    Pur non avendo visto il film a Venezia, non mi stupisce affatto che sia, Kechiche, il super favorito, vista poi la pochezza del cartellone di quest’anno. Ci vuole un bel coraggio poi(quello di Muller) nel continuare a difendere un festival che sembra, anno dopo anno, la brutta copia di Cannes.
    Voi che ne pensate?

    Tutta colpa di Voltaire e La schivata sono bei film ma, a mio modesto parere, riusciti a metà; non vanno molto in profondità.
    Insomma, in Francia, ne escono a decine di film così(che in Italia è già un miracolo se escono a nolo). Sto giro ha centrato il bersaglio o gli ha girato intorno come al solito?

    Con affetto.xxx

  2. Posted 14 settembre 2007 at 19:09 | Permalink | Rispondi

    Haynes mi ha ricordato (come immagino a molti, ad es. il critico di Variety) un’opera cubista. Benché la mia conoscenza di vita e opere di Dylan fosse in alcuni momenti sotto il livello richiesto dal film (ad es. non avevo capito a chi si ispirava Coco, cioé Edie Sedgwick) me lo sono goduto comunque sia sul piano visivo che su quello musicale. Mi ha colpito soprattutto l’originalità del progetto. Haynes aveva di fronte una vicenda artistica e umana complessa per radici e ispirazioni, piena di scelte impreviste e di svolte drammatiche. In più, Dylan è assolutamente incagabile (come ricorda la prima scena del film). Haynes ha semplicemente “parallelizzato” il personaggio, come se stesse mixando sei diverse tracce musicali. Di più, lo ha dissolto in componenti-base: vediamo spezzoni di biografia, ma anche percorsi che “per analogia” ci rappresentano la sua poetica. Insomma, Haynes se ne è bellamente fregato delle convenzioni del genere biografico (sia nella versione “romanzata” che in quella costruita su documenti originali). Ha creato un ritratto di Dylan, appunto, “cubista” per la simultaneità dei piani di lettura e per l’eterogeneità del materiale (oltre alle sei linee narrative, anche le immagini televisive e la stampa) e degli stili.
    Ho visto di recente “Una storia americana”, un’altra opera che – mi pare – scardina le basi stesse del genere di riferimento. E’ un documentario, un oggetto che – viene spontaneo supporre – deve in qualche maniera intrattenere un rapporto “stretto” con la realtà, analogamente alla biografia. Questo invece documenta la progressiva produzione di realtà parallele, incompatibili o incommensurabili ma compresenti, centrate sulla stessa vicenda ma alimentate da fonti e processi diversi (odi e affetti famigliari, strategie difensive, sentenze, testimonianze, semplice “vox populi” e filmini / registrazioni dal vivo di dialoghi famigliari, appunto quello che si potrebbe spacciare per “materiale vero”).
    Non so, mi sembrano due modi originali di studiare e strutturare il rapporto tra narrazione e documento

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