CINQUE GIORNI, UN FESTIVAL

 

parte seconda: sommersi e salvati

Mancano poche ore alla fine, la cerimonia di premiazione incalza, molti sono i film di cui parlare, e di cui magari si scriverà in maniera più approfondita all’uscita sui nostri schermi. La domanda è sempre quella: che cosa resta, nel bene e nel male, del concorso di Venezia 64?

 

THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES BY THE COWARD ROBERT FORD, Andrew Dominik

Le ultime settimane, giorni, minuti di vita del bandito Jesse James e della sua ombra. Questi sono gli ingredienti di un film che mette in scena ancora una volta lo scontro tra il Mito e la Realtà, la Storia e la Leggenda. Alla sua seconda prova dopo il bel Chopper, Dominik sorprende con un western quanto mai astratto e autoriale, condito dalle musiche di Nick Cave (che appare anche in un gustoso cameo), fatto di silenzi e sguardi, qualche luce, ma soprattutto molte ombre, l’ombra di un passato che non esiste più, quella di un futuro carico di presagi mortiferi, l’ombra di un uomini che vogliono un loro posto nella Storia. Un film dalla genesi tortuosa, finito di girare due anni fa, bloccato dai produttori, spaventati forse dall’evidente anti-spettacolarità (due sparatorie in 155 minuti), in cui convince Casey Affleck nel ruolo del “codardo” uccisore, ma soprattutto convince Brad Pitt, un Jesse James paranoico e funereo, capace di terrorizzare con una sola occhiata.

 

THE DARJEELING LIMITED, Wes Anderson

Tre fratelli, l’India, un set di valige. Questi sono gli elementi del nuovo, attesissimo lavoro di Wes Anderson. Introdotto dal delizioso prologo Hotel Chevalier, il film è un’ulteriore tappa del surreale percorso artistico del regista texano, in cui i consueti temi della famiglia, della ricerca del genitore (in questo caso mamma Angelica Huston) si intrecciano ad un umorismo quanto mai lunare e a momenti di grande intensità emotiva. Anderson è uno dei pochi autori statunitensi ad aver creato sullo schermo film dopo film, un vero e proprio piccolo mondo, fatto di colori, vestiti, canzoni e oggetti, reali co-protagonisti della storia ed originale innesco di situazioni comiche o commoventi. The Darjeeling Limited non ha la libertà formale di Steve Zissou, ma si conferma comunque opera di tale intelligenza e leggerezza da far impallidire gli altri bolsi film del concorso. Musiche tratte dalle colonne sonore di Satyajit Ray e una straordinaria canzone-tormentone ovvero “Where do you go my lovely” di Peter Sarstedt. Alcuni critici altolocati(?) hanno definito i tre protagonisti Brody-Wilson-Schwartzman come gli AldoGiovanni&Giacomo americani…questo la dice lunga sulla critica italiana…che tristezza.

 

E dopo le note liete…

 

IN THE VALLEY OF ELAH, Paul Haggis

Paul Haggis è il regista/sceneggiatore più sopravvalutato del decennio, secondo forse solo al giurato Inarritu. Alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dimostra la sua incapacità non solo registica, ma anche di scrittura, facendoci sorgere il dubbio di essere solo un buon adattatore di testi preesistenti (vedi Eastwood) in seria difficoltà su soggetti originali. Dopo il temibile Crash ci propina un polpettone in chiave thriller su un padre alla ricerca del figlio scomparso reduce dall’Iraq. Tra riferimenti biblici, bandiere a stelle e strisce che sventolano, Davide e Golia (che metaforona..), Haggis mette in scena uno spaccato quanto mai conciliante dell’America post 11 settembre che tenta di accontentare tutti, dai marines ai contestatori della guerra, raccontato con tono pedante e predicatorio. Spiace vedere un immenso Tommy Lee Jones calato in questo pattume retorico e prevedibile. Il pubblico, comunque, applaude…

 

IT’S A FREE WORLD…, Ken Loach

L’unica novità del nuovo film di Loach è che al centro della vicenda ci sono prettamente lavoratori dell’Europa dell’est, mai usati in precedenza dal regista inglese. Per il resto questa storia di una ragazza che avvia una società di lavoro precario non desta la minima sorpresa, arrivando al finale nella più totale prevedibilità. Qualcuno noterà che per la prima volta la protagonista della vicenda è una sfruttatrice e non una sfruttata, ma ciò non basta per alzare il livello di un film à la Loach uguale a tutti gli altri film di Loach, la cui banalità fa perdere di vista completamente l’atto d’accusa di partenza. Che sia arrivato il momento per il pur volenteroso Ken di entrare in politica e di abbandonare definitivamente la macchina da presa?

 

(2 – fine)

 

Tom

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8 Comments

  1. anonimo
    Posted 8 settembre 2007 at 17:25 | Permalink | Rispondi

    Per quel che mi riguarda, Sixteen è l’ultimo film decente di Loach.
    E’ da anni che dovrebbe darsi alla politica attivamente.Pienamente d’accordo!

    Nel prossimo film chi prenderà sotto la sua ala prottettiva-sociale-denuncia-e ora basta!-…?
    L’ Alitalia? Calciopoli? I bambini cinesi? I rom? Io?
    mah…
    xxx

  2. anonimo
    Posted 9 settembre 2007 at 09:55 | Permalink | Rispondi

    The Darjeeling limited a mio avviso vola invece piuttosto basso. E’ vero, Anderson crea mondi, ma in questo caso più che altro crea situazioni, siparietti. Sarebbe quasi ingiusto andare a cercare una struttura in un film che non sembra desiderarne una, e sapendo che il regista questa -vedi i Tenembaum – la saprebbe creare e pure bene. Qui pare proprio che Anderson si sia accontentato di un formidabile trio di facce (Wilson-Brody-Shwartzman) con la garanzia che con queste avrebbe comunque servito un piatto gradevole alla platea. Così è stato e la platea veneziana era alquanto ben disposta ad accogliere bene più o meno tutto quel che accadeva sullo schermo, si trattasse di ammiccamenti continui (“oh guarda con che faccia corre Bill Murrey!”), di autorialità un po’ così (sempre Bill Murrey che entra e esce in un istante: il deus ex machina ha deciso che lui non è di questo film – o forse doveva girare uno spot in Giappone e c’erano altre traduzioni etnoveneziane in cui smarrirsi. E vabbè), di richiami per affezionati (“Ah, ecco di nuovo Angelica Huston. Ammazza che faccia potente”), di India prêt-à-porter (sì ok, pannelli dipinti e Satyajit Raj. Però suvvia, il villaggio dei poveri bambini e dei buoni sentimenti era decisamente troppo), di autocitazioni pigre (e il rallenty, e la zoomata, e la musica ricorrente, e gli anni ’60 tra acustico e Maharishi).
    Ciò detto, lo si guarda volentieri. Ma si poteva fare talmente tanto di più che resta l’amaro in bocca e anche un po’ di noia. E un pochino si pensa che è tutta fuffa speziata.

  3. anonimo
    Posted 10 settembre 2007 at 15:24 | Permalink | Rispondi

    murray, per dio, murray, non murrey.

  4. Posted 10 settembre 2007 at 20:38 | Permalink | Rispondi

    AldoGiovanni&Giacomo?! alla frutta.

  5. Posted 11 settembre 2007 at 12:41 | Permalink | Rispondi

    Ma in Hotel Chevalier si vede Natalie Portman nuda o e’ di nuovo una controfigura?

    (voglio troppo un film di Ken Loach su Calciopoli – anche se pure un trattamento Michael Moore su Moggi sarebbe divertente)

  6. Posted 11 settembre 2007 at 20:13 | Permalink | Rispondi

    “Il vento che accarezza l’erba” è stato uno dei migliori film della scorsa stagione. Non siate così cattivi con Loach.

  7. anonimo
    Posted 12 settembre 2007 at 15:37 | Permalink | Rispondi

    murray, spellai male, chiedo venia

  8. Posted 28 settembre 2007 at 08:53 | Permalink | Rispondi

    il film di dominik è quello che attendo di più e spero vivamente in echi malickiani…

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