4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, di Cristian Mungiu, Romania 2007

La storia è programmaticamente drammatica: una giovane ragazza, negli ultimi anni della dittatura di Ceausescu in Romania, decide di abortire. Con l’aiuto della sua compagna di stanza allo studentato trova un dottore connivente, che però chiede come compenso di andare a letto con entrambe le ragazze.
Ma, stavolta è il caso di dirlo, Mungiu fa un lavoro perfetto. Da tempo non si vedeva un film così duro e rigoroso, anche dal punto di vista stilistico, senza avere l’impressione di trovarsi di fronte al compitino da festival. Il regista non concede nulla allo spettatore, e d’altro canto decide cosa risparmiargli e cosa no: e non c’è una decisione sbagliata, compresa la tantodiscussainquadratura del feto espulso dalla giovane Gabita sul pavimento del bagno di una stanza d’albergo.
Giocando semplicemente sulla composizione del quadro, Mungiu riesce ad amplificare in maniera antiretorica il senso di tristezza, solitudine e angoscia vissuto dalle due ragazze. Inoltre non si siede su un eventuale sviluppo del rapporto tra le due: niente scene madri di conciliazione "sororale", ma una coscienza continua di una situazione difficile nella quale Otilia viene coinvolta quasi suo malgrado, trovandosi a fare da madre alla compagna di stanza, e subendo fisicamente anche lei le conseguenze di quello che è accaduto a Gabi.
Macchina da presa spesso fissa, un modo di mettere in scena che raggiunge l’apice nella splendida scena del pranzo, in cui vediamo Otilia al tavolo dei genitori del suo ragazzo, in occasione di una cena di compleanno, letteralmente schiacciata ai lati dagli altri commensali, ottusa dai discorsi che vengono fatti, col pensiero all’amica nella camera d’albergo, in un montaggio alternato in realtà mai risolto.
Crudo, asciutto e necessario.

Fra

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5 Comments

  1. anonimo
    Posted 16 settembre 2007 at 20:00 | Permalink | Rispondi

    concordo completamente. mi ha molto impressionato il fatto che – benché il film non abbia un’esplicita connotazione “politica” – trasmette fisicamente l’oppressione del potere, sia nelle manifestazioni più esplicite e dirette (sistema di regole, divieti e punizioni) sia attraverso i suoi sottoprodotti, come l’uomo che pratica l’aborto, il mercato nero, le tecniche di sopravvivenza a cui un po’ tutti ricorrono. In questo senso il film mi sembra in realtà politico nella sua struttura profonda, tanto quanto appare centrato sul “personale” nella vicenda narrata
    Dust

  2. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 10:08 | Permalink | Rispondi

    Non vorrei ricordare male ma la scena della cena è un lungo piano sequenza senza stacchi di montaggio.
    Il che naturalmente contribuisce al senso di oppressione.
    Un tour de force di improvvisazione (immagino) anche per gli attori, puttosto notevole

  3. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 10:22 | Permalink | Rispondi

    In effetti non ci sono stacchi nella scena del pranzo. Perlomeno non di luogo. L’amica che rimane nella camera d’albergo non si vede per un bel pezzo.

  4. DottorCarlo
    Posted 19 settembre 2007 at 10:33 | Permalink | Rispondi

    Credo sia infatti a questo che intendeva rivolgersi Francesco dicendo “montaggio alternato in realtà mai risolto”: si vede che Otilia pensa all’amica in albergo, tutto di lei è intensamente proiettato là, tanto intensamente che appunto la coscienza dello spettatore si divide in un ipotetico montaggio alternato…

    Gran bel film, decisamente.
    Anno cominciato bene.

  5. Posted 19 settembre 2007 at 13:49 | Permalink | Rispondi

    è vero. l’effetto è creato da un doppio elemento di costrizione: formale (l’inquadratura) e psicologico (il contrasto tra l’occasione “sociale”, del tutto inessenziale dal punto di vista della ragazza ma a cui si è impegnata a partecipare, e il suo tormento interiore, l’urgenza che la spinge altrove). scelta formale e narrazione sono quindi profondamente integrate e coerenti

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