Venezia a Milano a casaccio
Quest’anno oltre a non essere a Venezia mi sono trovato rinchiuso in una miniera di carbone durante le proiezioni a Milano. I film che mi interessavano o non c’erano, o io ero in miniera, o uscito dalla miniera non avevo voglia mezza. Quindi visioni completamente a casaccio.
Non pensarci di Gianni Zanasi
 
Da Venezia giungevano voci non controllate che fosse l’unico film italiano decente proiettato, lasciato fuori dal concorso perché senza distributore. Ora il distributore ce l’ha e prima o poi uscirà nelle sale.
Mastrandrea, il romagnolo meno credibile della storia, ma per fortuna non ci prova nemmeno a mettersi nel registro della credibilità, da Roma torna nella natia Rimini (o giù di lì) in crisi nera perché la sua ragazza lo ha tradito con Gabriellini e perché non riesce a ricomporre nulla.
Quindi, da alterna metropolitano si ritrova sperso nella vita di famiglia e di provincia, probabilmente ancora più fuori luogo di quando se n’era andato: la fabbrica di famiglia in crisi, il fratello sbroccato, la famglia presa da confessioni inutili e dannose di segreti tenuti per anni.
Divertente, anche perché Mastrandrea è assolutamente in parte nell’alieno che ritorna sul pianeta natale è scopre che tutto è cambiato perché tutto resti uguale. Lui che applica griglie di lettura sbagliate, che prova a cercare di far fuggire i nipoti, che si trova a prendersi delle responsabilità che non si è mai voluto prendere e che, soprattutto, nessuno gli voleva dare. In questo emergono anche dei tratti soffocanti che danno anche una profondità al ritratto.
Forse il tutto mostra la corda quando si arriva alla necessità di giustificare “psicologicamente” le azioni, quando si pone la necessità di una riflessione sul “verosimile” sia a livello di narrazione – di sceneggiatura, tocca approfondire i personaggi – sia a livello di comicità – si fa ridere ma si fa anche pensare, lo slogan più devastante degli ultimi vent’anni, pari solo al “Sii te stesso, sii spontaneo”. Su tutti la crisi di Battiston (cui devono dare qualche altro ruolo rispetto al ciccio ingenuo dal cuore d’oro) che viene risolta da una prostituta dal cuore d’oro che si fa sedurre dal bambino che è in lui. Insomma, si passa da una buona schematizzazione a pessimi sociologismi Ma alla fine sono peccati veniali: l’affresco generale funziona, che mostra un mondo sempre uguale non toccato dalle azioni annoiate dei personaggi.
Forse il ritorno straniato nella provincia può essere una soluzione per la commedia italiana degli ultimi anni: basta stronzi che trovano la pace con se stessi in casolari ristrutturati, con la provincia vista come eden lontano dallo stress metropolitano, e invece guardare alle contraddizioni si un mondo fintamente sempre uguale. Era così per Texas di Paravidino, che peccava di eccessiva ambizione e non di mancanza di spunti e, in parte, nella prospettiva (esattamente opposta a quella del personaggio di Mastrandrea) di Caterina va in città. La prova è forse l’orrido Provincia meccanica, programmatico fin dal titolo, in possesso di una tesi talmente stracca che Emilia Paranoica diventava un testo di Simmel, che denuncia le mancanze strutturali di ciò che è programmatico nel cinema italiano, non perché non si possano fare dei film a tesi, ma perché la forza intellettuale del cinema italico di oggi non permette queste soluzioni.
 
 
Staub (Dust) di Hartmut Bitomsky
 
Solo un tedesco – e mi scuso per l’ipotesi genius loci – che si chiama Hartmut Bitomsky poteva fare un documentario sulla polvere nella vita umana e nel mondo di oggi. Ma soprattutto farlo in questo modo: prendendo tutti gli aspetti, intervistando a lungo scienziati, artisti che usano la polvere, produttori di aspirapolvere, maniaci della pulizia, matematici e affini, ogni tanto intervallati da una voice over da Tramonto dell’occidente  che ricorda la centralità dell’infinitamente piccolo e il caos che domina l’esistenza umana. Il che è affascinante, in un certo qual modo.
Riassumibile in “Polvere sei e polvere ritornerai”, una visione estenuante tranne per il momento di giovialità la pazza che colleziona, cataloga e definisce, i “gatti” (non conosco il termine italiano esatto, forse lanugini), cioè i grumi di polvere che si formano soprattutto sotto il letto e che continuano ad apparire dopo che hai lavato casa tua per ore.
 
Bianciardi! di Massimo Coppola
 
Documentario toccante sullo scrittore grossetano dagli inizi, al successo della Vita Agra, alla parabola discendente che lo portò alla morte. Didattico senza mai essere didascalico, diretto, informativo nel senso buono del termine, con un ottimo utilizzo del materiale di repertorio e delle belle interviste a coloro che lo conobbero. Anche la scelta del bianco e nero, e la fotografia “bruciata” si integrano alla perfezione con il progetto generale di una narrazione senza fronzoli (perfettamente cronologica) che tocca tutti i punti, anche i più bui, della biografia di Bianciardi. Consigliato a tutti i fan, come lo scrivente, de la Vita Agra e dello scrittore in genere, ma pure a tutti gli altri.
Riflessione a latere che non c’entra nulla con il documentario, ma più generale: per quanto la vita sia agra tutt’ora, forse a quarant’anni di distanza le forme della critica all’alienazione – che è un universale o giù di lì – dovrebbero trovare delle forme particolari diverse. La vita agra rimarrà sempre, fare La vita agra 40 anni dopo non ha molto senso. Ma ciò non c’entra molto col film.
 
Sleuth di Kenneth Branagh
 
Remake dell’ultimo film di Joseph Leo Mankiewicz, tra i registi più sottovalutati della storia del cinema, ispirato dalla commedia di Anthony Shaffer, ma sceneggiato (quest’ultimo) da Harold Pinter che esplicita ed evidenzia la tensione omosessuale tra i due. Bello, teso, teatrale ma meraviglioso, da vedere in lingua originale per non perdersi la recitazione di Jude Law e Michael Caine (si tratta sempre di un dialogo tra due personaggi soli che dura per un’ora e mezza, se si perde il recitare si perde molto del gusto). Michael Caine, protagonista anche che del primo, cambia ruolo – nel primo faceva Milo, il parrucchiere working class, ora fa il ricco scrittore – ma è sempre meraviglioso. Sicuramente da analizzare a fondo per la riflessione sull’inganno e la recitazione, sia per il funzionamento del testo (nessuno mai dice la verità su quello che è e quello che fa), sia per i rimandi extratestuali (Caine che cambia ruolo, Jude Law che ha fatto il remake di Alfie).
In più, Jude Law omosessuale seducente farebbe cedere anche il più incallito abbonato di Fox Uomo.
manu
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5 Comments

  1. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 11:19 | Permalink | Rispondi

    dottor marchesi, ma quanto è fico

  2. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 17:06 | Permalink | Rispondi

    non è strano che nello stesso anno siano usciti due film che in qualche modo guardano a Sleuth?
    Anche The prestige doveva qualcosa a Mankiewicz, e non per niente anche lì c’era Michael Caine.

  3. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 18:18 | Permalink | Rispondi

    com’era la miniera allora?
    c.

  4. anonimo
    Posted 18 settembre 2007 at 18:27 | Permalink | Rispondi

    Ne ho viste di peggiori.
    manu

  5. anonimo
    Posted 19 settembre 2007 at 17:05 | Permalink | Rispondi

    SLEUTH
    Lo struscio di Jude Law sul petto di Michael Caine è da manuale, convincerebbe me te e lui e tutti gli abbonati di Men’s Health (ah beh, quelli convinti già lo erano) e quelli di Tette e Poppe. La recitazione ottima, Jude è tamarro con grazia e Michael è cockney with a (posh) twist. Il teatrale sbattuto in faccia funziona, l’abuso di visioni filtrate dai sistemi di sicurezza (pericolosissimo) non stucca nemmeno troppo. Bel film, non eccezionale ma piacevole. Stupendo il detective che detecta con un accento improbabile e che pare uscito da 1974 di David Peace.

    E se mi posso permettere
    LA GRAINE ET LE MOULET
    I dialoghi dei personaggi di Kechiche sono l’antitesi – o meglio la dimostrazione che un altro mondo è possibile – dei dialoghi di quelli di Muccino (pre States, almeno). Non che Muccino salti alla mente guardando Kechiche, ma purtroppo accade quando stai per scrivere “dialoghi congestionati”. Quindi, excursus a parte, film bello, intenso, più maturo della Schivata, dolente quanto può esserlo il viso del protagonista Slimane (Habib Boufares), terribilmente ansiogeno nella lunga mezzora finale. SPOILER che un motorino e una cuscussiera possano in un film creare tante emozioni è una cosa che fa piacevolmente riflettere.
    E che voglia di couscous al pesce
    Holly

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