Il buio nell’anima di Neil Jordan
 
Criticare un film perché fascista non porta molto lontano, oltre a fare parecchio anni 70. Pure 2001, se non sbaglio, fu accusato di fascismo, ma poi uno vede Novecento e capisce che in quegli anni le idee su cosa era stato il fascismo erano abbastanza confuse, tra psicanalisi e dialettiche dell’illuminismo. La connessione viene in mente perché tutte le recensioni di questa terra (italica) parlano di Giustiziere della notte in gonnella, tranne i più raffinati (stessa Jodie Foster compresa) che parlano di Cane di Paglia, quindi aver a che fare con un presunto e indefinito fascismo della pellicola sembra necessario.
In realtà, non c’è nulla di male nel mettere in scena una giustizia privata che diventa vendetta, ossessione per arrivare allo sterminio. Quello che infastidice sono i mezzucci con cui la scelta non si pone come ambigua, sofferta, o una vera e propria scelta morale da cui non si può tornare indietro. Innanzitutto, il montaggio alternato sul corpo di Jodie Foster martoriato dalla ferite infertele dai “balordi” (che sono definiti semplicemente come gggiovani balordi, come in un film di Bronson) e il corpo amato da Sahid. Poi i montati musicali sui bagliori di autocoscienza del tipo, ehi, ho appena ucciso un uomo, ma poi vago sofferente per la città per capire che non mi appartiene più ma è un organismo che mi rigetta, è cambiata e non la capisco, forse ho sbagliato, però ho ancora amore e razionalità, e soffro,e adoro ancora la città, tanto che faccia un programma radiofonico su di essa, ma ora è cambiata ma non so ma aspetta, c’è un balordo che ha rubato un i pod, aspetta che gli ficco una pallottola in fronte.
Tutto è giustificato in nome di una profondità interiore solo detta e mai esplicitata. Quindi deteriore, noioso alla morte, e con Jodie Foster che invecchiando sembra tornare alla pubblicità della Coppertone.
 
 
Michael Clayton di Tony Gilroy
 
Come Il buio nell’anima è un buon esempio di fraintendimento di cosa dovrebbe essere il cinema civile, non per quello che dice, ma per come lo dice, Michael Clayton si siede proprio nel mezzo del genere. Costruito attorno a Clooney, posato, esplicativo, racconatato di modo che la trama, gli avvenimenti e la tesi siano veramente a prova di imbecille, il film ha un passolento ma stringente, nella parabola personal-politica del personaggio. La somiglianza che mi è venuta in mente è quella con The Weather Man con Nicholas Cage: in quest’ultimo si tratta del racconto di un’impotenza esistenziale, con pochi e non decisivi riscatti, qua si tratta di una connivenza politica, che non si sa se e quando verrà riscattata. Michael Clayton è lo “spazzino” di un enorme studio di avvocati che comincia ad avere dei dubbi nel momento in cui deve risolvere delle grane in una causa di multinazionale contro comuni cittadini danneggiati. È un mediocre (giocatore, divorziato, amorale) abile solo nel trafficare: la cosa buona è che la presa di coscienza è presentata in modo credibile: l’unica possibile reazione a un cerchio che si stringe sempre di più, e non una profonda meditazione su ciò che succede nel mondo (cfr. Il buio nell’anima). Unici difetti: affettazione che sembra mancanza di personalità nella messa in scena, e bizzarra concezione della suspense nelle (poche) scene di azione pura. Un errore concettuale tanto grosso da sembrare fatto apposta. E forse lo è (parlo, per chi ha visto il film, della ripresa a metà film dell’esplosione iniziale).
 
 
Angel – la vita, il romanzo di François Ozon
 
Ozon ha probabilmente il più grosso budget della sua carriera e lo toppa clamorosamente (15 milioni di euro spesi, 1 di incassi in Francia). Il film è la storia di Angel, giovane di estrazione piccolo borghese, che, grazie alla sua fervida immaginazione riesce a diventare una grande scrittrice di romanzi rosa e a vivere una vita che è un calco di quella delle sue eroine di carta (ricchezza fasto e ammiratori, amore doloroso e infelice, lui villain perfetto, tanto affascinante quanto stronzo, accenno a storia lesbo, figli illegittimi e figli mai nati, pene d’amor fatali ecc ecc.).
Quindi un’operazione di secondo grado: nel senso che si prendono tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi possibili e li si mettono in scena, ritagliandolo addosso a Romola Garai, che interpreta un personaggio volitivo, rozzo, arrogante, pieno di amore letterario e banalmente senza amore nella vita.
Ma a chi interessa una riflessione di secondo grado su un personaggio del genere, su una forma del melodramma presa pari pari dal dizionario dei luoghi comuni e degli stereotipi? Usare il registro dell’ironia sarebbe sparare sulla croce rossa, e pure in ritardo di una quarantina d’anni. Ci vorrebbe la capacità di essere sottili, ma Ozon non l’ha mai dimostrata – si veda Sitcom. Lui è un carnale che sfocia sul grottesco della commedia umana (nel bene e nel male), e non un fine dicitore.
Quindi l’operazione di secondo grado diventa un letale mix tra ironia smozzicata e fascinazione per il mondo rappresentato. A parte alcune citazioni (visive) da Via col vento, non rimangono due ore che fuori dall’intenzione ironica declamavano a ogni inquadratura il fascino per un personaggio tanto rozzo quanto vitale, tanto eccessivo quanto inutile, e poi i ricchi vestiti, le eleganti ville, il kitsch ovunque. Quindi la noiosa dichiarazione di un piacere colpevole, oscillante tra seduzione malcelata e critica mai graffiante. 
 
manu
 
 
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7 Comments

  1. Posted 9 ottobre 2007 at 17:53 | Permalink | Rispondi

    Io ho ci andrei piano a dire che Michael Clayton è a prova d’imbecille, giusto per la mia esperienza di pubblico imbecille: ricordo per esempio ragazzine assolutamente annichilite dal montaggio del primo tempo di Ocean 13. Negli ultimi anni c’è una tendenza a serrare i tempi e a saltare i passaggi che lascia un po’ indietro, secondo me, lo spettatore occasionale italiano. Michael Clayton non è così difficile da seguire, ma nemmeno semplicissimo.

    Mettere l’esplosione all’inizio, più che un errore, mi sembra una bella sfida al manuale di Suspense For Dummies: a me è piaciuto, insomma.

  2. Posted 9 ottobre 2007 at 17:54 | Permalink | Rispondi

    (Insomma: sfida qualche convenzione di genere, e non vuole essere complicato a tutti i costi. Io apprezzo entrambe le cose).

  3. anonimo
    Posted 9 ottobre 2007 at 18:58 | Permalink | Rispondi

    Sono fondamentalmente d’accordo con te. Due appunti: sulla diseducazione alla comprensione dell’audiovisivo in genere in Italia ci sarebbero da scrivere volumi. Mi viene in mente Boris – la serie tv – e il tipo “non fate robe politiche, tipo i carrelli, che poi la gente non capisce, e ce lo rimandano indietro. Smarmelliamo, campo controcampo e luci piatte che si vede tutto”.
    Non è un male che sia posato e esplicativo, anzi. E’ una differenza rispetto all’usuale effetto caciara, ed è da apprezzare.
    Per la questione della suspense, io mi riferivo alla ripetizione della scena iniziale, che a livello di suspense non aggiunge nulla (sappiamo qual è la minaccia, e sappiamo che lui se la caverà, anche se lui non sa), quindi mi è sembrata un pochino estesa, dal punto di vista ritmico.
    Che poi sia una chiave dal punto di vista narrativo, nel senso che si svelano le identità dei cacciatori e dei cacciati, dei due antagonisti, qual è la posta in palio e quali sono le armi, è un altro discorso.

    manu

  4. Posted 16 ottobre 2007 at 15:20 | Permalink | Rispondi

    Secondo me la suspence, per l’appunto, non era ricercata.
    Per il resto, anche se il film mi è piaciuto, mi pare sia un po’ troppo lento, specie nella prima parte. Non sono un amante delle “caciare” o delle azioni mozzafiato a tutti i costi, tuttavia mi sembra che il tentativo di combinare il film civile con la detection, o forse meglio il thriller (secondo alcuni stilemi del cinema contemporaneo) non sia perfettamente riuscito. Va apprezzato molto per l’intento; ma forse, non so, potrebbe anche essere un problema di sceneggiatura: se da una parte i tempi lunghi rendono più verosimile la presa di coscienza del protagonista, d’altra parte inficiano la riuscita complessiva del film.

    Carlo

  5. anonimo
    Posted 17 ottobre 2007 at 19:00 | Permalink | Rispondi

    Alla fine mi sembra che tutti siamo più o meno d’accordo.
    Anche se i voti vogliono dire poco, direi un 6,5.
    Quasi imperdonabile, me l’ha ricordato fede, la presenza dei tre destieri nello snondo narrativo/momento della tragedia/momento della poesia.
    manu

  6. anonimo
    Posted 4 novembre 2007 at 02:22 | Permalink | Rispondi

    Sarà un caso, ma questa cosa della narrazione serrata e faticosa a seguirsi accompagna fantomaticamente l’ultimo clooney, da syriana a good night, good luck, a good german. A me infastidisce l’evidente volontà di trasmettere un dato messaggio, sembra (O.T.) di leggere un libro dei wuming dopo aver letto i manifesti di luther blissett…
    Poi ‘sto film non l’ho mica visto, sennò che cialtrone sarei?
    f_sid

  7. secondavisione
    Posted 10 novembre 2007 at 01:07 | Permalink | Rispondi

    http://secon[..] Spiegatemi tutto. E subito C’è una cosa che mi fa arrabbiare più di altre, quando vado al cinema negli ultimi anni. Che ti spiegano tutto, nei film. In ogni modo. E tu ti senti idiota. Le prime volte l’ho notato nei film italiani: i perso [..]

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