Spiegatemi tutto. E subito

C’è una cosa che mi fa arrabbiare più di altre, quando vado al cinema negli ultimi anni.
Che ti spiegano tutto, nei film. In ogni modo. E tu ti senti idiota.
Le prime volte l’ho notato nei film italiani: i personaggi dicevano sempre qualche battuta in più del dovuto, rivolgevano parole direttamente a noi in sala. Ma non per interpellarci, no. Per assisterci nella comprensione della trama, emotiva e fattuale, del film.
E ho pensato: "E’ la diffusa insicurezza dei registi italiani." Mi sono spesso immaginato registi e sceneggiatori che si mordono le unghie e pensano: "Ma sarà stato chiaro che lui ha fatto questo per quel motivo?", oppure: "Avrò mostrato abbastanza che…", eccetera.
Poi mi sono reso conto che la questione è diffusa. Prendiamo un film come Michael Clayton. Immaginiamo, per giocare, a cosa un film del genere potrebbe corrispondere in altri decenni. Qualcuno ha tirato fuori Il Verdetto. Ma, come ha detto Manu, Michael Clayton è a prova di idiota. Nel Verdetto ci sono quanto meno delle ellissi di qualche tipo. Senza arrivare alla complessità, sempre per muoverci intorno al genere, del Grande sonno o del Mistero del falco.
Adesso, no. Tutto dev’essere spiegato per filo e per segno, si deve capire tutto, tutto dev’essere non solo perfettamente facile da seguire, ma favorire in ogni modo l’attenzione.

Mi chiedo perché, cosa stia succedendo, da dove derivi questa cosa. (Non mi chiedo se abbia avuto le traveggole nel notare questa tendenza, dovrei?)
Sulle prime ho pensato alla forma narrativa televisiva, una forma di comunicazione che, soprattutto se non narrativa, basa tutto sulla simultaneità e sulla continuità. (Almeno, per quello che era la televisione.)
Poi ho pensato a serie come Lost e Prison Break, e a quello che me ne hanno detto, visto che di serie praticamente non ne vedo (e dovrei, invece). Lì lo spettatore viene stimolato, non sempre a livelli sopraffini. Addirittura, a volte, penso a quello che mi hanno detto di Lost, dove pare che l’accumulo di ellissi e i "maneggiamenti temporali" diventino essi stessi materia narrativa, e non un modo per raccontare.
Ma ovviamente il pubblico di una serie è diverso da quello della televisione generalista. Prendiamo gli Stati Uniti, dove la televisione generalista è forte, seppure non sempre in chiaro. I film "popolari" americani, che presumo siano molti di più di quelli che arrivano sui nostri schermi, hanno più o meno successo, ma sono una grande parte della produzione globale, e occupano buona parte non solo delle sale, ma anche del mercato home video. Se questi film hanno effettivamente una "forma televisiva" – usando l’aggettivo in senso proprio, visto che "televisivo" applicato al cinema credo abbia poco senso di essere adoperato – si ripete la visione generalista nel salotto di casa, perpetuando un modello narrativo, quindi, televisivo. E sempre più diffuso.

E quindi? Esiste ancora la televisione generalista? E soprattutto ha ancora un’influenza? Cosa succede al modo di raccontare cinematografico? Così, per capire, per buttare là qualche interrogativo culturalmente pretenzioso.

Fra

Annunci

9 Comments

  1. Posted 10 novembre 2007 at 11:36 | Permalink | Rispondi

    un amico mi disse di vedere: brucio nel vento di Soldini, per sapere cosa ne pensassi.
    ebbi l’occasione di vederlo in lingua originale, con i sottotitoli ovviamente…
    lo vide con me, e rimase molto stupito perchè la versione italiana era piena di spiegazioni, di scene aggiunte rispetto all’originale, per paura forse che lo spettatore italiano non cogliesse tutti i riferimenti e tutti i perché della storia. lasciando stare alcune cose del film che non mi sono piaciute, credo che se avessi visto il film in italiano con tutte quelle scene in più didascaliche e ridondanti, quel film l’avrei odiato.
    pensano davvero che siamo stupidi?
    forse si.

  2. anonimo
    Posted 10 novembre 2007 at 14:19 | Permalink | Rispondi

    eh, se ne parlava nel posto di manu dell’8 ottobre.
    Anche se anch’io ho notato questa tendenza, in realtà (in proporzioni mutevoli) è un fenomeno che esiste da sempre: mi viene in mente la visione di Blade runner /director’s cut (successiva, naturalmente, a quella normale), lo stupore per un film completamente diverso (e mancano solo, appunto, le didascalie in voce-off e il finale), in cui l’oscurità e il mistero si addensano nei lunghi (e silenziosi, cazzo!) piani sequenza panoramici, trasformando un film bello in un film impressionante e indimenticabile, in cui la tensione per il nefasto presagio, chiave del mondo fantascientifico, si taglia col coltello.
    Cito, ancora, solo “Badlands” (volete l’archetipo del titolo icastico?), che da noi diventa il didascalico e fastidiosissimo “La rabbia giovane” (manca solo la doppia g).
    Insomma, vogliamo dire che si sta perdendo il senso della sintesi? O, piuttosto, con Carmelo Bene, che le intenzioni di comunicare un messaggio minano alla base la riuscita di un’opera?
    (sempre più prolisso, è la mia malattia)
    Ferroviere Siderale

  3. Posted 11 novembre 2007 at 10:15 | Permalink | Rispondi

    Non sono d’accordo. A parte i film italiani, che sono sempre a prova di deficiente, in generale le narrazioni cinematografiche oggi sono meno lineari che in passato. E’ soprattutto una questione di competenze date per scontate: per capire Michael Clayton bisogna conoscere il sistema giudiziario americano, aver sentito parlare delle class actions, eccetera.

    Il fatto è che tutte queste cose noi spettatori le diamo realmente per scontate, perché? Perché le abbiamo imparate su Law & Order o telefilm simili. Ma se metti un italiano normodotato che non guarda i telefilm davanti a un prodotto non complicatissimo come Ocean’s 13, ti garantisco che non ci capisce nulla, il che nei vecchi film di ladri non accadeva. C’è una specie di tv devide.

  4. anonimo
    Posted 12 novembre 2007 at 02:08 | Permalink | Rispondi

    a #3: secondo me le due tesi convivono, nel senso che Ocean’s 13, come, cambiando genere e tenendo Clooney (che, come dicevo nei commenti a manu, è il campione di questa nuova tendenza), Syriana o Good Night Good Luck, non sono difficili perché lasciano allo spettatore un’interpretazione, ma solo perché sono veloci, serrati, ‘acuti’. Io non ho visto Michael Clayton, ma, supponendo da bravo cialtrone di potermi fidare del mio ‘pregiudizio confermato’ (Yeah, formalizzare ‘sta cazzata!) e annoverandolo quindi fra gli altri, credo che guardandoli lentamente perdono la difficoltà di cui parlavi. Non ci sono ellissi, niente è lasciato al ‘caso’… Ocean’s 13 è divertente e la velocità ne nasconde la scontatezza della trama (niente di male, è un film di genere), ma gli altri sono dei documentari travestiti da film di tendenza.
    Vorrei citare, in controtendenza (ma un’eccezione), ‘La stella che non c’è’.
    Per ultimo, una riflessionuccia: il regista che ha paura di non aver comunicato bene quel che voleva dire è già un cattivo regista. Sarà colpa, piuttosto, delle produzioni, che spingono questi registucoli vedendo nelle loro opere una conveniente continuazione del mercato televisivo. Cioè, l’influenza di cui parla Fra per me è solo di carattere economico.
    Fer_Sid

  5. Posted 12 novembre 2007 at 15:12 | Permalink | Rispondi

    Nell’analisi non sottovaluterei il discorso “bisogna che qualcuno dica una frase figa e sintetizzante da mettere nel trailer”

  6. anonimo
    Posted 13 novembre 2007 at 14:21 | Permalink | Rispondi

    posso??
    prima di natale vorrei che il gesù bimbo dicesse, al Dottor Noto, di scriverci qulcosa sulla tv del Rino gaetano di questi due giorni ormai passati..magari si estende la discussione..
    dai! dai? dai!
    tak tak
    alessandro

  7. Posted 15 novembre 2007 at 17:09 | Permalink | Rispondi

    Il nuovo cortometraggio targato JJ Production! clicca sulla locanda per vederlo…se vuoi ;)…..

    per altri video: http://jjproduction.blogspot.com/

  8. anonimo
    Posted 23 novembre 2007 at 13:41 | Permalink | Rispondi

    Scusa Federico ma guarda che “blade runner” the director’s cut non ha solo in meno il finale positivo forzato e la voice over, ma ha ache le visioni dell’unicorno del buon vecchio Rick Deckard che provano che anche lui e’ un replicante ragion per cui e’ cosi’ bravo a riconoscere gli atri cumpa’ replichi. E questa e’ della serie: mi sa che veramente c’abbiamo bisogno di essere spiegati.
    rio

  9. anonimo
    Posted 4 dicembre 2007 at 23:25 | Permalink | Rispondi

    Ehm… Fer_ Sid sta per ferroviere siderale… sono un ospite, non sono federico.
    Non è che dovevo stare a elencare tutte le diversità delle due versioni, il discorso era un altro. E l’immagine dell’unicorno è un’evocazione metaforica, vuoi rovinarla? Spiegala.
    Era un ulteriore tocco di classe, e naturalmente l’hanno tolto.
    Altroché.
    Ciao
    Fer_sid

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: