Da quando sono entrata a fare parte del team ( com’è aziendalista, ci manca che io dica la grande squadra e sono apposto), dicevo da quando sono indegnamente entrata a fare parte del collettivo di Secondavisione, non avendo conservato un briciolo di autodeterminazione, ho cominciato ad odiare le voci fuori campo. E’ stato un fenomeno progressivo, che si è lentamente e inesorabilmente impossessato di me, predeterminando i miei giudizi in maniera invasiva, istintiva, definitiva. Allra dato che questa mattina, all’anteprima con ricco buffet della prima fatica cinematografica  (meglio, del primo lungometraggio) di Fabrizio Bentivoglio, Lascia perdere, Johnny! la voce fuori campo mi è diventata a tratti insopportabilmente fastidiosa, mi è venuta voglia di riflettere sul perchè. Allora da un lato mi sono resa conto di quanto le riflessioni fatte da Fra qualche giorno fa sul blog, quell’insopprimibile necessità del cinema odierno di spiegare, spiegare, spiegare, tagliarci a pezzetti la bistecca e grattuggiarci la mela e imboccarci per risparmiarci fatica, mi stessero ancora ronzando nella testa e si stessero allargando a decodificare diversi campi dello scibile, delle arti e della stessa esistenza. Dall’altra, si parva licet ( senza nulla togliere al succitato Francesco, ma so che questo eccesso di modestia usato in sua vece lo rincuorerà), mi venivano in mente le parole di Sir Chaplin letta da chissà quale parte. Così ho scaravoltato la mia libreria alla ricerca di quella frase, e l’ho trovata. E mo’ ve la scrivo.

Il silenzio è l’essenza del cinema. Nei miei film non parlo mai. Non credo che la voce possa aggiungere alcunchè alle mie commedie. Al contrario, distruggerebbe l’illusione che voglio creare, quella di una piccola immagine simbolica buffa, non un personaggio reale, ma un’idea umoristica, un’astrazione comica.

Ora, senza volere entrare nel campo della querelle film muto o sonoro, mi è smbrato che questa riflessione desse voce esattamente alla sensazione che stavo vivendo sulla mia pelle. Insomma, è mai possibile che le immagini non riescano a farsi linguaggio? E’ mai possibile che per un eccesso di zelo, di scrupolo,insicurezza, scarsa familiarità col mezzo, le parole debbano mettere sempre e comunque le toppe, anche laddove non ce ne sia bisogno? Il fim visto questa mattina, e ne parleremo in trasmissione, avrebbe retto anche senza didascalie non richieste. Anche senza il manuale d’uso.

Che ne pensate voi amici?

Ho le traveggole anch’io?

Hasta

lapapessa

10 Comments

  1. anonimo
    Posted 28 novembre 2007 at 23:46 | Permalink | Rispondi

    Come dicevo appresso all’altro post, a me sembra un’invasione della parte più imbocchereccia e, per tattica oltre che per sua stessa natura, pervasiva, della tv. Si dirà: facile, scontato. Infatti: secondo me il cinema italiano è proprio messo così male.
    Si può poi parlare di contaminazione tra generi: vedi i “documentari” d’intrattenimento “consapevole” in stile Michael Moore o G. Clooney (a proposito, sono solo io a pensare che lui sia l’eroe internazionale del buonismo cosciente?).
    Ferr_sid

  2. Posted 29 novembre 2007 at 10:12 | Permalink | Rispondi

    Forse mi sbaglio, ma in seguito Chaplin ha cambiato idea. E comunque, anche quando taceva metteva le didascalie, che oggi magari fanno tenerezza, ma sono (lo dice il nome) didascaliche, e dimostrano che un supporto di linguaggio alle immagini non guasta.

    Io la crociata contro la voce fuori campo non l’ho mai capita: è uno strumento consentito dal genere cinematografico, si può usare bene o male.

    L’intransigenza anti voce off mi sembra una fissa da cinefili: alla domanda “è mai possibile che le immagini non riescano a farsi linguaggio?” risponderei sì, spesso è possibile e non è neanche un male: le immagini sono immagini e il linguaggio e il linguaggio, e l’importante sarebbe mescolarli in modo piacevole. E’ come assistere a un dibattito di vegetariani: è possibile che il brodo senza carne non riesca ad essere abbastanza proteico? Non lo so, anche perché a me la carne piace, e quindi non è un problema mio.

  3. anonimo
    Posted 29 novembre 2007 at 10:33 | Permalink | Rispondi

    De gustibus.Onestamente ho trovato molto più intollerante una certa incoerenza di fondo del lavoro del Bentivoglio.
    Nel senso…se vuoi fare un film senza-tempo, nel quale lo sfondo (e che sfondo..) politico venga tagliato fuori, a favore dell’ennesimo inno al sogno e alla semplicità (Caserta e quel ragazzetto che avrebbe dovuto intenerirmi, e invece…) vs. realtà dura e cruda (Milano- anzi Rho- la nebbia e l’insopprimibile ricordo del “Federico Fellini Sud Story” di Arbore…), perchè ci tieni tanto a sottolineare che la vicenda ha luogo tra il ’74 e il ’76 e ti ostini a riempire il film di abiti e suppellettili in stile seventies?
    E poi perchè Rho?…hai fatto trenta, fai trentuno, no?

    Barbara

    Ps:papessa sei trooooppo la migliore;)

  4. Posted 29 novembre 2007 at 19:58 | Permalink | Rispondi

    leonardo: la citazione di chaplin era di appoggio, non credo fosse fondante per il post di luciana.
    e poi: nessuno fa crociate di nessun tipo. il punto non è la voce fuori campo, ma qualsiasi cosa che può essere percepita come “in più”, ridondante. può essere anche una scena, un’immagine, un cartello, un elemento del dècor.
    forse non sono d’accordo con luciana sulla domanda: “è mai possibile che le immagini non riescano a farsi linguaggio”. diciamo che è una questione, quella del “linguaggio del cinema”, un po’ superata…

  5. anonimo
    Posted 30 novembre 2007 at 13:27 | Permalink | Rispondi

    A me sembra un discorso che non sta nè in cielo nè in terra!..cioè, io il film non lho visto e non mi sogno nemmeno di vederlo, ma la voce off, in generale, non mi dispiace, e comunque penso anchio che vi sia un pregiudizione da parte di alcuni, cinefili e cosidetti “esperti”, su tal argomento.
    Eppoi non è che tutti possono fare film tipo Kim-KI duk, soprattutto in Italia!
    Purtroppo ho la memoria fusa altrimenti me ne verrebbero di titoli nei quali la voce off c’era, e dava maggiore coesione al film, e soprattutto, lo rendeva PIU’ BELLO!

    M.H.

  6. anonimo
    Posted 30 novembre 2007 at 15:27 | Permalink | Rispondi

    @4 (secondavisione chi,poi?): forse, più che questione del linguaggio dell’immagine in generale(@2: si tratta di linguaggio della parola, linguaggio delle immagini, linguaggio della musica… nel senso di universi di segni e significati, separatamente, non nel senso che uno deve sostituire l’altro, ma dire qualcosa per proprio conto), si tratta di linguaggio dell’immagine *oggi*, cioè, riconducendomi al post di Franz, la tendenza a sottovalutare il linguaggio per immagini, perché meno palese, più elusivo, meno funzionale al concettino che il regista vuole esprimere. Con buona pace dei difensori della voce off, questo spesso (OK, non sempre) è sintomo di scarso talento o di influenza da parte della produzione.
    PS a questo punto mi rispondo da solo che sono l’unico a pensare che G Clooney ecc ecc……….
    F_sid

  7. anonimo
    Posted 30 novembre 2007 at 15:31 | Permalink | Rispondi

    Agli amanti della voce off: andate a rivedervi Festen, poi si riparlerà di linguaggio delle immagini e delle ragioni del Dogma.
    F_sid

  8. anonimo
    Posted 30 novembre 2007 at 20:46 | Permalink | Rispondi

    ok ho sollevato il polverone. Molto belle tutte le risposte, le critiche, mi fa piacere avere provocato reazioni. Ovviamente il discorso voce fuori campo è un discorso che è venuto fuori tra di noi, iniziato come scherzo, solo che io l’ho presa un po’ piu’ sul serio. Non so, è che il didascalismo non lo sopporto. E’ forse che ho cominciato ad amare il cinema nel momento esatto in cui ho intuito lo stupore dei primi spettatori di cinematografo di fronte al prodigio delle immagini in movimento. Ed è vero che le didascalie erano di supporto, ma ad un’arte che ancora era da farsi e che a stento osava definirsi come tale. Comunque, per sgombrare il campo da malintesi, la crociata in questo caso è stata solo mia. Mi cospargo il capo di cenere :)
    lapapessa

  9. anonimo
    Posted 1 dicembre 2007 at 15:54 | Permalink | Rispondi

    Dipende dall’uso che si fa della voce fuoricampo: spesso infastidisce perché nulla aggiunge all’immagine (e in questo ci si ricollega a un discorso fatto su questo blog dell’eccessi di spiegazioni-a prova di stupidi- di molti film recenti).
    Lascia perdere, Johnny è un insieme di situazioni, aneddoti, incentrato sui personaggi o meglio sulle figure :la storia non si compone mai, non diventando significativa.
    Simpatico ma non un film.

  10. anonimo
    Posted 3 dicembre 2007 at 16:21 | Permalink | Rispondi

    Io dico solo “Barry Lindon”

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