Anticipazioni (due film per tutta la famiglia)
 
Onora il padre e la madre (Before the Devil Knows You’re Dead) di Sidney Lumet
 
L’esplosione calcolata e imprevedibile di una famiglia. Imprevedibile perché i due figli, cresciuti, sono di relativo successo (o perlomeno lo erano): Philip Seymour Hoffman è il dirigente di un settore di un’azienda immobiliare, ma cerca soldi per fuggire dall’America – forse per coprire alcune sue malefatte, di sicuro per provare a ricucire il matrimonio. Ethan Hawke è un inetto (direi, un ruolo una carriera), un tempo era di successo (teneva il mondo per le palle) ma ora provato da un divorzio e da altri sfighe, si trova ad avere un disperato bisogno di soldi per gli alimenti.
Il primo è luciferino, l’altro è il fallito che gli vende l’anima. Ma il piano diabolico prevede la rapina alla gioielleria dei genitori di entrambi: una sorta di risarcimento simbolico per il personaggio di Hoffman, sempre attaccato dal padre in quanto il più grande e il più brutto, l’ultima speranza di una vita decente per Hawke.
Ovviamente, tutto va a rotoli in modo sempre più tragico. E devastante. Non c’è pietà: è un mondo cattivo e nero, e la famiglia è il suo cuore pulsante. I due figli architettano assieme il piano, ma Hawke va a letto con la moglie di Hoffman (Marisa Tomei sempre nuda per i primi tre quarti di film). I genitori chiedono fuori tempo massimo il perdono per le proprie colpe, e a nessuno salta anche lontanamente in testa di perdonare.
Ciò che rende ancora di più interessante la parabola dei pezzi che saltano in aria dopo la rapina è la scomposizione in punti di vista e piani temporali diversi intrecciati tra loro, per cui si segue il percorso di ciascuno prima e dopo la rapina: tutto è scritto, ma ognuno ci mette la sua scrittura di cattiveria e incapacità.
Il padre è stronzo solo come gli uomini di altri tempi sanno essere, il figlio (i figli) è squalo/cocainomane/malvagio e ignavo/pasticcione/codardo/scemo, lo spirito santo è il demonio. Amen
 
Into the Wild di Sean Penn
 
Una quindicina di anni dopo si ha la prima epopea grunge. O della generazione X, per chi preferisce. Se ne sentiva il bisogno? La domanda è sbagliata, la risposta è comunque sì.
Anche perché si meritava di più del minimalismo sentimentale alla Singles, che ha francamente scassato il cazzo.
A distanza di anni si può cominciare a fare epica: attingendo dal road movie, dal mito della frontiera e della wilderness, spostando il confine all’Alaska e alla sfida del singolo contro la natura, selvaggia.
La forma è quella di ripresa, molto precisa del cinema anni settanta, ma il protagonista Christopher McCandless (Emile Hirsch) non è uno sbandato, uno che ha perso la via in un mondo ostile, ma un individuo che ha molto chiaro cosa vuole eliminare: la famiglia menzognera, disfunzionale e ipocrita, come i riti della società la famiglia in grande: il denaro, la carriera, l’identità. E ha ben chiara la sfida con se stesso e con l’universo. Non c’è utopia, ma solo individualismo estremo e disperato. E l’ingenuità di cercare una natura e una sfida irreale nello “sport estremo”, se mi si passa il termine impreciso.
E forse per questo che il tempo non è lineare, il viaggio non è seguito tappa per tappa, ma si ha la sua vita in Alaska (in un bus abbandonato) inframezzata dalle tappe del viaggio che Christopher attraversa per raggiungere l’Alaska. Queste non a caso sono narrate dalla voice over della sorella, che racconta per ipotesi a partire dalla sua mancanza, dalla sua fuga, e sono scandite da dei titoli che metaforicamente rimandano alla crescita dell’uomo (nascita, infanzia adolescenza e vita adulta).
È imbottito di letture, da Tolstoj a Jack London, fino all’immancabile Thoreau, di cui parafrasa la citazione “Piuttosto dell’amore, del denaro, della fama, datemi la verità”, aggiungendo anche la giustizia, la famiglia alle cose da scartare. Si tratta della ricerca della verità, radicale, non piegabile ai limiti dell’umano, verso l’assoluto e l’inevitabile tragedia del finito che – se mi si perdona l’iperbole – era quella di una generazione intera (non esattamente la mia, ero forse un poco giovincello, ma di questo si può discutere). Una ricerca senza utopie, e quindi senza bussole: in una ricerca di autodistruzione non per se stessa, ma per qualcos’altro.
Ovviamente, durante il road movie si incontra la risposta a quello che si cerca, ma nel momento in cui Alex Supertramp (il soprannome che il protagonista si dà) accetta la sfida, non si può tornare indietro. Il tempo, quindi, è indubbiamente tragico. Un film davvero potente.
Anche se non importa nulla, è “tratto da una storia vera”, e parla di eventi accaduti tra il 90 e il 92.
Davvero gran film.
 
manu
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3 Comments

  1. Posted 1 dicembre 2007 at 20:13 | Permalink | Rispondi

    Bello,
    passeggiare in questo vostro blog:)

    Buona serata!

  2. anonimo
    Posted 2 dicembre 2007 at 16:56 | Permalink | Rispondi

    grazie

  3. Posted 17 marzo 2008 at 23:58 | Permalink | Rispondi

    boh..onestamente mi aspettavo molto di più. Proprio come quando leggi davvero Thoreau dopo aver pianto con L’Attimo Fuggente.
    Walden è una sòla, diciamocelo.

    Proprio la potenza romantica manca. Diventa tutto un retorico resoconto quotidiano di un tipo anche un po’ pirla tutto sommato. Spero che nella realtà il ragazzo non sia crepato dopo aver rinunciato a guadare un fiume nel punto peggiore invece di seguirlo a valle.

    Non fosse altro perché alcuni uruguagi con ciabatte di carta (rugbisti, probabilmente meno letterari) sono scesi a piedi dalle Ande rifocillandosi con carne umana…

    Il film (alive) fu una cagata, ma la storia era altrettanto vera.

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