Prima che escano in dvd.
Sintetica rubrica di recensioni tardive.
 
Il nascondiglio (Pupi Avati, 2007)
Si può parlare male di un film di Pupi Avati, uomo di solido mestiere e di ancora più solide frequentazioni? È difficile, tanto più che il film, un giallo che finisce per funzionare come un horror, è davvero ben confezionato. Una donna esce dalla clinica psichiatrica e va ad abitare in una casa infestata da inquietanti presenze. Laura Morante dà finalmente un senso al suo overacting, creando un personaggio in apparenza facile facile, in realtà ambiguo e scivoloso. A metà del film l’inghippo è più che chiaro, ma la tensione non cala. Un po’ perché l’ambientazione classicissima aiuta sempre, un po’ perché Avati, da vero cattolico, fa ondeggiare sospetti di insanità e di colpa, a turno, su tutti i personaggi. Shining è ovviamente un’altra cosa, ma se si pensa in che maniera il regista di Inferno ha dilapidato il suo talento, c’è da essere contenti che quello di La casa delle finestre che ridono, tutto sommato, se la passi bene.
La ragazza del lago (Andrea Molaioli, 2007)
Si può parlare non bene di un film italiano che ha unito critica e pubblico all’insegna del noir e di Toni Servillo? Non si potrebbe, ma lo facciamo lo stesso, un po’ per il solito spocchioso anticonformismo, un po’ perché qualcosa effettivamente non funziona. Commissario esperto e disincantato indaga sul caso di una ragazza trovata morta in riva a un lago friulano. Il problema è che non si può continuare a confondere il noir con la gastrite del personaggio principale. Molaioli lavora di fino e di sottrazione, ma il suo film sembra un po’ la maniera di quelli di Sorrentino, che già di loro raggiungono a volte il livello di guardia del compiacimento. Senza contare che qui la sceneggiatura semplifica al massimo, all’insegna della simmetria, caratteri e snodi (matti/bambini, giovani atleti/vecchi infermi, detection/malattia…). Servillo sarà bravissimo, ma sfoggia un solo registro interpretativo, fatto di incertezze calcolate e di sottovoce. Tecnicamente non c’è nulla da dire, ma alla quinta frase da manuale dell’hard boiled strategicamente posta in chiusura di sequenza (“La mia è una dermatite atipica. Nel senso che nessuno sa come curarla.”) viene voglia di uscire dal cinema. Denis Fasolo me lo ricordavo solo in Un amore perfetto come deuteragonista di Cesare Cremonini, ma è bravo davvero.
La giusta distanza (Carlo Mazzacurati, 2007)
A me Mazzacurati sta simpatico. Non ha fatto sempre bei film (gli ultimi, per esempio, non mi sembrava lo fossero), non ha mantenuto tutte le promesse di Notte italiana, ma, in attesa di migliori aggettivi, mi pare un regista estremamente dignitoso. Qui per esempio parte da una storiella che potrebbe essere uno dei mille romanzi di formazione del cinema italiano, ma chiude toccando corde piuttosto angoscianti. Un ragazzo della bassa rodigina sogna di fare il giornalista, lo diventa a costo della morte di due persone a lui vicine. All’inizio sembra l’abituale ritratto della periferia italiana, solo un po’ aggiornato con maestre precarie e meccanici maghrebini; in parte forse lo è. Ci sono i matti ma in fondo buoni della provincia, c’è il simpaticone un po’ raisonneur (Natalino Balasso, bravo), ci sono la pigrizia e il bar. Insomma c’è quel quadretto rassicurante che i critici di una volta chiamavano bozzetto, in cui nulla di importante, alla fine, succede. Solo che, tra evidenti citazioni felliniane (il passaggio del barcone, il veglione, il finale) e delitti gratuiti, dal vacuo bozzetto sbucano l’orrore e l’odio che le persone covano. Mazzacurati restituisce alla provincia questo aspetto torbido e realmente disperato, ma non lo mostra come raptus, come follia momentanea (quello che tendenzialmente fa la cronaca nera di Cogne, Erba, Garlasco). É solo questione di sfumature e le stesse figure che un attimo prima facevano ridere (il cartolaio ricco e cafone, la sua equivoca moglie, il bell’autista dell’autobus) possono fare spavento.
p.
 
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7 Comments

  1. anonimo
    Posted 17 dicembre 2007 at 02:21 | Permalink | Rispondi

    Eh ma “Il nascondiglio” in tramissione l’avevate stroncato! :)
    p. sta per?

    genna

  2. anonimo
    Posted 17 dicembre 2007 at 10:54 | Permalink | Rispondi

    Sì, in formazione particolarmente prestigiosa, nonostante le distinzioni della grandissima Luciana… Ma qui siamo particolarmente plurali. Oltretutto sottoscrivo pienamente i dubbi, diciamo così, sul posizionamento di mercato del film espressi da Violetta.
    p sta per paolo

  3. anonimo
    Posted 17 dicembre 2007 at 12:20 | Permalink | Rispondi

    Ma è stato cancellato per sbaglio un commento?

  4. miic
    Posted 17 dicembre 2007 at 17:13 | Permalink | Rispondi

    “non si può continuare a confondere il noir con la gastrite del personaggio principale”

    tatuatelo a lettere di scatola a qualcuno, per favore.

  5. anonimo
    Posted 18 dicembre 2007 at 03:58 | Permalink | Rispondi

    Sì ricordo,avevo molto apprezzato il divertente intervento della Bellocchio.
    Piacere di leggerti paolo,vi seguo da poco ma con molto piacere.

    genna

  6. Posted 18 dicembre 2007 at 09:53 | Permalink | Rispondi

    Ribadisco che il film non l’avevo visto, e che parlavo solo di come era stato promosso, dalla quantità di materiale uscita sulla stampa al brutto trailer tv.

    Viva la Papessa !

    – violetta –

  7. Posted 18 dicembre 2007 at 17:58 | Permalink | Rispondi

    In effetti quest’anno nessun altro film come “Il nascondiglio” ha diviso le persone in due gruppi cosi’ netti: chi non l’ha visto e dava per scontato fosse inguardabile, e chi l’ha visto e ha gradito. Personalmente sottoscrivo ogni parola del Dottor P. e, visto che non l’ha fatto, sottolineo il cast cult: Treat Williams! Burt Young!! Giovanni Lombardo Radice!!! Sydne Rome!!!! (per non scordare le musiche di Riz Ortolani, che non sapevo essere ancora vivo/attivo…)

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