Oggi, mercoledì 16 gennaio, John Carpenter compie 60 anni. Auguri. Se escludiamo i due Masters Of Horror (il secondo – Pro Life – oltre a escluderlo forse è meglio proprio se lo cancelliamo dalla nostra memoria), non si mette più dietro la macchina da presa da Ghost Of Mars. 2001. In questi ultimi anni si è dedicato alla sacrosanta attività di godersi la vita, guadagnando il più possibile vendendo i diritti dei suoi film. Mentre gente come Rupert Wainwright rifà The Fog, lui racconta come passa le sue domeniche pomeriggio su siti di donnine discinte. Gliene possiamo fare una colpa? A noi fan, dispiace, ma almeno non ha fatto la fine di Dario Argento… Ok, cattiveria. Ma è così. Rob Zombie è uno dei tanti registi horror che gioca con gli elementi con cui giocano tutti gli altri – gli anni ’70 e il New Horror – con la differenza che è l’unico che sembra aver capito come utilizzarli. O come metterli in scena in modo nuovo. L’idea di fargli girare un prequel del film pietra angolare dello slasher, sembrava una buona idea. Il risultato non è del tutto convincente, ma qualcosa c’è. Dove meno ce lo si aspetta. Con ordine: ci viene raccontata l’infanzia di Micheal Myers. Quello che nell’originale era uno splendido e unico piano sequenza, qui diventa un racconto più ampio e sviluppato. Che serve poi in realtà a poco. C’è una maglietta dei Kiss, Sheri Moon che balla in uno strip bar, un po’ di rimasugli della famiglia Firefly (quella protagonista de La Casa dei Mille Corpi e del seguito, La Casa del Diavolo), un pezzo dei Blue Oyster Cult, William Forsythe ubriacone e poco altro. La mano c’è, ma sembra quasi che si voglia forzatamente inserire la sporcizia, il white trash di Zombie ad ogni costo. La parte migliore del film, paradossalmente, è la seconda; quella che poteva essere semplicemente uno scialbo o piatto remake. Micheal è cresciuto, gli è accaduto quello che gli è accaduto, è diventato quello che già noi conoscevamo: una maschera che cela il Male. Torna sui suoi passi e si impossessa della cittadina di Haddonfield. Qui, tra un omicidio e un altro di giovani e arrapate babysitter, Rob Zombie riesce a tirare fuori personalità. Non si limita a riportare su grande schermo le caratteristiche innovative che hanno fatto del film di Carpenter il punto di partenza per almeno quindici anni, se non di più, di film horror con soggettiva dell’assassino, omicidi all’arma bianca e vittime scelte a caso tra adolescenti colpevoli di fare sesso o bere birra o quelle robe che si diceva in Scream. Semplicemente ignora tutto questo e si diverte a costruire una macrosequenza in cui – dopo aver anticipato una svolta narrativa fa
migliare presente nel secondo Halloween – vittima e carnefice si inseguono. Gatto e Topo. Niente di più, niente di meno. Grande gestione degli spazi, stile e idee personali. Fino a un finale duro e senza pietà. Il risultato non è del tutto convincente e il film risulta spezzettato confuso nel complesso, ma Rob Zombie ne esce indenne. E dimostra di non essere un Rupert Wainwright qualsiasi.

L’edizione Italiana, al solito, è tagliata in malo modo: tutte le scene più cruenti sono martoriate e i titoli di testa sono ingiustificatamente anticipati (nell’originale erano subito dopo l’ingresso in scena di Malcom McDowell). Una curiosità – CON SPOILER -: nella prima versione da me vista (un dvd rip piovutomi dal cielo dopo l’uscita USA) la fuga di Micheal avviene dopo l’incursione nella cella di quest’ultimo da parte di due secondini che hanno l’abitudine di approfittare sessualmente delle degenti della clinica psichiatrica. In sala da noi questa di questa sequenza non c’è traccia. Compaiono invece quattro poliziotti pasticcioni. Il risultato è lo stesso: massacro e fuga dell’assassino, ma parliamo di due sequenze diverse. Boh. – FINE SPOILER –

Al solito parata di nomi di quel cinema che piace a noi giovane e cari a Rob Zombie: oltre al già citato William Forsythe, il vecchio Sid Haig, Danny Trejo, Bill Moseley, Ken Foree, Udo Kier…

Clamorosa la faccia di Daeg Faerch, Micheal a 10 anni.

FEDEmc

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3 Comments

  1. anonimo
    Posted 20 gennaio 2008 at 16:42 | Permalink | Rispondi

    Non ho visto l’edizione in sala ma il dvd americano, in cui in effetti la fuga dal manicomio avviene per “merito” dei guardiani stupratori. Tuttavia ho visto anche un workprint che circolava su internet con finale diverso: Michael si pente in extremis ma viene freddato dalla polizia sotto gli occhi di McDowell che compiange il suo cadavere (agghiacciante). Il film in effetti è tanto scombinato che nelle scene tagliate ci sono sequenze migliori che nel montato definitivo.
    Infine, per chi fosse interessato, è uscita una nuova versione rimaneggiata su fanedit.org: http://fanedit.org/wpTF/?p=470

    Francesco

  2. Posted 23 gennaio 2008 at 14:48 | Permalink | Rispondi

    ‘orca miseria, finora sei l’unico che come me ha preferito la seconda parte alla prima. Ho letto stroncature (meritate) ovunque, ma erano tutte invertite.

  3. anonimo
    Posted 24 gennaio 2008 at 15:00 | Permalink | Rispondi

    taci! e riapri il blog! marrano!
    e perché non si possono lasciare i commenti?
    eh?
    Fmc

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