American Gangster di Ridley Scott
 
 
Il problema è come porsi di fronte ai testi “così così”. Quelli a cui non puoi dir niente: fatti bene, secondo le regole del genere, senza picchi ma nemmeno cadute di gusto. Quello che sembrano usciti dal manuale del genere. Di solito il problema si pone con le commedie romantiche. Se professionali, ben scritte e interpretate non fatto danni.
Ma la linea va tracciata quando un film così così rischia di essere preso come un gran film. Quindi, anche se in fondo non si potrebbe dir niente, diventa un punto d’onore dire qualcosa. Di male anche oltre il necessario.
American Gangster è il risultato della bignamizzazione del gangster movie. Il re della bignamizzazione è Ang Lee – “che ha tutto il mio disprezzo” – che è l’equivalente cinematografico di una lucidatrice. Fa brillare tutto, ma rimane in fondo il salotto della casa della nonna. Ci sono un sacco di posti più divertenti e interessanti.
Ridley Scott è un altro che in quanto ad eclettismo (per i buoni) o troiaggine (per i cattivi) non scherza. Lui rimane uno che fosse stato colpito da un fulmine nel 1983 avrebbe a oggi tante monografie quante Kubrick: librerie piene di volumi come “Wittgenstein e Scott: i due volti del novecento”, “Alien: la prefigurazione dell’Altro, tra ermeneutica e semiotica”, “Ridley. Colui che rivoluzionò l’occhio”. Invece, ha deciso di sopravvivere e quindi le uniche interrogazioni su di lui sono se sia più fesso del fratello, e ci sono alcuni teorici del caos seguaci della politique des auteurs  che si interrogano su quale congettura della sorte permetta a uno di fare tre film epocali e poi fare Albatros e Un’ottima annata.
American Gangster è quasi mirabile nel sintetizzare, citare e copiare, i fondamenti del genere “gangster” piallandoli tutti in un centone di stereotipi. Forse è addirittura unico nel suo essere mediocre. Ci vuole il talento di uno Svevo per raccontare ascesa e caduta di un titano senza metterci un briciolo di epica neanche per sbaglio. Un tocco alla Robbe Grillet è necessario per fare sì che qualsiasi personaggio secondario appaia solo e solamente come una funzione narrativa. Bisogna possedere la forza di un boscaiolo per tagliare con l’accetta il dualismo bene/male ordine/disordine di modo da farlo sembrare un televoto della domenica sportiva.
Forse, in tutto ciò c’è una grandezza che noi non vogliamo cogliere, ma che è ben nascosta.
Le cose migliori, forse, giacciono nella schematizzazione – un po’ più complessa del resto – tra crimine/famiglia/essere protetto e legge/disordine/essere solo che incarnano i due protagonisti (comunque bravi, e Deenzel me lo candidano oggi). La legge e l’onestà sono presentati come elemento perturbante di un universo che, normato secondo il male e la violenza, funziona alla perfezione. Chi si incarica di portare la legge è quindi un individualista, per cui i principi non sono generali ma universali, una scheggia impazzita che turba il meccanismo in vista di un ideale superiore. Ma giusto perché non si può attaccare frontalmente proprio del tutto. Perché non è un brutto film, ma rimane un film da contestare.
Note a margine.
Per gli amanti delle marche d’autore, suggeriamo di apprezzare la mano callosa e pesante come un macigno che presiede al montato sul giorno del ringraziamento. Frank Lucas, il cattivo, magna il tacchino con tutta la famiglia (simbolo della tranquillità) tagliandolo con il coltello elettrico (simbolo dell’opulenza). Russel Crowe mangia un sandwich schifoso (simbolo della trasandatezza e del disordine) ancora a letto (idem + solitudine) dopo un incontro occasionale (ahiahi, immoralità privata). I tossici muoiono facendosi i buchi in squallidi appartamenti virati in blu. Come in Traffic, Soderbergh maledetto. Come nella pubblicità progresso con i sieropositivi circondati da un alone viola. Cos’è, il blu rende cool i materassi per terra sporchi di umori umani? Li fa sembrare accettabili tramutando l’esclusione in un video musicale (l’effetto Million Dollar Hotel)? Rende la freddezza del disagio e della disperazione comprensibile al popolo bue? Li si esclude anche cromaticamente, in modo da non sbagliarsi nel considerarli storie di un certo valore?
Per la rubrica “cose imperdonabili per una produzione del genere, che con quei soldi la Fiat avrebbe messo in produzione le macchine volanti di Ritorno al Futuro”: ma non ce li avevano i soldi per un consulente musicale? Mettere sotto un montato musicale il pezzo che apre Jackie Brown, è segno di una povertà raggelante. Insomma, per la bisogna si è comprata la megacompliation “The ghetto’s best of seventies” e basta lì.
 
manu
 
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5 Comments

  1. Posted 22 gennaio 2008 at 12:43 | Permalink | Rispondi

    Avrei riassunto con “un ottimo prodotto mediocre”.
    Classica vetrina per spingere un supposto titanismo di attori di fama già consolidata che fanno ciò che ci si aspetta facciano passandolo per grande autorialismo.

    Più stupido del fratello comunque è difficile. Mi sembra più un uomo che ha tradito se stesso. E’ bravo ma non si impegna, per niente.

  2. anonimo
    Posted 22 gennaio 2008 at 13:06 | Permalink | Rispondi

    Armata di pigrizia incollo stralci della recensione di FilmTv (Mario Sesti), che mi trova ben concorde:
    “Ma più interessante del film è il suo cinema. Ha un poliziotto indomabile che con quattro sfigati dichiara guerra al boss più feroce e potente (Gli intoccabili), ha una storia di “rise and fall” che è l’archetipo del film gangster (da Piccolo Cesare in poi) e un sacco di droga e opulenza kitsch nelle inquadrature (il gusto pop di Scarface di De Palma). I critici americani se la sono un po’ presa per il titolo presuntuoso, a noi sembra così sincero: è puro cinema fusion […], si manda giù senza mai smettere di deglutire, con il sospetto che tutto ciò sia già stato fatto meglio altrove. Michael Mann avrebbe reso da fantascienza le notti di Harlem, Scorsese avrebbe innervato di oltraggiosa disperazione la violenza e Oliver Stone il Vietnam che occhieggia qui e lì”. Aggiungo che un video di Puff Diddy (o comesichiama oggi) avrebbe accolto con più coerenza certi personaggi inanellati d’oro che erano francamente fuori posto nei locali tutti funk e Motown della prima parte e che l’avvocatessa rampante, anche negli Stati Uniti degli anni ’60 (cioè prima di Mary Tyler Moore), era forse un po’ in anticipo sui tempi: una scusa per infilare una donna di più, dopo l’inspiegabile ronda di hostess e mamme di bambini nel parco, nel letto del tombeur de femmes tutto pancia e malinconia Russel Crowe?
    Divertenti, anche se pure quelle apparentemente in ossequio alla percentuale da contratto di fi*a all’interno del film, le tagliatrici ignude. Bravo (e fico) Denzel. Bravo (e ciccio) Russel.
    Marina

  3. anonimo
    Posted 22 gennaio 2008 at 17:52 | Permalink | Rispondi

    Grazie a Violetta

    http://linus.net/hdoc/cinema/cinema.asp

    Mazzarella dice più o meno (meglio) le stesse cose.
    La cosa bella è che nemmeno una candidatura pesante. A volte il mondo è bello perché vario

    manu

  4. anonimo
    Posted 23 gennaio 2008 at 18:19 | Permalink | Rispondi

    Per vedere questo film ci vogliono:
    – Un’uggioso pomeriggio domenicale
    – Qualche biretta
    – Un plaid
    – Il cervello in stand-by
    ….
    Di più,oramai, non può fare R.Scott…

    dAVID

  5. anonimo
    Posted 24 gennaio 2008 at 12:28 | Permalink | Rispondi

    bravo manu, la sensazione che si ha quando si esce dalla sala è proprio:- c’erano tutti gli elementi perché funzionasse ma non funziona, perché?- L’unica risposta è forse proprio perché il regista è Ridley Scott
    MM

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