si ripubblica  in occasione dell’uscita
Into the Wild di Sean Penn
 
Una quindicina di anni dopo si ha la prima epopea grunge. O della generazione X, per chi preferisce. Se ne sentiva il bisogno? La domanda è sbagliata, la risposta è comunque sì.
Anche perché si meritava di più del minimalismo sentimentale alla Singles, che ha francamente scassato il cazzo.
A distanza di anni si può cominciare a fare epica: attingendo dal road movie, dal mito della frontiera e della wilderness, spostando il confine all’Alaska e alla sfida del singolo contro la natura, selvaggia.
La forma è quella di ripresa, molto precisa del cinema anni settanta, ma il protagonista Christopher McCandless (Emile Hirsch) non è uno sbandato, uno che ha perso la via in un mondo ostile, ma un individuo che ha molto chiaro cosa vuole eliminare: la famiglia menzognera, disfunzionale e ipocrita, come i riti della società la famiglia in grande: il denaro, la carriera, l’identità. E ha ben chiara la sfida con se stesso e con l’universo. Non c’è utopia, ma solo individualismo estremo e disperato. E l’ingenuità di cercare una natura e una sfida irreale nello “sport estremo”, se mi si passa il termine impreciso.
E forse per questo che il tempo non è lineare, il viaggio non è seguito tappa per tappa, ma si ha la sua vita in Alaska (in un bus abbandonato) inframezzata dalle tappe del viaggio che Christopher attraversa per raggiungere l’Alaska. Queste non a caso sono narrate dalla voice over della sorella, che racconta per ipotesi a partire dalla sua mancanza, dalla sua fuga, e sono scandite da dei titoli che metaforicamente rimandano alla crescita dell’uomo (nascita, infanzia adolescenza e vita adulta).
È imbottito di letture, da Tolstoj a Jack London, fino all’immancabile Thoreau, di cui parafrasa la citazione “Piuttosto dell’amore, del denaro, della fama, datemi la verità”, aggiungendo anche la giustizia, la famiglia alle cose da scartare. Si tratta della ricerca della verità, radicale, non piegabile ai limiti dell’umano, verso l’assoluto e l’inevitabile tragedia del finito che – se mi si perdona l’iperbole – era quella di una generazione intera (non esattamente la mia, ero forse un poco giovincello, ma di questo si può discutere). Una ricerca senza utopie, e quindi senza bussole: in una ricerca di autodistruzione non per se stessa, ma per qualcos’altro.
Ovviamente, durante il road movie si incontra la risposta a quello che si cerca, ma nel momento in cui Alex Supertramp (il soprannome che il protagonista si dà) accetta la sfida, non si può tornare indietro. Il tempo, quindi, è indubbiamente tragico. Un film davvero potente.
Anche se non importa nulla, è “tratto da una storia vera”, e parla di eventi accaduti tra il 90 e il 92.
Davvero gran film.

7 Comments

  1. Posted 24 gennaio 2008 at 17:51 | Permalink | Rispondi

    non ho ancora visto il film, ma a quanto leggo sempra un opera pienamente addentro al nuovo millennio, ratzingheriana direi.

  2. anonimo
    Posted 25 gennaio 2008 at 15:32 | Permalink | Rispondi

    Mah, il fallimento dell’utopia libertaria mi pare più novecentesco.
    E l’attuale papa mi sembra su altre linee e altri temi, così, a naso. Spero che non si lasci a lui il privilegio di guardare un po’ più in alto, altrimenti si sarebbe davvero la caricatura di “avversari” che lui vorrebbe avere.
    manu

  3. anonimo
    Posted 30 gennaio 2008 at 10:18 | Permalink | Rispondi

    l’hanno vietato ai minori di 14anni!!!
    non ho parole..
    GD

  4. anonimo
    Posted 30 gennaio 2008 at 14:44 | Permalink | Rispondi

    Se parli dell’esistenzialismo disperazionista-introspettivo versione ’90, non credo fossimo troppo piccoli; lo saremmo stati da americani, ma in italia tutto è arrivato con ritardo. Non c’era internet (!!!…), i dischi e i video e tutta l’epopea mediatica che fece da sfondo a quegli anni ci arrivò con l’inevitabile ritardo del riconoscimento mainstream: fu solo a metà dei 90 che pearl jam, nirvana e soundgarden cominciarono a vincere grammy awards (io avevo 18 anni), ma era già da un pò che facevamo feste a base di pogo, andavamo a vedere Trainspotting e Pulp Fiction e Festen, spaccavamo cd, facevamo i tristi coi capelli lunghi, leggevamo Brizzi e Luther Blissett e libri in cui si prendeva in considerazione il rifiuto totale della società civile e si discuteva di fughe in messico… Ah, che tempi… che cazzate…
    (Lacrimuccia)
    ferr_sigh

  5. anonimo
    Posted 11 febbraio 2008 at 12:19 | Permalink | Rispondi

    metafora dell’hippi e delle fughe (su cui anch’io fantastico a iosa!):la felicità (e la libertà) non ha senso,ovvero non c’è,se è individuale.la liberazione o è collettiva o non è.

  6. anonimo
    Posted 23 febbraio 2008 at 01:08 | Permalink | Rispondi

    Una rappresentazione fedele (almeno nello spirito) della generazione X c’era già tutta nel cinema di Van Sant, a partire almeno da My Private Idaho (92). E se vogliamo essere puntigliosi, anche Sex Lies and Videotapes (89) coglie certi umori “generazionali” qualche anno prima del boom discografico di Nevermind (91). Sono daccordo col fatto che l’epopea, come forma drammatica, era possibile solo adesso, con parecchi anni di distanza (sperando che non sia il preludio di un più ricco “revival” cine-musicale).

    ps. il film di Sean Penn non l’ho ancora visto, ma mi avete fatto venire una gran voglia.

    pps. come primo post mi rendo conto che è da scassapalle, ma confido nel fatto che non lo leggerà nessuno!

    simone

  7. anonimo
    Posted 27 febbraio 2008 at 23:46 | Permalink | Rispondi

    Caro simone, sei già entrato nel giusto tono di spocchia che serve in questo blog!!! He he…
    Vado anch’io di puntiglio (manu, non me ne volere, è solo una scusa per parlarne): lo sport estremo è altro, o questa ne è una forma totalmente rarefatta ed estremizzata; quello che attua Alex è un tentativo di sopravvivenza, più incline all’ascetismo; ecco, in comune con lo sport estremo ha la ricerca intenzionale del limite fisico, del livello zero della vita. Ma non solo funzionale a misurarsi, ma a trovare una risposta ultima. Assomiglia più alla scalata della montagna in “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”. E non è una tendenza autodistruttiva: è un mettersi in gioco, totale. Scusa se preciso qui ma parlare di autodistruzione per quanto riguarda la generazione X è come parlare di corda in casa dell’impiccato. Autodistruzione, in quel contesto, fa venire in mente solo Cobain, la droga e il suicidio, e poi i testi introspettivi e autotristi dei soudgarden; ecc. Questa invece è una presa di posizione totale… è un passo avanti a tutto quello. E’, nella memoria collettiva, lo spirito del movimento noglobal di fine millennio.
    Ma io divago. E’ un filmone; e mi accodo, veramente potente.
    ferr_sid

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