Dogma Sundance 2008 (versione post visione de La famiglia Savage, o meglio The savages perché i titolisti italiani non capiscono nulla).
 
1)      Nessun personaggio può essere ridotto alla seguente formula (essere umano normodotato) + x. Per x si intende caratteristica bizzarra che lo rende simpatico, unico, e dotato di una vita degna di essere vissuta. X può essere: collezionismo folle, impulso creativo frustrato, trauma insolito di natura sessuale, tendenze suicide fantasiose, acconciatura peculiare ecc.
2)      Quindi, “Il mondo è bello perché è vario” non è solo un luogo comune, ma è anche una spina dorsale narrativa insufficiente.
3)      Lo squallore della vita sessuale non può essere rappresentato con copula alla missionaria e personaggio che guarda il soffitto con fare annoiato,
4)      Lo squallore della vita professionale non può essere riassunto in “luogo freddo e grigio con persone insensibili ma inserite vs. il mio io creativo e dolce e sensibile frustrato dal mondo in cui sono”
5)      Il compiacimento dell’autore regista nel riflettersi nel personaggio – di intellettuale sensibile frustrato – principale deve avere limiti ben precisi.
6)      Le gag con vecchi colpiti da Alzheimer (o personaggi con disabilità varie) fanno ridere. Ok. Ma fanno ridere in modo volgare sia che le scriva Buck Brippin from North Dakota e siano ambientate in un residence dell’Arizona, sia che le scriva Neri Parenti e siano ambientate a Fregene. E comunque in nessuno dei casi saranno mai culturalmente (high culture version) rilevanti. Neanche per sbaglio.
7)      La noia non è un valore estetico.
8)      Il fatto che il personaggio principale non abbia superpoteri e non voli, o non spari, non è un valore estetico.
9)      Il fatto che il personaggio principale del film riconosca il valore estetico delle cose non è un valore estetico per il film
10) Basta storielline minimaline su famiglioline disfunzionaline. Siamo nel 2008, è maniera.
11) I personaggi stralunati, allibiti, allampanati, stupefatti, rincoglioniti al centro dell’inquadratura e frontali e con effetti appiattimento della profondità sono ormai vietati. Siamo nel 2008, è maniera.
12) Le storielline minimaline non possono finire a tarallucci e vino, che basta un poco di volontà e la vita continua. Senza sguardo amaro, profondo, perlomeno combattuto, sulla seconda possibilità dell’amore mi posso guardare PS I Love You. E ho detto tutto.
13) Un buon test per valutare la bontà di una scena è la “traslitterazione Ozpetek”. Cioè chiedersi: questa sequenza la potrei ritrovare in un film di Ozpetek? Se la risposta è sì, ci sono buone probabilità che la sequenza in questione sia da buttare.
14) La relazione del protagonista con gli animali domestici (o con oggetti/esseri umani facenti funzione) o è improntata ad una serena convivenza o al bieco sfruttamento sessuale. Ciò che sta in mezzo (in un film) è fuffa.
15) Qualsiasi cosa che ricordi anche vagamente La mia vita a Garden State va impedito ad ogni costo.
16) L’elaborazione del lutto di Elizabethtown è una roba brutta. Molto. Prenderla come modello è un peccato mortale.
17) Chi cita la “leggerezza” calviniana va trucidato sul posto. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo
18) Qualsiasi non-luogo va ripreso con cognizione di causa. Ma è vietato mettere un oggetto/soggetto bizzarro in questo setting per dare la sensazione di postmoderno straniamento. Quindi no panda liberati in shopping mall, no aborigeni che cantano Love Me Tender in un aeroporto, no camionisti che citano Proust in un Burger King di El Paso.
19) Chi decide di realizzare un film indie (qualsiasi cosa voglia dire) deve fare questo per un anno. Per ogni santo giorno. Si sveglia. Si guarda allo specchio e si chiede “Ma la mia vita è davvero così interessante da farci un film?”
 
manu
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35 Comments

  1. DottorCarlo
    Posted 29 gennaio 2008 at 00:36 | Permalink | Rispondi

    Mi sa che il film non ti è piaciuto.
    Per niente.

  2. DottorCarlo
    Posted 29 gennaio 2008 at 00:37 | Permalink | Rispondi

    Spero di riuscire a vederlo al più presto, per avere qualcosa su cui discutere.

  3. Posted 29 gennaio 2008 at 03:15 | Permalink | Rispondi

    Questo post è geniale! Ora però sono curiosa di vedere il film, stampandomi e portandomi dietro però questi 19 punti… ;o)

  4. Posted 29 gennaio 2008 at 11:11 | Permalink | Rispondi

    Voglio mettere su una band indie e chiamarla I Normodotati + X

  5. anonimo
    Posted 29 gennaio 2008 at 15:11 | Permalink | Rispondi

    volevo a dire a valido se riapre il blog.
    peccato non averti accompagnato, manu…
    Fmc

  6. miic
    Posted 29 gennaio 2008 at 16:00 | Permalink | Rispondi

    firmo! firmo! firmo!
    (con una postilla però: trucidare no, ma almeno fare molto solletico sotto ai piedi a chi ricita la frase “è uno sporco lavoro ecc. ecc.”)

  7. anonimo
    Posted 29 gennaio 2008 at 17:24 | Permalink | Rispondi

    @dott. Carlo. e Emanuele: grazie e intuizione esatta. Vi aspetto al varco, anche se il discorso è un poco più generico e non tutti i punti sono relativi a The Savages

    @Valido: io vorrei fare il bassista. Il fisico ce l’ho. Mi metto occhiali con montatura spessa e comincio a parlare solo e soltanto di Jaco Pastorius in ogni circostanza e siamo a posto. Cerchiamo un batterista.

    @Miic. Accettiamo la tua firma, e accetto anche la giusta tortura. Senza se e senza ma.

    manu

  8. Posted 29 gennaio 2008 at 20:09 | Permalink | Rispondi

    valido, riapri il blog.
    manu sei un grande.
    posso fare “x” nella band?

  9. anonimo
    Posted 29 gennaio 2008 at 22:11 | Permalink | Rispondi

    sei sicuro che il film non era little miss sunshine dove ogni membro della simpatica famiglia di normodotati ha un’enorme X fosforescente stampata in fronte, cosi’ grande che si vede solo quella?
    saluto
    gig.

  10. Posted 30 gennaio 2008 at 10:16 | Permalink | Rispondi

    Little miss sunshine almeno fa ridere.

  11. DottorCarlo
    Posted 30 gennaio 2008 at 12:09 | Permalink | Rispondi

    solo a stralci..

  12. Supersoul
    Posted 30 gennaio 2008 at 20:28 | Permalink | Rispondi

    Ho letto questo post e mi son detto: stavolta NON posso trattenermi e gliene dico (o canto) 4 (dicasi: quattro).
    ah, prima di cominciare, giusto per chiarire, si puo’ formulare un pensiero su questo blog anche se non si è’ studiato cinema, comunicazione, spettacolo e non si è fatto il DAMS?
    no, così, chiedevo, non si sa mai…
    Allora, questa sorta di decalogo, a me sembra una saga della spocchia anti-spocchia che mai prima d’ora. Allora mettiamola così: l’estensore di quelle simpatiche note damserine (che comunque apprezzo per altre cose scritte, per questa NO) fa un intervento nel BLOG a nome del BLOG medesimo che non è un intervento critico sul film, no. ESSO sbrodola assai per enunciare il semplice concetto che a lui “lo stile SUNDANCE gli sta sui maroni”. Liberissimo, ci mancherebbe. Vabbe’ che poi gli scappa una roba in cui coinvolge Ozptek di cui si dovrebbe vergognare: Ozpetek nun lo reggo manco io ma col Sundance c’entra una fava; allora poteva citare pure Woody Allen o mio zio Alfonso.
    Dicevamo: l’estensore (mi piace chiamarlo così…) non fa un intervento critico, lui massacra il film e i suoi due personaggi a prescindere, perchè è lo STILE che gli fa venire l’orchite. A questo punto io mi chiedo: ma se tutti i critici o chi recensisce un film usasse questo criterio come saremmo messi? Ràgaz, qui si parla dell’America mica dell’Italia e lo si fa con uno stile vagamente minimale, con un occhio di riguardo agli affetti, ai sentimenti…cosa cazzo c’è che non va in questo????
    A me i due protagonisti non mi son sembrati così privi di spessore, le due figurine VAGHE che “l’estensore” evoca. A parte il fatto che la Jenkins mi pare bravissima ad affrontare senza meccanismi ricattatorio/patetici il delicato tema della malattia terminale e del disagio che quest’ultima porta improvvisamente in una famiglia (mai capitato signor Estensore? a me sì, purtroppo…). Perchè vede, signor Estensore, io a differenza di Lei non avendo studiato al Dams e non ricoprendo qui dunque ruoli da “esperto”, potrei anche permettermi di svaccare e di sparare ad alzo zero sui Cinema che non mi piacciono (vuole un esempio? subito. Mi sta sul cazzo il cinema coreano, non lo reggo per piu’ di tre minuti e mezzo, che sia thriller o noir o horror mi fa cagare…). Lei no che non puo’ permetterselo, lei deve ARGOMENTARE nello specifico del film di cui si sta parlando, lei qui mi rappresenta IL BLOG e, non essendo in un’osteria del Pratello al quinto bicchierino, non puo’ dire che “i film targati Sundance la fanno cagare”, come di fatto ha argomentato.
    Sa cos’ha che non va il suo post? E’ DI MANIERA.
    Con immutato affetto e stima.
    (Non finisce qui).

  13. anonimo
    Posted 30 gennaio 2008 at 22:07 | Permalink | Rispondi

    dott. marchesi deve esser promosso primario.
    ci prescriva più spesso i suoi ricettari sensazionali sir.!

    respect
    Alessandro

  14. Posted 31 gennaio 2008 at 11:47 | Permalink | Rispondi

    Anche io non mi esalto per il cinema Sundance e mi trovo molto daccordo con il concetto di normodotato + X come vera cifra di quel cinema, che in questo modo sconfina sempre nell’autoconsolatorio e nell’esaltazione del mediocre e del quotidiano.

    Eppure non ti sembra che (senza esagerare) sia uno stile in grado di rimettere in gioco le dinamiche classiche americane (mito della seconda occasione, mito del successo, battaglie tra i sessi ecc. ecc.) senza la pomposità dello stile hollywoodiano che un po’ ha stufato.
    Sono daccordo anche io che per molti versi i film Sundance “barano” o meglio “truffano” perchè si propongono per quello che in realtà non sono. Ma non è un passo in avanti rispetto all’immobilismo?

  15. anonimo
    Posted 31 gennaio 2008 at 15:04 | Permalink | Rispondi

    a me mi era piaciuto però littel miss sansciain

    Marina

  16. Supersoul
    Posted 31 gennaio 2008 at 17:54 | Permalink | Rispondi

    forse che sia stato troppo veemente?
    i films che passano dal Sundance (ma mi sembra di capire ormai anche quelli che passano da Toronto) spesso parlano di queste “famiglioline minimaline”, ma parlare del quotidiano è una scelta che implica anche situazioni di mediocrità, così come momenti di tenerezza e di dolore. E poi, vivaddio, spesso questi “filmuncoli minimaluncoli” (e penso al meraviglioso “LARS”) ci permettono di entrare in UN’ALTRA AMERICA, che non è quella degli intellettuali benestanti di Manhattan ne’ tantomeno quella dei poliziotti/agenti segreti anticomunisti o (bleah) dei rappers coglionazzi e stronzoni che piacciono tanto a qualcuno.
    Ecco: questo volevo dire l’altra sera, quando, evidentemente a cena avevo “mangiato del leone”, come si usa dire in terra felsinea.

  17. ohdaesu
    Posted 1 febbraio 2008 at 04:01 | Permalink | Rispondi

    Dicevamo?[..] Seconda parte in cui Ohdaesu tenta il suicidio, non ci riesce e allora fonda i Joy Division. AMERICAN GANGSTER è il miglior film di Ridley Scott da un po’ di tempo a questa parte: un risultato che, considerando che si sta parlando di uno che ha [..]

  18. anonimo
    Posted 1 febbraio 2008 at 11:00 | Permalink | Rispondi

    Quando dico che ho fatto il dams* la gente mi toglie il saluto, di norma.

    *Che andrebbe scritto tutto maiuscolo, ma in un commento/post fa brutto.

    Maria Sung+x

  19. anonimo
    Posted 1 febbraio 2008 at 11:44 | Permalink | Rispondi

    @supersoul (o estensore del commento 12, se preferisce).
    Lei è libero di commentare come più le piace, e non richiediamo la laurea al DAMS né la certificazione accademica di “saperne di cinema”. Dove le sembra che sia richiesta? Non mi pare che ci sia un login con richiesta di numero di matricola e quiz su Muriel ou le temps d’un retour.
    Tra parentesi, io non sono laureato al dams e solo due di sei dei “secondavisionisti” lo sono.
    Quindi, spocchioso lo ammetto, damsiano no, ma anche se lo fossi non vedo cosa ci sarebbe di male. Ed è da un po’ di anni che non vado a bere al pratello. Quindi, la prego di lasciare la mia persona al di fuori delle polemiche, visto che chiede di argomentare, come da commento seguente
    Alcune notazioni a margine: Le faccio notare che in fondo al post c’è la firma “manu”, e quindi non mi arrogo il diritto di parlare a nome del blog. Se qualcuno dei miei colleghi volesse dire “Eh, no, per me The savages è bellissimo” lo potrebbe fare.
    le faccio altresì notare come fin dal titolo il pezzo non si ponga come una recensione di the savages, ma come “una reazione alla visione di”. E’ un post generico e non specifico. Quindi, una cosa diversa, fin dalle intenzioni.
    Accetto l’accusa di spocchia, sono spocchioso e snob, e ne vado piuttosto fiero, ma non quella di non aver argomentato. Non volevo farlo e questa scelta è esplicitata a caratteri grandi. Per esemplificare: è come se avessi scritto un saggio e lei mi avesse detto, ma non c’è trama. Capisce che non è una mia colpa.
    Quindi, la reazione non è solo riguardo i Savages, ma un certo modo di fare cinema. In effetti, solo 6 o 7 dei 19 punti elencati sono applicabili al film in questione.
    Inoltre, mi scusi, il suo parallelo con il cinema coreano non sta in piedi: nel caso del “genere Sundance” si hanno delle pratiche produttive, dei temi, degli stilemi comuni che fanno pensare all’esistenza di un genere. Nel “cinema coreano”, l’unico tratto comune è che gli attori sono “orientali che non sono né cinesi né giapponesi”. Ci sono commedie, horror, film d’autore, pacchi, farse ecc. ecc. Solo a noi (italiani) può sembrare che sia un genere.
    Il suo paragone non regge, mi scusi se glielo dico.
    Inoltre, il mio post potrebbe essere maniera (e non ci vedrei nulla di eccessivamente malvagio, è un post e non un film), ma maniera di che cosa?
    Inoltre, mi spiace che non abbia colto il riferimento a Ozpetek: era una battuta. Come la quasi totalità del post.
    Per cose più serie, non è stato troppo veemente, ma le chiedo: lei va al cinema per vedere un’altra America? A me, di vedere “un’altra America” (rispetto a cosa?) non me ne importa un fico secco. Come non mi importa di vedere “un altro Kirgikistan” o “un’altra Estonia”. Mi aspetto che ci sia perlomeno qualcosa di “universale” che mi possa conquistare. E se l’universale è “l’armonia della pasta di sale” come in The Savages, a me non me ne può importare di meno. Veramente, visto qualche sforzo in più si può fare. Dov’è la forza innovativa dell’affermazione “gli outsider possono vivere in tranquillità come un travet di Vimercate, che basta un poco di zucchero e la pillola va giù”?.
    Personaggi stereotipati che ritrovano la forza di vivere grazie a un’elaborazione del lutto ridicola, tratteggiati con le matite colorate poco temperate. Mi spiace, “ma non adoro essere ridotto a uno stereotipo culturale”. Ignorare le implicazioni forti del lutto, del fallimento, delle difficoltà della vita amorosa non è levità, ma superficialità. E anche le ricettine per ritrovare la serenità sono superficiali, checché ne dica lo Zeitgeist.
    E due buoni attori non fanno un film (cfr. American Gangster, o PS I love you. Mmmhh, forse Gerald Butler non è un buon attore).
    Comunque, rimane la stima per lei ma non per The Savages, citando ohadesu “il Sideways dell’Alzheimer”.

    @gparker: il tuo discorso è corretto, anche se non ho ben chiaro cosa sia l’immobilismo. Nel senso, penso che ci siano degli ottimi film Sundance, che appunto rimettono in gioco in modo nuovo alcuni elementi. Ma non è questo il caso: nel momento in cui diventi formula di successo – che anche le major ti mettono in cantiere – dov’è l’innovazione? Dov’è l’autorialità?
    Solo nei casi migliori c’è vitalismo, negli altri (come the savages) mi sembra che ci si sia un po’ seduti sullo slogan “non sono Daredevil, impegno due neuroni. Uomini e donne di buone letture, a me”.
    Non basta il negativo, ci vuole un po’ di forza affermativa. Che, lo ribadisco, alcuni film Indie/Sundance hanno. Ma non perché sono indipendenti, ma perché sono bei film. Anche all’interno del genere che descrivo con delle battute.

    Manu (con il commento più lungo della storia)

  20. Posted 1 febbraio 2008 at 14:20 | Permalink | Rispondi

    stavo per scrivere la trama di un film antidogmatico, come da tradizione, quando ho guardato il monitor e mi sono chiesto “ma è un’idea davvero così interessante da farci un post ?”. Ho ripiegato sulla lettura pubblica di tutto il Grande Gatsby nell’Ipercoop di Castenaso

  21. Posted 1 febbraio 2008 at 15:42 | Permalink | Rispondi

    Premessa
    Si potrebbe scrivere un efficace decalogo dei film da nerd per nerd pieni di stronzate nerd che ai nerd piacciono un casino.

    per ogni vecchio rincoglionito c’è un nerd inebetito.
    A me sta più sulle palle il nerd.

    Ho letto le sue argomentazioni in risposta alle osservazioni mosse, e mi trovo in totale disaccordo sul film in questione, non sulle operazioni Sundance, peraltro replicate anche in altri campi (vedi buddy movies, apatow, film con nerd di 30 anni malcresciuti).

    Che questi campi trovino un pubblico più entusiasta e una critica supina e favorevole è un dato di fatto.

    Se permette le dico cosa ha lasciato a me il film. E la ringrazio per l’attenzione.

    Il lavoro della Jenkins a mio parere è un lavoro di fino.
    Al di là della più banale e immediata lettura della famiglia disfunzionale, della “crisi famigliare” della riflessione sulla morte, dell’uso dei classici topoi per la commozione (il cane, specchietto per allodole) c’è l’intento però, a mio parere efficacemente, di andare ben oltre.
    Cero di essere meno confuso.
    La Jenkins ci dice: guardate, sto usando questi bassi “colpi di scena da teatro”: e infatti Jon è la “critica” della sorella, che è quella che scrive i copioni (e il copione di molti momenti del film – è lei cui sono affidati i dialoghi più rischiosi e spetta al fratello fare la critica tra vita e sua messa in scena, contestando le parole, gli atteggiamenti, i gesti), e le loro discussioni sono proprio quelle tra autore e critico (le due professioni dei protagonisti), alla ricerca di una messa a punto della piece.
    E come si cerca la “messa a punto” della famiglia, ecco che si cerca la “messa a punto” del testo teatrale.
    E’, insomma un film sul testo, sui topoi di un genere e sulla loro messa in scena.
    Non siamo in un testo di Sam Shepard! si dice ad un certo punto.
    E sappiamo che di Famiglia Shepard se ne intende.
    C’è la paura del clichè, c’è l’uso dei personaggi con le loro due identità, c’è, alla fine del film, la messa in scena della vita della sorella, in un rimando ancora una volta al gioco che ha percorso tutto il film.
    Non è il classico “dramma familiare”, è la (per me) acuta riflessione sulla messa in scena della Famiglia e sulle implicazioni di questa messa in scena.

    Dire che si tratta di un Sideways della demenza senile è non solo sbrigativo ma proprio sbagliato: c’è un abisso di scrittura.

    Un saluto

  22. anonimo
    Posted 1 febbraio 2008 at 16:41 | Permalink | Rispondi

    La ringrazio per l’intervento e mi concentrerò sulla sua visione del film, che mi pare più interessante della vaga accusa di essere un nerd che traspare dalle prime righe del suo commento.
    La prego di lasciare perdere eventuali “redutio ad brufulum” (che di solito si concretizzano in cose del tipo“non scopi”, “fatti una vita”, “torna a giocare ad Halo e a dormire nel tuo letto a una piazza”, “dai citami a memoria la 13 puntata della terza serie di Star Trek”) sgradevoli e, per quanto posso dire io, inesatte. Insomma, evitiamo cose del genere, e spero di non offenderla se le do del tu.

    Tu dici: la critica è più supina nei confronti di buddy movies, apatow e cose del genere. Quale critica? Può essere che i blog siano così, ma non avviene così in molti altri settori della “critica”. Se prendi un quotidiano qualsiasi: Apatow è il film scorreggione (il che è vero), The Savage è il film intelligente che ci fa affermare che gli americani non sono così stupidi.

    Ma comunque, ciò è poco interessante.
    Rispetto la sua lettura metatestuale, ma ti propongo di fare la traslitterazione Muccino. E se “l’ultimo bacio” fosse una riflessione sugli stereotipi della borghesia e la famiglia borghese nei suoi luoghi di auto rappresentazione?”. Es. Il matrimonio, il lavoro, il viaggio, la menzogna. E se Muccino non avesse rispecchiato l’Italia, ma l’avesse criticamente analizzata? In un modo de panza e non de testa?
    Ogni tanto il dubbio mi viene, ma era un esempio di come, a volte, le letture “riflessive” non mi convincano appieno. Si rischia di salvare tutto: tra cui la Romanoff in “ricordati di me” perché vuole fare la velina.

    Su The Savages: il film trasuda teatro in ogni scena. Lui scrive addirittura un libro su Brecht. Ed è un indizio forte a favore della tua lettura. Che penso sia corretta, ma penso anche che non salvi il film. Perché il gioco sui cliché debba venire così male: noioso, prevedibile, banale. Se vuoi fare un parallelismo così, beh puoi sforzarti un po’ di più. Se non altro per celare l’investimento di identificazione con il personaggio femminile, veramente plasmato con una tale quantità di aspettative da soffocarlo, completamente.
    Inoltre, trovo davvero raggelante il tono conciliatorio: se si ragiona sulla messa in scena della famiglia e del teatro, allora The Savages è conciliante come qualsiasi commediaccia. Il lutto, la difficoltà, la mancanza di amore, sono tutte salvabili in una serie di piccolezze che compongono l’armonia del tinello e di una commedia che metterà in scena un bimbo che prende due schiaffoni che gli rovinano la vita. Insomma, per quanto mi riguarda, la vita e l’arte che trovano un’armonia di piccolezze, sono anch’esse delle piccolezze.
    In questo caso pure brutte e noiose. E, davvero, il vecchio è usato come Gioca Jouer delle emozioni. Si ride! Si piange! Sui riflette sulla vacuità dell’umano!

    E, inoltre, Sideways aveva un paio di sequenze burlesque che mettono in gioco la rappresentazione dei sensi nel cinema muto, in una commedia verbosissima…

    Con stima
    manu

  23. anonimo
    Posted 1 febbraio 2008 at 17:14 | Permalink | Rispondi

    Inoltre, nel nerd movie vs. Indie, si può anche parlare di Napoleon Dynamite.

  24. anonimo
    Posted 1 febbraio 2008 at 19:37 | Permalink | Rispondi

    Appoggio con il dott. marchesi e la sua spocchia sul tetto che scotta che mi piace tanto tanto.
    yeah
    regards
    alessandro

  25. Posted 2 febbraio 2008 at 09:33 | Permalink | Rispondi

    non sfugge a nessuno che questo dibattito va letto come un fine, autoironico omaggio a “Sogni d’oro”, là dove Moretti deve sorbirsi opposti ma ugualmente “dilettantistici” giudizi su Fuga da Alcatraz (vado a memoria: “orribile, pieno di luoghi comuni..il topolino..”, “splendido.. tutto giocato sui luoghi comuni del genere carcerario”) e sbotta nel famoso “Parlo mai di astrofisica ? parlo mai di epigrafia greca ?”

  26. anonimo
    Posted 2 febbraio 2008 at 11:03 | Permalink | Rispondi

    Grazie Dust

    manu

  27. anonimo
    Posted 2 febbraio 2008 at 12:31 | Permalink | Rispondi

    @supersoul:
    lascia perdere, non avremo mai ragione!..io c’ho rinunciato da mo’..!
    p.s. anch’io non ho fatto il dams..per fortuna!..i film mi piacciono o NON mi piacciono, e di quello che c’è dietro, sopra, sotto, in parte, non me ne frega niente..
    Ho un mio spirito critico fatto di centinaia e centinaia di film, e non starò certo qua a discutere con gente che non conosco su pippe mentali che solo in un blog possono venir fuori!
    E ricordiamoci tutti che se qualcuno scrive qua è perchè non può farlo da nessuna altra parte!..ovvero la “nascita e proliferazione dei blog”..

    peace

  28. Posted 2 febbraio 2008 at 14:02 | Permalink | Rispondi

    spero sia chiaro che non intendevo essere offensivo. devo anche dire che trovo incomprensibile il commento 27. che diavolo significa “non avremo mai ragione” ?

  29. anonimo
    Posted 2 febbraio 2008 at 17:03 | Permalink | Rispondi

    ma sopratutto cosa vuol dire “peace”

  30. DottorCarlo
    Posted 3 febbraio 2008 at 03:05 | Permalink | Rispondi

    Ho finalmente visto il film.
    E, al di là di compilazioni di dogmi, mi piacerebbe che Manu si concentrasse più specificamente sui Savage.

    Io ho trovato che il film, al di là di difetti più o meno fastidiosi, sia comunque vedibile.

    Un po’ superficiale, è vero.

    Troppo wannabe intellettuale, ma perché lo dice, che non basta per esserlo: laddove la protagonista parla dell’Angelo azzurro, soprattutto, oltre che essere gratuito è anche piuttosto fuori del personaggio.
    E ciò è oltremodo odioso.

    Il film è inoltre scentrato e indeciso: la demenza è una scusa; il personaggio maschile ha poco spazio; ci si concentra di più sul personaggio femminile.
    Ma tutte queste scelte danno l’impressione di carenza di sceneggiatura.

    Sono poi d’accordo con Manu quando dice che il discorso metatestuale è interessante, ma probabilmente fuori luogo perché non supportato da sufficienti elementi narrativi.

    Mi dissocio tuttavia parzialmente sull'”ignorare le implicazioni forti del lutto, del fallimento, delle difficoltà della vita amorosa non è levità, ma superficialità”.
    Per il semplice motivo che a mio avviso non stava qua l’intento del film, per cui non metterei troppo l’accento su tale questione.

    Ma non si parli di sentimenti, che non mi pare proprio il caso.

    Cosa resta, in sostanza?
    Un film che, in sé, non trovo così “urendo” (cit.), che riesce nonostante tutto a scorrere non malvagiamente.

    Un trucchetto furbo? Può darsi.
    Rimarrà qualcosa allo spettatore? Oltre questi commenti, chissà.
    Non considero abbastanza il con-testo? Mi viene il dubbio di sì.

    Ma il quadretto dipinto è, purtroppo, per molti versi vicino alla realtà contemporanea: tra precarietà, scelte più o meno obbligate più o meno di comodo che vanno a detrimento di rapporti interpersonali fino a ieri considerati “sani”, insoddisfazione, recessione economica.

    Anche se tutto questo viene detto in maniera “lieve”; che in questo caso non considero un difetto.

    Forse è da qui che nasce quella minima fascinazione che mi ha fatto affermare che il film sia in ogni caso vedibile.

  31. anonimo
    Posted 3 febbraio 2008 at 12:17 | Permalink | Rispondi

    in risposta all’inutile ed irritante commento 27:
    1) noi? Chi? Chi siete? dove siete? non avrete mai ragione su cosa?
    2) Faccio il dams, te che fai? il dams si può fare anche con una certa serietà per quanto nessuno sembra crederci. Detto questo non vedo perché uno dovrebbe vergognarsene o giustificarsi in tutti i modi.
    3)per fortuna? cosa?
    4) NESSUNO ti ha ordinato di leggere un blog in cui si commentano i film, ed è normale, sai, che in un blog di cinema si faccia questo. Se il tuo spirito critico da cinefilo non accetta di chiedersi minimamente cosa ci sia “dietro, sopra, sotto” un film, lasciatelo dire, il tuo spirito critico fatto di centinaia di film fa abbastanza schifo, in quanto non può definirsi tale. C’è una differenza, probabilmente, tra l’essere cineamatori ed inglobare bulicamente tutto, o tentare di avere, appunto, uno spirito critico. Quest’ultimo comporta, ogni tanto, di porsi questioni generali di ordine stilistico, teorico (il post di manu vuole essere una panoramica più generale su uno stile che si delinea come “sundance”, cosa che credo si possa rintracciare in altri interventi di questo blog: ecco quindi che c’è una coerenza da argomentare e portare avanti).
    Se poi vogliamo parlare di come succede questo in un blog, cioè di come la critica di un blog si differenzi da quella cartacea o da quella “da portale di cinema”, possiamo iniziare un altro discorso: indubbiamente c’è una libertà tale del contesto che definisce paradossalmente uno stile ben preciso per chi scrive su blog (intendo ironia, una più che dovuta spocchia, una licenza alla scarsa argomentazione: per quanto, ti assicuro, che questo blog – e anzi gli interventi di manu in particolare – siano alcuni dei commenti più argomentati di tutta la blogsfera, a mio parere). Ci sono riviste specializzate in cui si analizzano i film; ci sono recensioni o schede ridicole sui quotidiani o su settimanali in cui si sputacchia la trama in due righe; ci sono portali di cinema vergognosi in cui si banalizza sempre più un mondo che già stenta ad avere un senso, quello del cinema; ci sono blog in cui si gioca esclusivamente con l’ironia o sullo stile di scrittura; ma credo che l’unicità delle modalità di interazione (quella che Kekkoz a Bologna ha giustamente definito “onestà intellettuale”) che internet permette, ponga il blog in una dimensione assolutamente privilegiata rispetto a tutte le altre forme di critica rimaste in piedi.
    Se la critica ha un senso (e davvero rischia ormai di non averne quasi più) è quello di tracciare linee teoriche generali che permettano di orientarsi nel mondo delle opere, per poi appunto analizzare meglio queste (o anche, semplicemente, per farsi una propria posizione da contrapporre; o anche, semplicemente, per guardare centinaia di film) Deve essere fatta con consapevolezza, ma anche con la leggerezza e la libertà che è tipica dei post di alcuni blog.
    Con questo ti ho detto la mia anche sul punto:
    5) “le pippe mentali che solo in un blog possono venir fuori” sono l’indice di quanto possano essere preziosi questi luoghi virtuali in cui la gente (quella interessata, quella che fa il dams, quella che non ha niente da fare, ecc ecc proseguendo con tutti i luoghi comuni che riesci a metterci) si scambia opinioni sui film. Perché può essere che non a tutti basti uscire dalla sala o spegnere il computer. Non vedo cosa ci sia di male. O ci si prende troppo sul serio? E se anche fosse? ma non è questo il problema di un blog.
    Ultimo punto, così ridicolo da farmi sperare che tu stessi scherzando e che tu sia un amico di manu che vuole solo provocarlo.
    6) “chi scrive qua è perché non può farlo da nessuna altra parte”
    ?? Forse è vero, ma certo non per mancanza di talento o capacità. E in molti casi, non è un’offesa!!!!
    A partire dalle recensioni sui quotidiani, per continuare sulle poche righe di film tv, finendo sulle colonne di SegnoCinema o Cineforum: non trovo delle penne così raffinate.
    E poi si è già detto che il contesto segnerebbe tragicamente i bloggers: parlando di Kekkoz, o di Manu (quelli che conosco meglio – non personalmente – , ma ce ne sono ovviamente altri), non so quanto potrebbero sentirsi liberi tra le pagine di un quotidiano!
    Insomma, non essere schierato tra gli invitati di Cinematografo…beh, non credo sia un dispiacere…

    Scusate lo sfogo.
    Ah…ma forse è solo una pippa mentale da blog…

    mog

  32. anonimo
    Posted 4 febbraio 2008 at 11:58 | Permalink | Rispondi

    Grazie al commento 31, mag, che mi permette di evitare querelle sul massimi sistemi. Ma vorrei dire che, visto che non mi si legge, non ho fatto il dams e non c’è nulla di male nel farlo.

    @dottorcarlo: il mio è un giochino. Non mi sono concentrato sul film se non nei commenti perché volevo fare un discorso più generale. Tagliato con l’accetta, perché alcuni film Sundance sono belli anche se vengono compresi nello schema.
    Perché The Savages no? Perché non ha una reale portata innovativa, ma ripete stancamente gli schemi.
    Ma la mancanza di innovazione on è una colpa, lo so. Per cui, dico che la levità è una scelta facile, per ricondurre tematiche di forte portata ad un piccolo schema. Piccolo come una cineseria. Più serimente, la forma è completamente staccata dal contenuto, nella presunzione che il mettere in scena in un certo modo sia garanzia di uscire da stereotipi e di dire qualcosa di intelligente.
    Il film dice delle banalità, e le dice in un modo risaputo, balbettante e in fondo paradossalmente borioso. Della boria di chi sa di essere nel giusto per grazia ricevuta, e non fa sforzi per spiegartelo. Ti racconta delle fole in modo gentile, cortese ma in fondo borioso. E a un film si può chiedere di più, no?

    manu

  33. Posted 5 febbraio 2008 at 11:20 | Permalink | Rispondi

    si sente però la mancanza di un “Dogma interpretativo” o “meta-Dogma”, che fissi qualche limite alle sovraintepretazioni. Ad esempio, non è che quando appare uno schermo o uno specchio o un tizio che fotografa devi sempre subodorare una riflessione sul cinema.
    Come qui si usa Ozpetek là si potrebbe usare – in positivo – Couscous, film che ho trovato insieme molto bello e singolarmente refrattario a metainterpretazioni. In parole povere: non solo me lo sono goduto, ma ho anche mentalmente tirato un sospiro di sollievo

  34. anonimo
    Posted 5 febbraio 2008 at 13:22 | Permalink | Rispondi

    più pudore più pudore..
    più pudore

    consuetudine

  35. anonimo
    Posted 5 febbraio 2008 at 18:46 | Permalink | Rispondi

    Saremo più pudichi
    promesso

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