THERE WILL BE BLOOD, Paul Thomas Anderson, 2007 

"I… drink… your… milkshake!"

Questo è uno scritto di parte. Se qualcuno vorrà trovarci coerenza e raziocinio dovrà leggere altro. Questo è uno scritto partigiano. Se trapelerà un qualche spunto obiettivo sarà una pura casualità. Questo è un scritto entusiasta, pieno com’è di quel furore e quella veemenza gioiosa da giovani turchi  come solo il Cinema, proprio quello con la C maiuscola, riesce, per fortuna, ancora a dare. Questa è la storia di un uomo che scava nelle viscere della terra, che si sporca le mani e l’anima nella melma oleosa del sogno americano. Questa è la cronaca di un capolavoro annunciato, a lungo atteso, a lungo sperato. Cinque anni ha impiegato il più fulgido talento del cinema americano per dimostrare, se mai ce ne fosse stato bisogno, la sua bravura e la sua maestria in quello che è un progetto estremamente ambizioso e coraggioso, l’ascesa di un uomo potente raccontata senza rappresentarne la conseguente e prevedibile caduta. Daniel Plainview è un Padre Fondatore americano dalle mani insanguinate che ascende all’empireo del successo, del potere e del denaro così come il getto di petrolio sprizza verso l’alto dei cieli. E per fare questo deve scavare, scavare nella scura terra, scavare negli oscuri meandri dell’animo umano, sempre più in fondo, sempre più solo. Appunto, non c’è la caduta, se non quella contemporanea e inevitabile della morale e dell’etica, in un mondo assolato ma quanto mai tetro già predisposto a perdere qualsiasi identità e valore. Non la Religione, non l’Amicizia, non la Famiglia salverà Daniel Plainview dal girone infernale del suo destino e dalla maledizione portata dal liquido nero come la sua anima. I morti si sommeranno, gli affetti cadranno, il sangue scorrerà ma lui andrà avanti, risoluto, tenace, fino al grottesco ultimo sberleffo, col sorriso beffardo di un uomo che odia il prossimo suo, lontano da Dio e degli uomini. I temi e le suggestioni sono molteplici e complesse, a cominciare dal discorso religioso, che sia Dio o il denaro , fino ad arrivare a uno dei temi cari del cinema di Anderson, la paternità, o la ricerca della paternità, che sia quella degli Stati Uniti, che sia quella di un figlio, di un fratello, e il dolore che comporta la scoperta dell’assenza di radici. L’America ancora una volta è stata fondata sul sangue e col sangue da Padri fondatori che non sono padri naturali, perché in questo mondo la naturalezza non può trovare posto. Paul Thomas Anderson ha raggiunto una tale maturità espressiva e un tale controllo del racconto da non aver quasi bisogno di dialoghi, vedi i folgoranti undici minuti iniziali. All’apparenza il suo stile sembra essersi asciugato dai virtuosismi che hanno caratterizzato le opere precedenti, ma a ben vedere ogni singola carrellata, ogni minima inquadratura è talmente appropriata, potente e significativa da dovere riconsiderare il concetto stesso di virtuosismo. Tutto scorre con una grandezza che lascia basiti, il perfezionismo formale mai eccessivo, sempre funzionale, che si permette anche la blasfemia di evocare l’inevocabile kubrickiano nell’impressionante e pauroso finale. E quasi superarlo. E poi c’è Daniel Day-Lewis. Gigantesco, grandioso, alle prese con un vero e proprio tour de force attoriale. Non c’è inquadratura in cui non sia in scena, la figura dinoccolata e demoniaca, i gesti perfetti, gli sguardi agghiaccianti, la voce che, nell’originale, rifà John Huston, talmente straordinario da far apparire Bill The Butcher un personaggio da operetta. Questa è la storia di un assoluto, stupefacente capolavoro. Questa è la storia di un uomo che non è più un talento, ma molto semplicemente uno dei più grandi registi statunitensi. Questa è la storia di un film dedicato a Robert Altman. Sì, ci sarà ancora sangue nel cinema contemporaneo, sangue vitale e passionale, e tutto questo grazie ad un uomo che risponde al nome di PTA.

…L’avevo detto che sarebbe stato uno scritto di parte…

Tom

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15 Comments

  1. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 10:06 | Permalink | Rispondi

    “lontano da Dio e dagli uomini” si poteva tagliare per non evocare insalubri fantasmi…

    e poi finalmente ho scoperto la vocazione da giovani turchi del collettivo SV. Tom Truffaut, Francesco Chabrol, manu godard, paolo rohmer. manca Bazin… forse luciana…
    DT

  2. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 10:49 | Permalink | Rispondi

    caro DT, io sono contento dell’attribuzione di cognome, non penso che paolo lo sia altrettanto.
    manu

  3. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 11:41 | Permalink | Rispondi

    poteva andare peggio, potevo essere philippe de broca.
    p.

  4. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 11:47 | Permalink | Rispondi

    O Rozier

  5. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 12:10 | Permalink | Rispondi

    E Fede?

  6. Posted 19 febbraio 2008 at 13:57 | Permalink | Rispondi

    condivido l’entusiasmo e il commento. Aggiungo che
    a) benché il film sia molto originale, mi pare ben radicato in una grande tradizione cinematografica e letteraria, tra loro spesso intrecciate. E’ stato citato Huston, che sembra in effetti condensarle (ad es. Moby Dick e Wise Blood, dal testo di Flannery O’Connor) ma direi che ci sta pure Faulkner e (per quel po’ che ne conosco) in generale il cosiddetto “Southern Gothic”
    b) mi ha molto colpito la (quasi) completa e programmatica assenza di ruoli femminili, mentre ci sono vari padri (naturali o adottivi) soli. Tutto il senso del film si gioca sugli assi denaro-fede e padre-figlio, senza spazio per una dimensione erotica o famigliare (in senso tradizionale). It’s a man’s world.
    c) Nel finale, come dire, ognuno diventa quello che è, e la Terza Rivelazione (dopo Mosè e Gesù Cristo) è il Capitale

    Per chi volesse leggersi la sceneggiatura eccola qui

  7. anonimo
    Posted 19 febbraio 2008 at 14:04 | Permalink | Rispondi

    Io vorrei esattamente essere Bazin.. lo prendo come un augurio e un’ispirazione dato che non potrei nemmeno sputargli sulla suola delle scarpe per lustrargliele.
    Grazie per non avermi dato della Lietta Tornabuoni
    Luciana

  8. Posted 19 febbraio 2008 at 14:27 | Permalink | Rispondi

    Bravo Tom, concordo appieno. E mi bevo un mikshake in tuo onore! Sto pensando anche all’estremo uso della grammatica cinematografica in questo capovaloro. Oltre che la Terza Rivelazione, é un po’ l’equivalente cinematografico della Seconda Invenzione della Ruota. Questi campi lunghi, questa ‘intensified continuty’ di spazio e suono, questa musica industriale dissonante, minimalista e barocca allo stesso tempo. Certo, un piccolo granden ‘Citizen Kane’ per la nostra generazione – Ma anche più che con Altman, PTA ha un debito col Polanski di ‘Chinatown’ – tra la voce di DDL, molto John Huston, e l’idea che questo petrolio nero sia un po’ come l’acqua di Chinatown, una volta bevuta non ce n’è più, siamo finiti, the only way is down (nel buco della miniera, o nelle bowling lane sotteranee deserte). Apocalisse!
    Ciao a tutti,
    Irene

  9. Supersoul
    Posted 19 febbraio 2008 at 18:30 | Permalink | Rispondi

    immenso, epocale, una meraviglia.
    (la mia sola paura è che dopo questo popò di capolavoro mi venga da sminuire i miei amati fratellini coen).

  10. anonimo
    Posted 20 febbraio 2008 at 12:07 | Permalink | Rispondi

    potevate essere assimilati ai giovani turchi italiani, tipo Giona nazzaro o francesco ruggeri…dai, vi è andata bene.

    Il perfido codardo che non si firma ma sapete chi è..
    ;-)

  11. anonimo
    Posted 20 febbraio 2008 at 12:24 | Permalink | Rispondi

    il fatto che DT mi abbia ignorato, mi sgomenta. mi stupefà.
    te e la tua mattonella di capelli.
    mi vendicherò racccontando a tutti la storia delle palline cinesi.
    Fmc

  12. anonimo
    Posted 20 febbraio 2008 at 17:59 | Permalink | Rispondi

    ok, fede è il giovanissimo turco leonardo gandini

  13. anonimo
    Posted 24 febbraio 2008 at 19:15 | Permalink | Rispondi

    fede, è stata una dimenticanza alquanto involontaria che testimonia allo stesso tempo la mia grande ammirazione e invidia per la tua somiglianza somatica a claudio santamaria

    la mattonella è sparita per far spazio ad una rasatura a zero

    sulle palline cinesi,che ho anche regalato ad amiche, vorrei che ne spiegassi loro l’esatto utilizzo perchè oggi l’ignoranza in questa materia (oltre che nel cinema) è davvero abissale.

    DT

    PS sto preparando uno script, su suggestione del commento della papessa: si intitolerà Lo Sputo calmo. Sarà diretto da antonello grimaldi e saranno un’ora e quarantacinque minuti di campo (una donna che prepara lo scaraccio, mulinando la saliva a bocca chiusa poi improvvisamente a bocca aperta), controcampo: la scarpa (che ad ogni scena cambierà – quella di bazin, di moretti, di de bacque, di gandini ) con sputo gocciolante. sul finale al posto del reiterato controcampo una bella soggettiva dello sputo (recuperando quella dell’anello nel tombino di caos calmo) che guarda la protagonista perplessa del suo ripetuto gesto.

  14. Posted 29 febbraio 2008 at 16:14 | Permalink | Rispondi

    Capolavoro indiscusso e probabilmente appena migliore di quello dei Coen. Almeno secondo le mie ragioni.
    M.M.

  15. anonimo
    Posted 4 marzo 2008 at 00:55 | Permalink | Rispondi

    Senti, non mi toccare Bill Cutting che vengo a darti una coltellata dove non mi si spunta la lama…

    Il confronto lo farei con Brad Pitt, piuttosto: ottimo Jesse James, ma il vero sguardo agghiacciante, ferino, definitivo, il vero volto e corpo dell’america delle “bloody roots” ce l’ha solo Daniel Day… uno dei 10 migliori di sempre? Così mi unisco ai tuoi fuochi d’artificio…

    Per il resto sottoscrivo tutto sull’ormai olimpionico PTA; interessante, Dust!

    Ferroviere siderale

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