NOI DUE SCONOSCIUTI (USA, Gran Bretagna 2007) di Susanne Bier

Audrey è bellissima, ha un marito, Brian, che la ama tenendo a bada un’inevitabile gelosia, due bambini musi d’angelo e riccioluti, un’elegante casa che lo stesso Brian  ha immaginato e disegnato quale luogo atto a custodire il prezioso tesoro di un’esistenza quasi perfetta. Quasi, perchè c’è uno spazio irrinunciabile per Brian, e c’è da sempre con grave disappunto di Audrey, costituito dalle visite che egli regolarmente fa al suo amico d’infanzia Jerry, ex avvocato, eroinomane, solo, uno che il limite della disperazione l’ha già sfondato da un pezzo e si limita a viversi addosso, accettando con sincero stupore e gratitudine appannata da alcol e siringhe le visite del suo amico perfetto, leale, fortunato. Fino a che Brian muore, ucciso "in un modo tragico del cazzo". E moglie e amico, che mai si erano conosciuti prima, si ritrovano a confrontare i rispettivi dolori, ingaggiando lei un’ impossibile gara di affetti e intimità col defunto, lui un faticoso cammino a risalire la china delle proprie dipendenze: oggetto prima di accoglienza nella casa un tempo felice, poi di rabbia cieca da parte di Audrey (“avresti dovuto essere tu a morire, non lui” lo raggela una Halle Berry dimessa e feroce nella sua sofferenza). Fino a che il tempo sospeso del lutto e della perdita non si fa terreno di una possibile nuova esistenza, perché la vita, anche se attraverso movimenti impercettibili, non si arresta.
La regista ancora una volta si confronta col limite estremo della vita, come nel precedente “Dopo il matrimonio”, e lo fa raccontando come in una sorta di dolente girotondo (o seduta, se si vuole, terapia di gruppo come quelle cui partecipa Jerry nei suoi tentativi di disintossicazione) il grumo di emozioni, dolori, disperazione di chi è costretto a rimanere e confrontarsi con lo strazio della morte e dell’assenza. La camera scruta i volti, gli occhi a cercarne umori e fissità, le mani, ogni dettaglio che nell’urgenza della sua fisicità possa svelare il tormento del proprio interno percorso di elaborazione della perdita. Ma al di là del lutto che costringe a rimettere sul tavolo le carte della propria esistenza è l’apparizione del personaggio di Jerry/Benicio del toro a scuotere in maniera violenta e a darsi come centro di possibile ricostruzione delle varie identità. Paradossalmente, dato che egli rappresenta la pulsione all’autodistruzione, si ritrova ad essere motore propulsore di una nuova possibilità, in quanto oggetto di aiuto o di sfogo, in quanto possibile sostituto padre, in quanto amico. Del Toro è straordinariamente efficace nel prestare il suo volto stropicciato e l’espressività di un volto sempre mobile al suo personaggio che in qualche modo offre se stesso, senza nulla chiedere, al girotondo di vite che gli si aggrappano addosso a cercare di colmare i propri vuoti. Non ha mai dato nulla per scontato,  e forse perché non ha nulla da perdere può sopravvivere meglio alle perdite. Un film bello, che forse ha due piccolissime pecche: da un lato un’attitudine troppo calcolata all’effetto lacrima (soprattutto quando di mezzo ci sono i personaggi dei bambini), dall’altro la centralità assoluta del personaggio di Del Toro, non perché ne avremmo voluto di meno, anzi, ma perchè alcune intuizioni, femminilissime intuizioni della regista riguardo al personaggio di Audrey/Halle Berry avrebbero potuto essere sviluppate. Pecche assolutamente trascurabili comunque. Giunti quasi alla fine della stagione cinematografica è un bel regalo.

Luciana

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3 Comments

  1. Posted 19 giugno 2008 at 13:39 | Permalink | Rispondi

    condivido il giudizio assolutamente positivo…. ma la chicca della X fatta con il nastro adesivo nella finestra della stanzetta di deltoro nella casa di brian/duchovny?

  2. anonimo
    Posted 19 giugno 2008 at 15:15 | Permalink | Rispondi

    azz che fine osservatore:)

  3. Posted 21 giugno 2008 at 14:35 | Permalink | Rispondi

    OT
    con la presente ho il piacere e l’onore di invitarvi personalmente a partecipare a L’ULTIMO GIOCO IN CITTÀ, apertosi l’8 giugno u.s.
    Come forse avrete già appreso leggendo la stampa internazionale, L’ULTIMO GIOCO IN CITTÀ si svolge ogni domenica sul prestigiosissimo tavolo da gioco dell’Overlook Hotel. Se per gravi motivi personali e/o professionali o comunque incapacitanti vi trovaste nell’impossibilità di recarvi personalmente in Colorado entro la domenica prossima ventura, la direzione dell’albergo ha già predisposto una consolazione virtuale (sicurezza e riservatezza garantite) e anche un piccolo diversivo.
    Nella speranza di accogliervi nei nostri locali, vi invitiamo ad estendere l’invito ad amici di fiducia, vaghe conoscenze e persino pervertiti, nani e ballerine. Se mi è concesso un tono familiare, the more the merrier, come diceva George Stevens.
    Resto il vostro umile servitore e vi trasmetto i distinti saluti di tutto lo staff dell’Overlook Hotel.
    Jack Torrance

    P.S.: In caso di mia assenza (ma tenderei ad escludere l’ipotesi, io non esco MAI dall’albergo; mai veramente, comunque) e per qualsiasi problema, non esitate a rivolgervi a Delbert Grady: è una persona di assoluta fiducia, gli affiderei mio figlio e sua madre a occhi chiusi spalancati.

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