Lezione Ventuno (Alessandro Baricco, 2008)

Lasciamo perdere la recensione, ché ha poco senso. Il film è bruttino, ma in fondo non è quell’abisso di scempiaggine che sadomasochisticamente ci aspettavamo. Poi, i motivi per ridere col vecchio trucco della trama esposta con finta oggettività, a saperlo fare, non mancano. Quattro diversi piani temporali, il sogno e la realtà, il racconto e il commento… Baricco, poi, ha un’idea dell’arte come bellezza e dell’individuo di genio come creatore che in confronto don Benedetto Croce pare Marinetti. Il tono oscilla dal saputello all’oratoria, qua e là si infilano grandi frasi sull’arte e sulla vita (e sulla morte) con l’aria sbarazzina di chi vorrebbe farti credere che, toh, mi è venuto in mente così per caso. Il sublime atmosferico di Baricco (con la ausilio di Tanino Liberatore, eh!) lascia poi il tempo che trova, ma allora la neve di Kitano?
Ma il problema, sono convinto, non è questo. Il problema è che Lezione Ventuno è un film con una consistenza teorica. È un film teorico perché si pone una serie di questioni che riguardano il suo statuto e il suo funzionamento. Questioni di traducibilità dei linguaggi artistici: vediamo persone che raccontano qualcosa che si ascolta: non si limita a illustrare, cerca di trovare dei correlati. Questioni di  focalizzazione, con la già famigerata soggettiva sfocata di Beethoven. Questioni di costruzione interna di un testo deliberatamente didattico, in una relazione di assoluta trasparenza con il suo potenziale pubblico. Questioni di motivazione del testo didattico, e via discorrendo.
Ora, per chiudere, una domanda. Non mi è piaciuto, ma per quale motivo, in Italia, i film con una consistenza teorica (origliata, ingenua, irritante) li fanno Alessandro Baricco, Elisabetta Sgarbi, Franco Battiato?

p.

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5 Comments

  1. anonimo
    Posted 19 ottobre 2008 at 18:31 | Permalink | Rispondi

    Boh. L’ho visto una decina di giorni fa, presentato da Procacci, che ne ha parlato un gran bene (e vorrei pure vedere, visto che l’ha prodotto). Mi hanno chiesto com’era. Anche io temevo molto peggio, le occasioni ridanciane ci sono, s’intende, ma ci si poteva aspettare il terrore, che in fin dei conti non c’è stato. Il problema principale penso sia il fragore con il quale infrange la regola sulla multimedialità del vostro dogma. E’ un film? E’ girato come un film. Ma utilizza un linguaggio cinematografico? Secondo me, mica tanto. O meglio, ci prova, ma si vede che con certi meccanismi il regista ha la stessa familiarità che ha Curzi con il barbiere. Allora, non era meglio l’autoerotismo. No, Baricco?

    G. (vs. entusiasta ascoltatore)

  2. anonimo
    Posted 20 ottobre 2008 at 10:36 | Permalink | Rispondi

    Provo a rispondere io (guardandomi bene dal vedere il film).
    1) un altro che fa film teorici è Luis Nero. Questo è il problema
    2) i film con una consistenza teorica li fanno costoro perchè “possono”.
    a) possono perché sono autori/personaggi importanti in altri campi che sfruttano il loro essere “autore” nella sfera pubblica italiana. Dopo un secolo di modernismo e postmodernismo ci troviamo, a livello pop, ancora con questa figura ingombrante stile Lord Byron. Io sono sempre convinto che sia un problema.
    b) “possono” perché non sono concorrenti sul mercato del cinema. I soldi li fanno con altro, quindi possono esercitare il loro ego (con risultati diversi) senza problemi di pubblico. E il pubblico per un cinema teorico non c’è, mentre esiste un pubblico per una lezione di “Baricco on cinema”. E anche questo è forse un problema.
    3) Fanno questi film perché “vogliono”.
    a) lo vogliono perché si credono autori, ne sono convinti, e pensano che le loro intuizioni vadano condivise con il pubblico che li ascolterà in quanto figure intellettuali. Se proviamo a ipotizzare a un documentario di Curzio Maltese su Forza Italia, possiamo vederlo come esistente e forse noi stessi ci metteremmo due lire perché sappiamo che ha un pubblico
    b) lo “vogliono” perché non hanno un contraltare che gli dice che la loro teoria è morta e sepolta, è orecchiata, è origliata, è una vaccata (più o meno). Al massimo lo dirà anche qualche prestigioso/oscuro critico su una rivista che vende poche copie. E la loro risposta sarà berlusconiana, o aristopopulista se si preferisce, “ma chi è costui? Io parlo con migliaia di persone e lui con 50 nerd chiusti nelle università, come si permette?”. Si tratta di obiettare con il mercato nel momento in cui non si compete,e e usare un principio che fino a ieri sio è probabilmente disprezzato.

    Aggiungo che, secondo me, l’unico film propriamente teorico è Gomorra. Il suo statuto tra documentario e arte visiva, il fatto che ragioni sula rappresentabilità (si può fare vedere scampia, cosa si può far vedere, qual è il compromesso), che implicitamente ragioni sulla traduzione intersemiotica e mostri per certi versi che il verbo è più forte dell’immagine, il lavoro dei film di Garrone sugli spazi periferici e in rovina (non è un caso che Estate Romana sia brutto, guarda a Roma come si dovrebbe guardare allo zen e non trova alcun senso).

    manu

  3. anonimo
    Posted 20 ottobre 2008 at 11:50 | Permalink | Rispondi

    manu, come quasi sempre d’accordo, provo ad aggiungere un’altra motivazione, scema ma forse no: possono perché non sono a Roma, ma forse è la tua 2b…
    p.

  4. anonimo
    Posted 30 novembre 2008 at 00:37 | Permalink | Rispondi

    In fin dei conti, c’era da aspettarsi anche il pasticcio tra linguaggi: chi ha provato a leggerlo ha constatato il tentativo, ad esempio, di riprodurre lo sbuffo di un treno a vapore in arrivo con una pagina di parole smozzicate e valanghe di puntini da far impallidire Céline…
    Concordo punto per punto con m e p. E’ noioso (essere d’accordo), lo so.

    ferr sid

  5. anonimo
    Posted 18 gennaio 2009 at 03:02 | Permalink | Rispondi

    E infine… che brutta la provincia culturale…
    frére sid

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