Changeling di Clint Eastwood
(si ricomincia con un bel post leggero)
 
Discutendo con P., si è trovato a convincermi che il patentino di “classico” che viene dato a Eastwood sia in realtà un grosso malinteso con il concetto di “sobrietà”, “eleganza” e “pulizia”.
Il regime classico di rappresentazione – se mai vi è stato, comunque diamo per scontato che ne facciano parte concetti del tipo regime tendenzialmente oggettivo, narrazione lineare, punto di vista privilegiato sui personaggi e sulla storia, sintassi cinematografica normata ecc. – viene confuso con le buone maniere di un signore un po’ ageé con un frac, che entra in una stanza con un sigaro, beve brandy e dice “pardon” senza dare confidenza a nessuno.
Insomma, si considera Clint Eastwood un classico perché ci ritroviamo con una concezione di piccolo borghese di classico? Idea per cui un cappello a cilindro conta di più che il punto di vista sul racconto per determinare la “classicità” di qualcosa. In effetti, in un film, è più facile trovare un cappello a cilindro che delle strutture narrative. Ma, siccome questa si chiama pigrizia intellettuale, proviamo a scalfirla.
Un gioco da blog sarebbe comparare i due portacolori del classico secondo i luoghi comuni sul cinema, Ron Howard e Clint Eastwood, e vedere se possono essere considerati secondo la stessa etichetta.
Giochino tendenzioso, la cui risposta è negativa comunque.
Quindi, Changeling è classico o meno?
Proviamo a partire dalla posizione dei personaggi. Il mondo in cui si muove Christine Collins è un mondo leggibile in cui si può agire. Lavoro, fatiche, crociate, lotte: ci sono ostacoli, ma questi si possono vincere. Si fanno delle cose per cui si raggiungono degli obiettivi. È un universo che funziona. Anche dopo la perdita dell’equilibrio, cioè il rapimento del figlio. L’universo da incubo in cui sembra essere precipitata non è senza senso: la sua costruzione risulta da interessi, pigrizie, errori, atti. È quindi leggibile e in qualche modo risolvibile: la giustizia trionfa, il colpevole viene preso e condannato, gli uomini di cattiva volontà hanno ciò che gli spetta, e le donne e gli uomini di buona volontà riescono ad avere la ricompensa. Questo è quello che si potrebbe definire un universo classico? Probabilmente sì.
Ma il rapimento del figlio non è una rottura che riguarda solo l’equilibrio dell’universo umano, della giustizia umana, ma è qualcosa che non si può rimarginare. Una frattura originaria, diciamo.
Non si intende con ciò che nell’universo “dell’azione” (classico) i crimini non abbiano conseguenze, ma semplicemente che il ripristino dell’ordine “umano” è presentato e accettato come una conclusione. Non importa in che senso, ma una conclusione.
Nel caso di Changeling, in modo forse meno evidente che in altri film di Eastwood, questo ripristino del funzionamento dell’universo umano non è una conclusione plausibile. L’evento delittuoso persiste per sempre nella vita del protagonista, sia dell’Angelina Jolie di questo film, sia in altri della carriera di Clint.
Semplicemente, Christine Collins non diventa pazza perché la rinchiudono in manicomio, ma diventa pazza nel momento in cui capisce che, indipendentemente da quello che farà, non potrà mai vivere senza l’affermazione del fatto che il figlio è scomparso. Non potrà mai fare a meno di cercarlo: lei la chiama speranza (ultima parola del film, se non sbaglio) e Eastwood con pietas accetta la sua definizione. Ma, da un punto di vista dell’universo della narrazione, è il non-accettare la risoluzione umana della questione.
Meglio ancora, non è che non può farne a meno, sceglie di non dimenticare. Una scelta. Non fatta liberamente, anzi non è proprio questione di libertà (è costretta dal crimine subito ma sarebbe anche libera di accettare la risoluzione “umana” per ricominciare da capo). È una scelta, punto, kierkegaardiana se mi consentite.
Come Frankie Dunn sceglie di far smettere di soffrire Maggie Fitzgerald, e poi non può fare altro che sparire. Come i personaggi di Mystic river scelgono di essere carnefici o vittime, dopo che il mondo li ha costretti ad essere carnefici o vittime.
Il mondo sarà pure leggibile, ma non è riducibile, in conclusione. Non ci riesce nemmeno il discorso religioso: in Million Dollar baby il sacerdote è qualcuno che non ha risposte, in Changeling è qualcuno che dà una mano sul piano mondano, ma non può fare altro.
Lo sguardo di Eastwood è fatto di pietas per coloro che si trovano presi in questa follia: in Changeling anche per il ragazzino che collabora agli omicidi e alla sua scoperta, l’unico duro del film. Viene fatto scavare in quanto colpevole, ma a un certo punto, quando si scopre l’entità dell’orrore che ha vissuto, è giusto che la smetta.
E anche durante l’esecuzione del pluriomicida, nella scena più toccante del film, viene mostrata pietas (sarebbe interessante fare un paragone con l’impiccagione di Bjork in Dancer in the dark, per poi discutere di etica, dello sguardo e non).
Non viene messa in dubbio manco per un momento la giustizia della condanna, e della condanna a morte, ma solo che negli istanti prima si mostra comprensione per l’imbarazzante umanità di colui che sta per essere ucciso. Come di coloro che stanno assistendo a quell’esecuzione. Il rituale della giustizia funziona, ma alla fine è tragicamente inutile (sottolineato dalla canzone infantile che intona colui che sta per morire). Perché nel momento in cui tutto va per il meglio, emerge che nessuno potrà mai cancellare l’orrore di ciò che è stato commesso, né le vittime né i carnefici. In Mystic river, né Sean Penn né Tim Robbins.
Quindi? Si tratta di classicità o no? L’universo del racconto è leggibile e agibile, ma il punto focale è il limite di questa leggibilità/agibilità. Si potrebbe dire, una strada nuova nel mettere in scena e nel superare il modello di rappresentazione classico. Nel modo più diretto e complesso, recuperando le forme della tragedia.
 
Manu

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3 Comments

  1. Posted 6 dicembre 2008 at 19:52 | Permalink | Rispondi

    Vedi studiare che fa fare ;).
    Comunque condivido tutto. Anche volendo, il cosiddetto “classico” è oggi impossibile. Il paragone cercato con “Accadde una notte” secondo me sta proprio a dimostrare questo.

    Ciaoo Rob

  2. anonimo
    Posted 10 dicembre 2008 at 11:19 | Permalink | Rispondi

    Studiare fa male, sì.
    Comunque, si tratterebbe di andare contro un luogo comune critico della classicità per vedere se si può ipotizzare un “neoclassico”, di cui Eastwood comunque non farebbe parte. Credo
    ciao
    manu

  3. anonimo
    Posted 3 marzo 2009 at 12:21 | Permalink | Rispondi

    la domanda che mi sono fatta guardando Changeling e’ invece la vecchia – per me- questione: che differenza c’e’ tra “clasico” e “cliche”?. Perche’ il linguaggio del cinema classico e’ stato ormai da anni assimilato e digerito-e anche superato- da una molteplicita’ di forme audiovisive, che lo ha ridotto spesso a un semplice linguaggio comune tra spettatore e autore.
    Il problema di Changelling e’ infatti secondo me che pare un TV drama banalotto con un budget smisurato. Mi sono ritrovata a lamentarmi dei miei soldi del canone TV buttati all’aria, poi mi sono ricordata che ero al cinema. Eastwood non ha un punto di vista privilegiato, Eastwood ha una tesi da dimostrare in Changeling. E si assicura che in ogni momento, in ogni scena io spettatore non abbia nessun dubbio- su chi sono i buoni, i cattivi, i pazzi e i san i di mente. Le costruzioni manichee dei personaggi e delle situazioni non sono classiche, sono dei cliche’, cosi come cliche’ imbarazzanti sono le interpretazioni degli attori, dalla isterica anoressica filodrammatica Angelina al francamente imbarazzante serial killer (ma io dico: uno cosi basta incontrarlo per un minuto all ufficio postale per capire che come minimo ha 10 carcasse di bambini sepolte nel giardino di casa). Di come poi nel 2009 un cinema fatto di dolly e stadycam e tagli di luce a contrasto e musica a costante tappeto sonoro gliene freghi ancora qualcosa a qualcuno, quello si per me e un mistero.
    Cordiali saluti,

    MM

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