UN PO’ DI FFFFFFFFFFFFFFUTUREFILMFESTIVAL

Butto lì, aspettando che i nuovi adepti del culto di Nakagawa manifestino il giusto sdegno per non riportare di seguito parole sul sommo maestro. Somma pudicizia mi spinse. Timore. Attendo le loro però!

IDIOTS AND ANGELS
di Bill Plympton (Usa, 2008)
La storia è quella di un uomo ordinariamente meschino e arrogante, volgare e abitudinario, cui l’apparire di due ali d’angelo sulla schiena spezza fastidiosamente l’abituale tran tran di doccia barba e quotidiane abiezioni (straordinaria la scena in cui, con satanico autocompiacimento, fa esplodere con una fiamma il serbatoio di un auto colpevole di avergli rubato il parcheggio). Le due innocenti ali, che tenta di estirpare con la sega elettrica quando si accorge che lo portano, contro ogni sua volontà, a compiere azioni "buone", saranno non tanto l’inizio della redenzione per l’uomo, quanto lo scatenarsi di una folle girandola di opportunisti che in quel fenomeno freak  scorgono tutte le opportunità di arricchimento (l’esibizione da baraccone dell’uomo-angelo potrebbe essere remunerativa…). Al suo solito il cattivissimo Plympton sbatte ci sbatte in faccia miserie (tante) e (poche) nobiltà, tutte le umane piccolezze e lo squallore cui non si pone argine nell’eterna lotta dell’homo homini lupus. Col suo tratto sporco e livido, stilizzato e ripugnante nel descrivere sommariamente ma puntualmente le sgradevolezze dell’anima riversate sui corpi e nei volti difformi, ci fa vergognare di essere umani, e non ci offre il sollievo finale di una redenzione piena. Al fondo resta sempre quel senso di incompiutezza, peccato e "sporcizia" che ci rende maledettamente, condannati a vita, umani. Si ride, e a volte si distoglie lo sguardo come quando allo specchio notiamo un particolare che proprio non va. Lo ami e lo odi, perchè ti sbatte in faccia lo squallore del vero, senza chiederti il permesso.
 

SITA SINGS THE BLUES
di Nina Paley (Usa, 2008)
La sorpresa più starordinaria del Festival. Avevo giurato che mi sarei incatenata davanti a Palazzo Re Enzo se non avesse vinto. Poi si sono verificate due coincidenza: non ha vinto, ed ha iniziato a piovere di brutto. Comunque..
That’s the story. Questa pazza regista quarantenne, Nina Paley (che si definisce allegramente una "media whore" e fornisce la sua mail. Le ho scritto, mi ha risposto) nel 2002 si trasferisce  in India assieme al marito. Legge il Ramayana, poema indu, e si accorge che la storia della principessa Sita abbandonata dal suo principe azzurro e consorte Rama, si ripete ironicamente da millenni, nella vicenda sempre nuova e sempre uguale dei risvolti-psicologici-nei-rapporti-tra-giovani-uomini-e-giovani-donne. Ne fa, in 5 anni, un film animato sul computer di casa, poi comincia a fare una colletta per portarlo su pellicola. Il risultato è un film straordinario per originalità, incantevole per ironia, ammaliante per i diversi registri narrativi e di tratto che coesistono con una naturalezza e un risultato sorprendente. Sita e Rama sono di volta in volta differenti, in un caleidoscopio si frantuma e si scompone la loro vicenda. La loro storia è raccontata da tre "ombre" indonesiane che continuamente sembrano mettere in discussione il racconto, con lapsus e frequenti incertezze (prendiamolo un po’ in giro questo mito, che è in fondo una storia di corna e debolezze). E diventano le figurine, certo, dell’iconografia classica indiana, volti fissi e occhi bistrati di nero, figurine piatte e rigide che interpretano il loro millenario ruolo. Ma  la loro storia è raccontata pure dalle note struggenti del blues malinconico e donnesco di Annette Hanshaw, cantante jazz degli anni venti: e allora la principessa Sita si trasforma in Annette, o Annette in Sita, bambola mora dalle curve mozzafiato che canta della rudezza del suo uomo, di quanto è dolce il suo uomo, di quanto sa ferirla il suo uomo. E la loro storia si riflette pure nella vicenda americana e contemporanea di Nina (altro registro grafico) e del suo compagno che le spezza il cuore via mail (gli uomini sono tutti uguali, e la mamma ve l’aveva detto). Insomma, la storia millenaria e dall’aura sacrale, desacralizzata dall’accostamento alla banalità delle quotidiane beghe amorose, con inserti pop che avrebbero fatto crepare d’invidia sir George Harrison e compagnia. La Nina mi ha detto che in Italia sarà distribuito. Visione obbligatoria, che in un colpo spazza via il piattume di produzioni animate a volte serializzate (con le dovute, grandiose, eccezioni).

IGOR
di Tony Leondis (Usa-France, 2008)
Bella sorpresa questa cooproduzione franco-statunitense, parodia gustosissima dei film della difformità e del mostruoso. Straordinaria anche perchè proiettata in lingua originale, dato che stiamo parlando di signore voci: per questo spassosissimo cartoon si sono scomodati niente popodimeno che Steve Buscemi, John Cusack Jay Leno, Cristian Slater, tanto per dirne qualcuno. L’Igor del titolo è un "Igor", appunto, come molti suoi omonini hunchback ed aiutante del suo personale Scienziato del Male, nel Regno del male di Malaria, oppresso dalla pioggia perenne e da un dispotico re nano (beh..) il cui trono è insidiato da uno degli Scienziati del Male, più ambizioso dei suoi colleghi/rivali. Ogni anno si porta all’attenzione di una soggiogata platea la sfida delle Invenzioni Malvage progettate dagli Scienziati. Igor si diletta di scienza, nonostante il suo status di servo non lo consentirebbe. E quando accidentalmente il suo Padrone Scienziato muore, decide di proseguirne l’opera e di creare la più straordinaria invenzione di sempre, la vita, di un essere ovviamente malvagio. Peccato che gli esca fuori una specie di Biancaneve obesa ed abnorme, filantropa ed appassionata di recitazione. Tra gag divertentissime e tentativi falliti di costringersi ad essere "cattivi" più che si può (dato che pare che solo le ragazze, e i ragazzi, cattivi vadano dovunque), Igor si arrenderà alla fine alla propria (buona) natura e a quella del suo novello Frankenstein in gonnella, aiutato nel suo percorso da due sue creazioni, Brian, un cervello sotto vetro (ovviamente stupidissimo) e Scamper, un coniglio reso immortale suo malgrado, che escogita mille stratagemmi (invani) per suicidarsi. Se avrà successo commerciale ne saremo felicissimi. Forse arriva un po’ in ritardo rispetto alle evoluzioni poetico-espressioniste della Pixar? Vabbè, chi se ne frega, avercene come diceva qualcuno qui vicino…

PACO AND THE MAGICAL BOOK
di Tetsuya Nakashima (Giappone, 2008)
La follia allo stato puro. Gli orizzonti estetici nipponici mi risultano sempre ostici da afferrare, comprendere dunque godere. Mettono talvolta a dura prova il mio imbarazzo. Nell’usuale accumulo di personaggi strambi, barbe posticce, improbabili occhiali, capigliature esplosive, vecchietti ridicoli, accumuli di oggetti da scenario apocalittico colorato con gli Uniposca, la storia è quella (ripercorsa nella memoria di uno scrittore, scopriremo alla fine chi è), di una strambra clinica/ospedale/ricovero per travestiti ripudiati, loschi individui sfregiati, infermiere sadomaso in bianco, mogli-vampire assetate di potere. Onuki, un vecchio canuto cinico e sgradevole, sopporta a stento l’olezzo di questa compagnia di reietti, e in generale l’umanità. Ma capita che sulla sua panchina si sieda Paco, una ragazzina (i buoni, osservava giustamente il Dottor C. ad una proiezione, hanno sempre tratti più occidentali), che legge continuamente lo stesso libro pop up in cui sono narrate le avventure di un principe rana.Paco a segiuto di un incidente ha perso la memoria. Ogni notte il sonno cancella i ricordi del giorno precedente. E nel cuore secco del vecchio Onuki si fa strada una crepa, di commozione e affetto, che lo porta ad escogitare un modo per regalare alla bambina la possibilità di trattenere almeno un ricordo. Così recluta pazienti e infermiere per mettere in scena la fiaba che la bambina legge ogni giorno con avidità, fino al commovente finale. Una favola che all’inizio ti respinge poi ti fa sciogliere inevitabilmente nella commozione anche se continui a non capire che diavolo possa passare nella testa di uno che si inventa e filma una storia del genere (oltre ad invidiare inevitabilmente le sostanze che potrebbe avere assunto).

Luciana


4 Comments

  1. DottorCarlo
    Posted 4 febbraio 2009 at 13:37 | Permalink | Rispondi

    Giuro di non averti detto quella cosa sugli occidentali. WTF??

    Per il resto, concordo su molte cose, specie sulla (moderata) ripulsa iniziale che poi diventa commozione che suscita Paco; ma la ripulsa alla seconda visione sparisce, mentre i pianti (maledetta carogna di un Nakashima) si ripetono uguali uguali.

    Igor, però, è una cazzatella… Passati i primi 15 minuti in cui si gode dell’idea, il tutto si assesta su schemi risaputi, battute medie.

  2. DottorCarlo
    Posted 4 febbraio 2009 at 13:40 | Permalink | Rispondi

    Ah, la scena di Idiots in cui il tipo fa esplodere il serbatoio mi ha esaltato! Esemplare!

  3. Posted 5 febbraio 2009 at 00:06 | Permalink | Rispondi

    Igor è divertente, bruto! Ma lasciatemi sognare, ma lasciatemi sognare:)

  4. anonimo
    Posted 5 febbraio 2009 at 14:42 | Permalink | Rispondi

    Dottor C., non era un’osservazione tua quella sui tratti, c’è stato uno scambio di persone, perdono.. è l’età. Lu

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