Frost/Nixon – Il Duello (Ron Howard, USA 2008)

Credo sia difficile per un non americano comprendere appieno che impatto abbia avuto il Watergate, ma più in generale la figura di Richard Milhaus Nixon, e di conseguenza questa serie di interviste che sono il centro del film di Ron Howard. Ma non importa, perché il film che ne viene fuori è molto buono e, soprattutto, molto valido dal punto di vista cinematografico: e in questa sede, questo ci interessa.
Ron Howard si trova comunque di fronte ad una figura in decadenza, che ha perso tutto, ma che è stata perdonata da Gerald Ford (uno degli errori di uno dei presidenti più bistrattati – spesso a ragione – della storia degli Stati Uniti). Ma soprattutto il popolo americano non perdonò mai a Nixon il fatto che si sia dimesso senza chiedere scusa.
L’altra figura è quella di David Frost, fondamentalmente un intrattenitore un po’ dandy e molto donnaiolo, che sente di iniziare a perdere terreno, ridotto com’è a fare un varietà in Australia.
Messi di fronte i due personaggi in un contesto antagonistico, Howard fa capire subito che entrambi hanno lo stesso scopo: (ri)farsi un’immagine. La metafora pugilistica è quindi evidente: tra una pausa della registrazione e l’altra, Frost e Nixon vanno dai rispettivi assistenti che, come i secondi nel pugilato, valutano l’incontro fino a quel momento e danno consigli tattici. E come nei migliori film di pugilato, chi sembrava sconfitto recupera e vince nell’ultimo round.
La forza del film, però, è di non calcare la mano su niente, ma di scegliere ritmi e toni pacati, ma inesorabilmente ascendenti, per condurre naturalmente (per così dire) al climax finale. E in questo Howard sa bene come fare: usa la macchina da presa in maniera discreta ma presente, riesce a dare senso ai numerosi fuori fuoco, e talvolta compone l’inquadratura in maniera apparentente classica, ma in realtà disturbante. Per esempio ci sono dei controcampi in cui l’ex presidente è al centro del quadro, ma "sporcato" a destra e a sinistra dalle figure fuori fuoco degli assistenti alla trasmissione e dall’inquietante luce rosse della telecamera.
Eccezionali gli attori, in particolar modo Langella, che pur non somigliando all’uomo che interpreta, riesce a far trasudare da ogni movimento quell’essenza che ha condannato Nixon ad essere, per sempre, "Tricky Dick".

Francesco

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2 Comments

  1. anonimo
    Posted 9 febbraio 2009 at 11:53 | Permalink | Rispondi

    Grande film, con alcune sequenze di altissimo impatto emotivo (l’ultima uscita di Nixon dalla casa-ring, come fai giustamente notare tu Francesco, è straordinariamente potente). Ron Howard non sarà un “autore” ma questo film l’ha azzeccato. Ma proprio azzeccato.
    Lu

  2. anonimo
    Posted 3 giugno 2009 at 00:40 | Permalink | Rispondi

    A te che sei un consumato narratore sarà parso scontato, ma a me spettatore qualunque è piaciuto il modo gentile ma fermo in cui vengono dipinti i ruoli, non tagliati con l’accetta, senza un vero eroe da identificazione (lo stesso frost è un personaggio da jet-set anche detestabile benché simpatico), il paterno passaggio di consegne (involontario ma subconsciamente ineluttabile) in una telefonata ubriaca; delitto e castigo in un modo ormai sorprendente qui da noi ora. Poi la riflessione sulla forza distorcente della TV e della macchina da presa, certo un pò imboccata ma efficace, penso all’aneddoto del fazzoletto più che alle didascalie delle voci off.
    (Evviva la polemica a prescindere….)

    ferr sid

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