IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, David Fincher, USA 2008

 

David Fincher è diventato grande. È curioso, come il caso di cui si parla, che a testimoniarlo sia una pellicola all’apparenza non propriamente fincheriana, che trasforma sostanzialmente un racconto breve di Scott Fitzgerald, ispirato ad una frase di Mark Twain, in un romanzo cinematografico dall’ampio respiro. La bizzarra storia di formazione capovolta di un personaggio dalla vita al contrario, che nasce vecchio e ringiovanisce decrescendo a neonato, evidenzia una certa tendenza di alcuni autori, più o meno giovani, del nuovo cinema americano, che dopo aver imposto vigorosamente un proprio tocco personale riconoscibile, un immaginario visivo e quasi visionario, dimostrano una piena maturità registica con film in cui lo stile sembra essersi asciugato nella sobrietà. Guardando ammirati There will be blood ci si chiede quando arrivino le rane, e si rimane sorpresi a constatare che, in realtà, a piovere è solo petrolio. Dove sono i virtuosismi della mdp e i grassoni che urlano in Non è un paese per vecchi? Ci si aspetta perfino qualcosa à la Mendes in Revolutionary Road, chessò, qualche ragazza ignuda coperta di petali, qualche leggera e poco pretenziosa citazione di Kubrick. Il pensiero torna alla disputa se fosse lynchiano o meno il più che lynchiano The Straight Story, che con semplice grandezza trattava il bene allo stesso modo come in cui era stato raccontato il male. Una nuova generazione di registi sembra aver cristallizzato una propria consapevole, e non solo estetizzante, poetica. Il curioso caso che vede protagonista Benjamin Button, a pensarci bene, è un film perfettamente fincheriano, senza per forza essere immerso in livide luci desaturate sotto una pioggia incessante. Lo è per come tratta la devianza, la mostruosità, già al centro di Alien³, Seven, Fight Club e Zodiac, tutti accomunati dal fatto di essere, a loro modo, grandi racconti di formazione. Un moderno classico, commovente riflessione sulla vecchiaia e sulla giovinezza, la cui presunta sobrietà svela la maestria tecnica. Il ringiovanito Fincher è cresciuto nel maturo Fincher, presente ma celato dietro le nubi onnipresenti e minacciose che accompagnano i personaggi fino a Katrina. Agli Oscar un ragazzo indiano campione di quiz televisivi toglierà a questo film la soddisfazione della vittoria. E nonostante questo rimarrà nella memoria, strano, affascinante e prezioso. Cate Blanchett mai così bella.

 

Tom

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10 Comments

  1. anonimo
    Posted 17 febbraio 2009 at 22:41 | Permalink | Rispondi

    Non so. A me è parso ambizioso, lungo, noioso. Amore morte tempo guerra storia e Storia e… poi? Le citazioni forrestgumpiane e alla amelie poulain…Freddo, senza cuore, senza emozioni.

  2. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 10:46 | Permalink | Rispondi

    Caro Tom,
    secondo me Fincher è diventato grande con Zodiac, mentre questo mi è sembrato il modo di evitare di continuar a girare solo filmini di matrimonio.
    L’unica cosa interessante di questo film, secondo me, è la rilettura di Forrest Gump che opera: se in FG c’era la sintesi anni novanta della storia (tutto concorre in un’armonia prestabilita a creare il mondo com’è) adesso si ha una storia che torna all’indietro, in cui le esperienze hanno segno opposto a quello che dovrebbero avere.
    Interessante come sintomo di un’epoca, più che come testo in sé. Come pensiero sulla storia nel confronto tra i due testi.
    Ma il colibrì è imperdonabile, come è imperdonabile il cambio di focalizzazione a metà, che vira su cate blanchett (che a differenza della donna di forrest per fortuna non è punita per i suoi peccati), imperdonabile il finale baricchiano appiccicato con lo sputo, la presenza sopra il livello di guardia di tramonti, di uragani e di vari fenomeni atmosferici a casaccio (es. framing narrativo con katrina), emozioni che mancano.
    Cavolo hai in mano una tragedia amorosa tra le più pregne di possibilità, e non riesci a comunicarne nemmeno mezza.
    Dov’è la tensione tra di loro, perché si desiderano, gli affetti sono annacuqati.
    E pitt è pessimo.
    Magari esagero eh.

    manu

    PS. è meglio di the millionaire, qualsiasi cosa è meglio di the millionaire.

  3. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 11:38 | Permalink | Rispondi

    Caro Manu,
    a me il colibrì è piaciuto, come il grande orologio e i temporali e l’uragano (che anche se non si chiamava katrina era forse meglio).
    Siamo di fronte a una storia che ha a che fare con il fantastico e non ho trovato così dissonanti questi elementi: per questo il nome di katrina mi giunge fastidioso, troppo reale, troppo vero, un tradimento al respiro del racconto. Come un romanzo inglese dell’ottocento la natura diventa personaggio attivo.
    E cate blanchett dirompe prepotentemente a metà film perchè è solo in quel momenti che a Benjamin è concesso essere l’uomo che anagraficamente è, prima e dopo non ci possono essere emozioni forti, c’è la frustrazione e la rimozione del sentimento.
    Poi è vero: Pitt non è credibile e forse tutti questi elementi non sono così ben amalgamati come li vedo io.

    V

    P.S. quando scrivi un post su Australia?

  4. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 11:44 | Permalink | Rispondi

    V non sta per Vendetta, ma per Vera

  5. Posted 18 febbraio 2009 at 12:13 | Permalink | Rispondi

    il cambio a metà film senza dubbio toglie qualcosa al film (colibrì o non colibrì: dietro la tentazione di raccontare tutto ma proprio tutto, batte quasi sempre un cuore new age). dicevamo ieri in trasmissione: quando Pitt è irriconoscibile c’è una Storia fantasmatica e al rovescio, la parodia della Storia. quando Pitt è Pitt dalla Storia si passa all’ilustrazione o al modernariato.
    Pitt secondo me non è un problema in sé; il problema, mutatis mutandis, mi pare quello di Troy: non puoi raccontare la Storia con Brad Pitt, perché Pitt è bello e istantaneo, non riesce a interpretare il cambiamento o l’evoluzione.
    al massimo la incarna per un momento, attraverso citazioni più o meno riuscite (Pitt/James Dean; Pitt/Marlon Brando…).
    p.

  6. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 12:38 | Permalink | Rispondi

    La natura sarà pure un personaggio ma non dovrebbe essere un ragazzo della compagnia delle Indie, magari un destinante sarebbe meglio.
    E, inoltre, ma non ha rotto le palle la scena che due si innamorano, vanno nella casa nuova e giocano a sporcarsi di vernice?
    Questi sono appunti piccini piccini.
    Secondo me la fastidiosa somiglianza con gump dice molte cose: là la storia era quella dei grandi eventi “mediatizzati” che l’uomo comune ha sfiorato inconsapevolmente ma che l’hanno cambiato anche se lui non se n’è mai accorto (a differenza dei volonterosi fabbricatori di storia della meglio gioventù…) in questo caso le referenze storiche sono (graziaddio) molto limitate. E’ pitt che incarna la storia negletta, che nasce dalla negazione di un evento storico, e dalla voglia di dimenticarlo (l’orologio che va al contrario).
    Gli eventi non lo toccano perché è troppo impegnato con il suo dramma, con il suo privato.
    Ma dov’è questo dramma? Io non lo vedo? Non vedo la curiosità del docicenne bloccato dai problemi alla prostata, non vedo il dramma del bambino con l’alzheimer, non vedo l’amore in un freak che non ssembra accorgersi che il suo mondo va dissolvendosi.
    L’india è una pubblicità anni 80, l’amore tra i due sembra flashdance, il pezzo di bravura sul caos che porta all’incidente della Blachett che cazzo c’entra?
    E’ proprio buttata in un altra tinozza: il potere del caso messo in una riflessione sull’invecchiamento e lo scorrimento del tempo, che cosa vuole dire? Perché affiancarlo all’uomo continuamente colpito dal fulmine, il ripetersi del destino?
    Ma questi sono rilievi teoretici, che non so quanto interessino (ma la ratio teoretica è la cosa più interessante del film).
    C’è il problema che non esiste emozione, brad pitt è innamorato lesso perché forse non sa gestire l’amore, blachjett è l’amore emancipato che non si riconosce mai.
    Forse, non è un caso che entrami vivano l’ampre quando il loro corpo decade, l’amore non della compagnia delle indie, ma quello che dà una ragione, che estrae la sua ragione da un nucleo di ineluttabile.
    Lui all’inizio della sua vita, quando bada a lei, lei alla fine quando accudisce lui.
    Un film sull’amore senile?

    Manu

    PS. forse prima o poi lo scriverò, ma non ho l’ispirazione per ora

  7. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 13:04 | Permalink | Rispondi

    sottoscrivo Manu
    (quella che ha aperto le danze)
    Lu

  8. anonimo
    Posted 18 febbraio 2009 at 20:15 | Permalink | Rispondi

    L’ira di Manu è una precisa analisi, alla quale non saprei cosa aggiungere. Solo la voglia di rifiutare per l’ennesima volta quel gesto critico che fa dell’assenza spudorata di una qualsivoglia idea registica, uno stile puro che con sobrietà lascia parlare il racconto. C’era uno sconvolgente soggetto, pregno di potenziali discorsi sul tempo, c’era una maturazione inversa che avrebbe potuto mostrarci con più violenza cosa vuol dire maturare e crescere. E resta sullo schermo una serie di scenette appiccicate con una povera voce narrante, una serie di cartoline dalla buona fotografia e dall’inquadratura persa (la scena del balletto improvvisato dalla Blanchett per Pitt, ad es.), il ridicolo montaggio che ci fa passare anni come pioggia noiosa e tutta uguale. Pitt è legato alla sua immagine: annulla qualsiasi sforzo di impressionanti effetti speciali. Niente da fare.
    E quegli ultimi (primi) anni di vita di Benjamin? 1, 2, 3 e le muore tra le braccia. Mah.
    Certo, è meglio dell’India fuori bolla, ma va da sé.

    mog

  9. Posted 1 marzo 2009 at 22:23 | Permalink | Rispondi

    a me è piaciuto, una bella favola.

  10. anonimo
    Posted 4 marzo 2009 at 18:39 | Permalink | Rispondi

    Prima del bellissimo film di fincher…ascoltate…

    “Voglio rinascere all’incontrario”

    http://www.myspace.com/guidoseregni

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