THE READER di Stephen Daldry

Parto da una premessa: incondizionatamente sottoscrivo l’Oscar a Kate Winslet.  
Dopodichè,  se The Reader può prestare il fianco ad una valanga di critiche o, al contrario, essere osannato, l’ interpretazione dell’attrice non può essere messa in discussione nemmeno dai detrattori più feroci. Altrettanto incontrovertibile è il fatto che, al contrario, Ralph Fiennes dia un po’ il peggio di sè. Tra questi due poli sta il film: anzi, forse questo doppio, questo contrasto tra eccellenza e gusto discutibile è un po’ la cifra di tutto il film. La narrazione, che intreccia piani temporali diversi, è la ricostruzione nella memoria di Michael (Ralph Fiennes appunto), malinconico (o solo un po’ lesso?)  avvocato di mezza età, di un’adolescenza, una giovinezza ed un’intera esistenza segnati indelebilmente dall’incontro con Hanna Schmitz (Kate Winslet). Nell’anno del signore 1958  tra il quindicenne Michael (interpretato da David Cross) e Hanna, a seguito di un incontro casuale, nasce una storia di passione e iniziazione: al sesso e all’amore, per il ragazzo, ai piaceri della letteratura per la donna che esaltando le capacità di lettore del ragazzo nasconde la sua inconfessabile vergogna di essere analfabeta. All’improvviso la donna scompare. Michael la ritroverà qualche anno dopo, giovane studente di legge, in un’aula di tribunale, imputata assieme ad altre ex carceriere dei lager nazisti in uno dei tanti processi che intesero restituire un briciolo di dignità e giustizia alle vittime della Shoah.
Intensissimo ed esplicito nel mettere in scena tutta la violenza, la dolcezza e la capacità devastante di un amour fou, quale può essere quello tra un adolescente ed un’adulta, la storia perde d’intensità e si meccanicizza nell’impatto con la Storia. Prendendo forse un po’ troppo alla lettera l’harendtiana “banalità del male” (ma, come insegnò Norimberga, se l’ordine è immorale si ha il diritto, forse il dovere, alla disobbedienza), l’aguzzina Hannah/Kate Winslet può apparire a tratti incosciente -e quindi in qualche modo innocente- dei crimini commessi. Arrivando addirittura -catarsi suprema nell’espiazione della colpa- ad autoaccusarsi nel corso del processo per non svelare la vergogna che il suo corpo, la sua mente e il suo stomaco di donna percepiscono più infamante dello sterminio stesso perpetrato, ossia il fatto di essere analfabeta. I discorsi sul diritto e sulla morale che coinvolgono lo studente Michael ed il suo docente di diritto penale (Bruno Ganz, che a me fa sempre piacere vedere), sulla necessità di una difesa imparziale stridente con l’abominio dell’Olocausto che, solo, fa saltare qualsiasi schema di processo giusto ed equo, non riescono ad avere lo stesso impatto emotivo della storia privata tra la trentenne e il ragazzo.
Insomma, Daldry è bravo a parlare di adolescenze, ma dovrebbe evitare scivoloni mettendosi a maneggiare una materia che per enormità e peso non sa trattare: almeno a sentire i giudizi più feroci della stampa (alcuni critici l’hanno definita “Repellente. Una manipolazione disonesta a base di sesso nazi-pedofilo”). Perchè il supremo scandalo di cui sarebbe colpevole è l’aver fatto del corpo di una nazista materia calda e pulsante, quanto le pagine di un libro, per aver mischiato la nobiltà e la purezza dell’amore, la sensualità della passione, l’ossessione per le belle lettere con la suprema colpa che le nostre coscienze tentano, da più di sessant’anni, di rimuovere. Allora come lo consideriamo, il film? Non è un problema da poco. Posso dire "mi è piaciuto", ma rischio l’anatema da parte di chi, legittimamente, mi contestasse "ma come puoi amare un film nel quale un’aguzzina fa la parte dell’agnello sacrificale?".
Ci sono pecche che non mi fanno gridare al capolavoro, non c’è dubbio: la seconda parte del film è una corsa agli ostacoli per tirare le fila di tutto e ricondurre le temporalità disperse in un unico piano, verso un the end che però è imperfetto come un maldestro tentativo di quadratura del cerchio. Ma la Winslet, che potenza. E che bellezza. Lei vale il biglietto, senza riduzione.
Attendo commenti e confronti.

Luc

5 Comments

  1. anonimo
    Posted 4 marzo 2009 at 15:34 | Permalink | Rispondi

    Ciao. Grazie per il bellissimo post (e per gli altri, ogni volta che li leggo).
    Sono andata al cinema per vedere la storia d’amore, ma dopo qualche giorno credo che lo snodo principale della storia sia proprio quella questione fra diritto e morale, a cui il regista non ha forse dato sufficiente peso. Riguardo le belle lettere, mi ha colpito, dopo tante storie che osannano la funzione salvifica della lettura, vedere un film in cui la letteratura non salva nessuno, si può imparare a leggere e non capire niente lo stesso. Trovo che questo particolare renda giustizia della complessità della storia. Rivedrei volentieri il film per la storia d’amore e di crescita (interrotta) e per la Winslet, incredibile, ma presto mi procurerò il libro da cui è tratto, anche perché credo che il personaggio di Bruno Ganz abbia ancora qualcosa da dirmi.
    Non sono una cinefila: ma dal fatto che Daldry abbia fatto tre film e che mi abbiano colpito tanto tutti e tre deduco che questo regista mi piace.
    Credo che difenderò questo film dall’accusa di prendere le parti di una nazista, perché, per quanto ci troviamo vicini a lei, non ci identifichiamo in lei e il fatto che non avvenga una riconciliazione con Michael suona come un giudizio finale, non solo come una descrizione dello stato di lui.
    Alessandra

  2. anonimo
    Posted 5 marzo 2009 at 12:56 | Permalink | Rispondi

    Grazie a te Alessandra
    lu

  3. anonimo
    Posted 16 marzo 2009 at 11:18 | Permalink | Rispondi

    maronna che ciofeca. nessuna intensità, dialoghi di servizio per spiegare LOLocausto allo yankee medio, la figura del professore universitario che fa da mezzo papà è ridicola, lo svolgimento del processo sembra tratto da un film dossier del pomeriggio di rete 4, è storicamente sconnesso quanto Ragazze Interrotte, e soprattutto perché si ostinano a leggere libri in inglese? non credo che all’epoca si potessero ordinare comodamente da Amazon.
    Sara

  4. anonimo
    Posted 29 giugno 2009 at 13:22 | Permalink | Rispondi

    Visto solo ora, grazie DLF. Prima parte bella, seconda disastro. Scene sconclusionate o agghiacciantemente didascaliche (ragazzine surrealmente belle che lo salutano sempre per prime, ma lui niente, ad es.: “ma l’avete capito o no che ha altro per la testa?”), la posizione del narratore (regia, sceneggiatura) praticamente prende le parti del ragazzino incazzato che fa la scenata al prof (ma è un prof di giuris o un confessore?), e da lì è il disastro, la scena con la superstite ha bei momenti ma non va a parare da nessuna parte.
    Il tutto perché si affronta la Storia senza essere capaci di esprimere un giudizio distante ed articolato, ma solo qualche flash scollegato.
    Winslet bravissima, tutto quel che c’è di buono nel film viene da lei, dà al personaggio un realismo e una consistenza che stridono ancor più duramente con la vuotezza del resto.
    In sostanza, concordo con Lu, ma sarei più severo…

    Ferroviere siderale

  5. anonimo
    Posted 29 giugno 2009 at 13:36 | Permalink | Rispondi

    E, per risponderle, io i discorsi qualunquisti sul “sesso nazi-pedofilo” li lascerei a chi non vede più in là del suo naso… Anzi, l’idea basilare, che recupera complessità alla narrazione, è interessantissima. Il problema è che poi non si è in grado di svilupparla, cascando in una rete di pregiudizi rabbiosetti e in un pasticcio sconclusionato, dove si è intuita l’enormità del problema ma non la si è colta. Nemmeno da lontano. Non funziona il ritratto del dramma esistenziale di Michael, la giurisprudenza era meglio se la lasciava stare perché ne fa un bozzetto infantile, insomma a francesemente cagato fuori dalla tazza.
    Ferr sid

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