GRAN TORINO, Clint Eastwood, USA 2008

Clint torna sulla scena del delitto. I riferimenti a quell’immenso capolavoro che è Unforgiven sono più di uno nella nuova fatica, in tutti i sensi, del sempre più prolifico maestro. A cominciare dai personaggi principali, William Munny e Walt Kowalski, le assonanze sono molteplici, non solo per l’iniziale dei nomi, ma per il retroterra familiare, la comune perdita della moglie, la presenza, nel caso di Gran Torino assenza, dei figli (chissà come sarebbero diventati quelli di Munny), e soprattutto il comune passato. Un passato opprimente di sangue e misfatti da lavare, non importa se all’interno o al di fuori della legge, se Missouri o Corea. Ancora Clint attraversa lo schermo faticosamente, malandato, tossendo, sputando sangue, portando addosso il fardello di un’epoca tramontata, e il desiderio di una possibilità di riscatto, non solo morale. Più che mai Gran Torino si presenta come un western, in abiti moderni, ma pur sempre western. C’è una piccola città, una veranda sotto un portico dove sedersi sorseggiando un caffè, fumando una sigaretta e osservando il passaggio come il Wyatt Earp di Sfida Infernale, c’è un barbiere con l’insegna bianca e rossa, macchine al centro dell’azione là dove ieri c’erano cavalli, frasi memorabili da farsi scolpire. E un comune denominatore, un elemento destabilizzante che vorrebbe imporre la propria legge e che è sempre stato chiamato “gang”, banda. Ma in questo western contemporaneo sta la grande differenza rispetto ad Unforgiven, perché siamo in presenza del Clint che è partito dal sogno americano infranto di Un Mondo perfetto, che ha attraversato i ponti di Madison County per bagnarsi nelle placide e grigie acque del Mystic River, passando per le palestre di periferia dove ragazze da un milione di dollari combattono tenacemente contro le avversità e le imposizioni di una vita dura. È il Clint saggio e dolente, capace di piangere e perdonare, vestigia di un tempo e di un mondo. Al cambio del nuovo millennio, la fine secolo sancita nel sangue da William Munny appare inutile anche al razzista Walt Kowalski. Vivo in una ghost story che parla di ombre e di morti. Gran Torino è l’ennesimo caposaldo, commovente summa di vita e di poetica, di Clint l’autore, il regista, l’attore, il volto, la voce. Con quella classicità, la tante volte discussa classicità, tanto semplice da venire oltrepassata e nuovamente superata. Grande. Semplicemente.

Tom

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One Comment

  1. Posted 18 marzo 2009 at 00:24 | Permalink | Rispondi

    Daccordissimo sul fatto che sia un western :)

    Ciaoo Rob

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