DI ME COSA NE SAI (Italia, 2009), di Valerio Jalongo

Gli adolescenti di Salò al guinzaglio e Gianni Morandi presentatore in mutande, il dolore rabbioso di Fellini nei confronti delle tv del Cavaliere (e meno male, direbbero mia mamma o mia nonna, che Federico è morto, "sennò sai che dispiacere ne avrebbe, oggi") e il referendum per "non spezzare un emozione" (perso). Paisà e innocui fogli bianchi con numeri Auditel, giudici supremi della nostra possibilità di informazione e formazione. Le pizze di Al di là delle nuvole di Liliana Cavani in mezzo al fieno di una masseria del profondo sud ed un regista disilluso, Felice Farina, che da anni batte l’Italia alla ricerca di soldi per fare uscire il suo film. La Gilda dei registi italiani contro i tagli al Fus e le ragazzine urlanti di fronte al Teatro Cinque di Cinecittà, con le magliette dell’ultimo divo di "Amici" ("Fellini? No, no so chi sia…"). Una somma di elementi a tratti discromici, che compongono però la tela, perfettamente nitida e compiuta, dello stato del cinema italiano da trent’anni a questa parte. Il bel documentario di Valerio Jalongo presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia tenta di analizzare le cause di una disfatta: negli anni Settanta il cinema italiano era grande nel mondo. Produsse meraviglie di spregiudicatezza, anticonformismo e denuncia ("Ma Salò oggi sarebbe possibile?"), ci consegnò un patrimonio del quale in qualche maniera viviamo ancora oggi, per rendita, come quegli studenti secchioni che abbiano un calo di rendimento trascurabile alla luce di un passato glorioso. Poi tutto si arrestò: la legge Andreotti sul cinema (un film per essere italiano deve avere almeno il 50% di personale italiano) venne affossata da quella del socialista  Corona (che portò la percentuale al 100%). La "Holliwood sul Tevere" non potè più esistere, i produttori italiani, da De Laurentiis a Ponti, scapparono in America, perchè dietro a loro si era fatta terra bruciata. Di lì a poco la tv commerciale (e Fellini, in Ginger e Fred, aveva già detto tanto..) avrebbe imposto i suoi diktat, modificato in maniera profonda il consumo dell’immagine (da arte, seppur sporcata di meccanica ed industria, quale il cinema è sempre stato, a merce, dentifricio o saponetta, non più nè meno). Non è un caso che le prime immagini del documentario siano quelle di multisale incastrate nei non luoghi dei centri commerciali, mentre le piccole sale dei centri chiudono i battenti affossate dallo strapotere del meccanismo distributivo americano. Un piccolo documentario di spietata denuncia, nei confronti del quale il recente "Videocracy", anch’esso analisi dello stato dell’immagine negli ultimi trent’anni, scompare. Le suggestioni e le riflessioni condensate in questi 80 minuti scarsi sono tante, così come è tanta la rabbia, ai titoli di coda, che assale. Da recuperare: proiettato per tre giorni alla Cineteca di Bologna, non credo avrà enorme distribuzione… Ma se capita in qualche oscura sala della vostra città, di quelle che ancora resistono, non perdetelo.

Papes

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5 Comments

  1. anonimo
    Posted 21 ottobre 2009 at 12:05 | Permalink | Rispondi


    Giusto per avere un’idea…
    Lu

  2. anonimo
    Posted 21 ottobre 2009 at 13:25 | Permalink | Rispondi

    mi incuriosisce parecchio. solo una cosa, al di là delle nuvole in che senso di Liliana Cavani?
    L

  3. Posted 21 ottobre 2009 at 19:17 | Permalink | Rispondi

    al di là delle nuvole sta per "Al di là del bene e del male"… :) mi scuso per gli errori…sorry..scritto di getto poi non riletto…Pape

  4. anonimo
    Posted 26 ottobre 2009 at 12:03 | Permalink | Rispondi

    Cara Luciana, sul paragone con Videocracy: ho appena visto Vid. mentre di questo ho visto solo il trailer e il video che indichi tu. Ma quel che mi rimane da Videocracy non è tanto il discorso sull’immagine, quanto sulle conseguenze che la tv commerciale ha avuto sulle menti degli italiani. E forse è questo aspetto che mi preme di più ora. Ora sono tentata di guardare Di me cosa ne sai cercando un "capitolo 2" di questo filone, tu che ne dici? Si trova o devo aspettarmi altro?
    Ciao,
    Alessandra

  5. Posted 26 ottobre 2009 at 18:21 | Permalink | Rispondi

    Cara Alessandra, i due documentari non sono sovrapponibili in tutto e per tutto, i temi che trattano sono diversi, videocrazia da un lato, appunto, e gli eterni problemi del cinema italiano, aggravatisi (per una coincidenza che Jalongo non crede tale) alla vigilia della comparsa delle tv commerciali. Il discorso sull’imbarbarimento della tv nel documentario di Jalongo l’ho trovato più efficace forse perchè esso è parte di un tutto più ampio (mentre mi pareva che in Videocracy ci fosse un che di incompiuto, di monco), di un discorso sul cinema e sulla mercificazione estrema dell’arte cinematografica (Ken Loach ad un certo punto definisce, in maniera molto efficace, i film come "hamburger per la mente"). Non so trovarti altri titoli, allo stato attuale: so solo che ti straconsiglio di vederlo. E mi piacerebbe un tuo commento.

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