Jody Hill e i duri del Roadhouse

“The only person that you can trust, it’s me…
your Taekwondo instructor”

Quando abbiamo cominciato a scrivere di cinema, ormai nel lontano 2003 (!), pubblicai un inutile (bellissimo) sondaggio. A parità di condizioni, in un piovoso pomeriggio domenicale, potendo scegliere un solo e un solo film, su cosa vi buttereste: simpatica e frivola Comedy o testoteronico e maschio Action? All’epoca – e sotto sotto ancora oggi – la mia personale scelta cadeva inevitabilmente sull’Action. La motivazione, tolto il gusto personale, è semplice: all’epoca la commedia, pur se realizzata con impegno e dedizione, non aveva a mio avviso nulla da dire di nuovo. Si era rimasti impantanati in un modello che potremmo definire “Se scappi ti rincorro, previa autorizzazione, per poi litigare con te in modo buffo per poi infine sposarti ecc…” L’Action al contrario, anche nella sua forma più bassa, aveva una vitalità e una possibilità di innovazione del linguaggio ben più eccitante. Poi le cose sono (in parte) cambiate. Se mai come oggi il cinema de muscoli ci sembra in ottima salute, in questi anni la commedia è cambiata. E se dovessimo fare un nome per identificare un responsabile, diremmo Judd Apatow. Grazie a lui, e a una lunghissima serie di nomi tra attori e sceneggiatori, il genere ha saputo rinnovarsi e trovare una nuova spinta. Tutto il Frat Pack, più gente come Greg Mottola, Adam Mckay, Nicholas Stoeller, John Hamburg, Jonah Hill sono riusciti nel difficile compito di regalare una seconda giovinezza al genere. Oggi però, data astrale 2009 quasi 2010, ancora una volta, la commedia è in stato di empasse.

"faccio le foto in B/N in modo che si capisco che non faccio solo cazzate"
Tutto sembra ancora una volta essersi crisitallizato attorno a due o tre filoni che danno insindacabili segni di stanchezza. Da una parte dei trentenni cazzoni impossibilitati a crescere e con ridicoli problemi di cuore. Dall’altra una commedia fracassona che comincia spesso a sfociare in una facile trivialità. Will Ferrell ha apparentemente finito gli sport da dileggiare e s’è rifugiato in una stupida commediola amarcord come Land Of The Lost. Judd Apatow ha fatto Funny People che ha lasciato l’amaro in bocca a molti. Year One non è piaciuto nemmeno al regista di Year One. Adventurland non è Superbad. L’unico che sta uscendo a testa alta da questo enorme calderone di titoli e nomi è l’outsider Jody Hill. Anzi, con solo due film e una miniserie telvisiva all’attivo, può già essere considerato a tutti gli effetti un autore personale e unico, in grado di portare avanti una sua precisa poetica.

Ex istruttore e cintura nera di Taekwondo, Hill nel 2006 esordisce con il lungometraggio The Foot Fist Way (salvato da un probabile oblio proprio da Ferrell & McKay). Una sorta di mockumentary autobiografico su Fred Simmons, un istruttore di provincia di arti marziali. Insieme all’amico Ben Best, Hill scrive uno dei personaggi più squallidi e tristi mai visti su grande schermo. Fred Simmons è un perdente arrogante, cattivo e ignorante. Convinto di possedere un dono, di essere unico, fa di tutto per primeggiare sugli altri anche quando questo gli risulta impossibile. La frase “debole coi forti e forte coi deboli” per lui vale solo a metà: come non esita a porsi di fronte a bambini sovrappeso con tutta la sua forza, allo stesso tempo e con la stessa cieca convinzione si scaglia anche con chi è nettamente sopra le sue possibilità. Non solo dal punta di vista fisico, ma anche sentimentale, mentale e psicologico. Chi è contro di lui, o semplicemente non lo riconosce come un faro illuminante di saggezza e forza, è dalla parte del torto e deve essere umiliato. E, anche se colleziona un fallimento dopo l’altro, Simmons continua a seguire il suo “percorso”, quello che ogni eroe ha scritta nel proprio destino. Per Fred Simmons il destino però ha in servo una cena al ristorante di pesce in uno shopping mall con una moglie che lo tradisce e lo detesta. Non la salvezza dell’umanità.

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Passiamo a Kenny Powers il protagonista della miniserie di Hill Eastbound & Down, prodotta sempre da Ferrell & McKay. Ex giocatore professionista di baseball, Powers – dopo aver assaporato uno scarso quarto d’ora di popolarità grazie a una singola palla fortunata – getta la sua carriera alle ortiche. Volendo vivere larger than life, ma non avendo nessun tipo di talento sportivo o qualità umana, finisce vittima dei suoi vizi. Sfatto nel fisico, ma allo stesso tempo convinto del suo incredibile valore come uomo e come sportivo, finisce suo malgrado per diventare istruttore di ginnastica nel suo vecchio liceo. Abbandonato da chiunque, con debiti e cause in corso, vive a scrocco a caso del fratello. Non perde occasione però per far sapere a tutti che l’uomo che era un tempo, sta per tornare. Anche in questo caso, la sua ferrea convinzione di essere al di sopra di chiunque lo circondi, lo portano ad umiliarsi in continuazione, inseguendo un sogno che è evidentemente irrealizzabile: tornare ad essere stimato da tutti. La sensazione però di essere vicino al baratro è più vivida qui che in Fredd Simmons. Kenny Powers, dopo aver maltrattato un vecchio, dopo essersi presentato in ecstasy a una ballo scolastica per un bambino disabile, dopo aver pippato nel retro di un bar di periferia, piange in camera da letto di suo nipote. Incapace di avere normali rapporti con le persone, vive seguendo i suoi consigli registrati su un audiobook di quando era al top. Sembra quasi sforzarsi nel deludere e abbandonare anche i pochi che tentano di entrare in contatto con lui. Quello che lo muove, anche qui, è un disegno più alto che nessuno oltre a lui – in quanto “normale” – può vedere. E un finale così triste per una serie comica, non s’era mai visto.

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Il passo successivo – e la totale messa a fuoco del cinema di Jody Hill – è Observe & Report. Il primo cambiamento è l’abbandono del protagonista dei due lavori precedenti. Danny McBride, perfetta rappresentazione fisica dei personaggi di Hill (e fondamentalmente a secco di personaggi positivi…) viene sostituito dal volto rasserenante di Seth Rogen, un nome che in America è garanzia di vendibilità del prodotto. Cambia poi anche la confezione: se già Eastbound & Down – pur nei limiti del televisivo – era un passo avanti rispetto alla rozzaggine di The Foot Fist Way (ma comunque un prodotto televisivo), qui siamo dalla parti Grande Cinema. La fotografia del grande Tim Orr, il montaggio di Zene Baker, una colonna sonora straordoinaria e un cast incredibile (oltre a Seth Rogen, Ray Liotta, Anna Faris, Michael Pena e un cameo per McBride) rendono Observe And Report un film dal punto di vista formale inattaccabile. I ralentì antieroici e le sequenze interrotte a metà, accennate nei lavori precedenti, qui diventano un marchio di fabbrica. E in più si spinge ancora più forte il pedale sui meccanismi comici già rodati. Questa volta il protagonista è Ronnie Barnhardt, capo della sicurezza in un grande shopping mall. Una semplice guarda giurata con qualche problema mentale. Uno di quegli esaltati ubriachi di potere che vediamo in divisa in giro per le nostre città. Un esaltato, un Vito Catozzo all’epoca del Drive In, che ha visto troppi film con Clint o Charles, e che è convinto che l’arresto di un esibizionista rappresenti per lui la possibilità di diventare un eroe. Ignorato se non apertamente disprezzato da tutti, Ronnie è totalmente solo: anche la madre alcolizzata, l’unica persona che lo sta ad ascoltare, si fa gioco di lui. Le cose si fanno ancora più tristi, non solo per un uso così spiazzante di un volto come quello di Rogen, ma anche perché i rari momenti di gioia o di rivalsa del personaggio sono a ben vedere ancora più tristi della sua vita “normale”. I metodi che usa per raggiungere i suoi scopi lo etichettano agli occhi degli altri come psicoptaico: un uso eccessivo della violenza, la sopraffazione del più debole, l’accanimento folle nei confronti di coloro con cui vuole entrare in contatto… Solo lui è in grado di vedere del bello o del giusto nelle sue azioni. Per tutti gli altri rimane un deficiente pericoloso.

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Il cinema di Jody Hill, al pari di quello di Wes Anderson, è un cinema fatto di personaggi. Uomini descritti dalla loro impossibilità di appartenere a un modello di riferimento che loro riconoscono come giusto. E quel modello altro non è che il Cinema stesso: tutti suoi personaggi agiscono così, perché il loro punto di riferimento è il Cinema. Simmons ha visto troppe volte Best Of the Best. Powers ha nel cervello tutte le rise and fall che abbiamo visto nella nostra vita su grande schermo. E Barnhardt non ha fatto altro che vedere polizieschi e film action. Anche se inizialmente possono avere qualche problema, prima o più la storia farà il suo corso e inevitabilmente avranno – a modo loro – la meglio. Questa convinzione non fa altro che rendere ancora più epici i loro fallimenti. Quante volte ci è stato fatto vedere che prima di tornare in vetta bisogna veramente toccare il fondo? È un meccanismo di appropriazione e distruzione di certi topoi di un cinema popolare, riconoscibile da tutti. Dopo l’arrivo di Jody Hill è impossibile guardare a sequenze come quella del monologo del compianto Patrick Swayze ne Il Duro del Road House senza riconoscere la stessa cieca e insopportabile ignoranza.

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2 Trackbacks

  1. […] Hill, le televendite e i fratelli Avett Ve ne abbiamo parlato poco tempo fa: Jody Hill è l’uomo su cui puntare per la commedia americana. Capace ancora una volta di […]

  2. By Sunday Trailer Fever « secondavisione on 8 agosto 2010 at 08:10

    […] Il nostro eroe preferito di sempre, The Kenny – motherfucking – Powers, ha firmato con la K-Swiss. E la seconda stagione di Eastbound & Down parte su HBO il 26 di […]

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