A Serious Man di Joel e Ethan Coen, 2009

Come se mia nonna avesse compendiato secoli di etica occidentale quando mi diceva “Fai il bravo”. “Fai il bravo” è il consiglio del grande rabbino. Poi mia nonna glossava anche con la parte di un vangelo apocrifo “Gesù scese da cavallo per una briciola di pane” ma lì, si sa, è questione di radici.

Ma cosa vuol dire fare il bravo, beh, nessuno lo sa, nemmeno i rabbini. Nemmeno il rabbino boss finale (è proprio presentato come boss finale). La grande saggezza è fatta di formule che però non hanno risposte. È saggezza anche quella di Wolowitz/giovane rabbino/Simon Helberg che dice “guarda le cosa da un’altra prospettiva”, ma ovviamente non si sa quale. E l’altro rabbino, quello di mezzo, non può altro che dire “Passerà. Ricomincerai a fare le stesse cose. Passerà” con una storia che non va da nessuna parte.

La saggezza non può dare risposte: è questo il significato di A Serious Man visto come parabola? Ma soprattutto A Serious man vuole essere una parabola? Probabilmente sì. Anche perché è dotato di un prologo a chiave, o ciò che bisognerebbe interpretare come una chiave di lettura che ma che forse non lo è. Magari i Coen si sono detti: “Abbiamo vinto un Oscar, adesso possiamo anche mettere delle sequenze in Yiddish nei film e ce le fanno passare. Il mondo è nostro ahahahaha puff odore di zolfo”.

La battuta più azzeccata è forse “Accetta il mistero”. Scroscio di risate. Ma alla fine i rabbini non dicono la stessa cosa? E il paradosso del gatto di Schrödinger? E il principio di indeterminazione di Heisenberg che occupa una distesa infinta di lavagne? (per intenderci: quello che nella cultura pop è diventato “non possiamo dire altro che boh?).

E il fratello, specie di genio disadattato, scopre un segreto matematico universale (cabala?) ma non può metterlo a frutto perché non può giocare a carte?

Ecco il film dei Coen mostra con chiarezza questo: che le prescrizioni etiche (o gnoseologiche, e perdonate l’uso della brutta parola) non riescono per nulla a ricomporre l’esistenza.

Più che nelle disavventure di Michael Stuhlbarg, è forse più chiaro in quelle del figlio. Per tutto il film deve recuperare i 20 dollari che ha rubacchiato per comprare l’erba, e scappa da un ragazzo ciccione che lo vuole menare. (spoiler) Alla fine, quando tutto sembra a posto, quando il suo meraviglioso bar mitzvah lisergico va a buon fine, addirittura riunendo la famiglia,q quando vuole restituire i soldi perché il mosaico è ricomposto, ecco, arriva uno spettacolare e minaccioso tornado.

Ecco, in scala 300 volte maggiore al padre, che è proprio un brav’uomo veramente seriosi, ma il suo comportamento non lo salva dalle sfighe, dalla gente che vuole usare sabbia su di lui, dal dover sempre e comunque farsi carico di un destino che non riesce a comprendere, sorta di novello Giobbe.

E il gioco è che si ride, ma con una sensazione di epidermico fastidio: ogni volta che la moglie (Sari Lennick, uno dei casting più azzeccati dell’ultimo anno) entra in scena viene voglia di grattarsi, l’amante di lei fa ridere parecchio nella sua flemma e nel suo mostrarsi comprensivo, ma in realtà è un ridere del disgusto che si prova.

È questa coniugazione continua, tra senso profondo e maestria nel girare, tra risata e angoscia, che innerva il film e che lo rende assolutamente imperdibile.

Postilla generalizzante: È consolante pensare come i Coen siano ancora così novecenteschi (“sooooo twentieth century…”) dopo dieci anni in cui novecentesco sembra essere un insulto, dieci anni passati a rifondare, ricostruire, dare delle basi, delle radici. Dieci anni in cui si è confusa la complessità con la confusione, e l’infatuazione per un pensiero ritto e deciso che tagliasse tutte le pippe permettesse di spernacchiare qualsiasi pensiero che avesse più di tre nessi logici e bollare colui che provava a esprimere tale pensiero di fumisteria, inutilità, intellettualità e omosessualità.

E quindi, tutti presi a rifondare, e nel cinema tutte le rifondazioni hanno portato a due macrogeneri (con risultati estetici anche apprezzabili, a volte, eh):

– “approfondisco e penso tanto” (tra cui Batman che comincia e finisce come sociopatico depresso, ma tanto nero che è nerissimo, l’infanzia di Ivan Myers, nel bellissimo quando condannato a sicura morte commerciale Halloween 2, che poi è l’unico pensiero che mi permette di non spaccare il televisore quando sento Mina dire “la famiglia” nella pubblicità del mulino bianco)

– “è pop, baby. Non ti preoccupare più” (es. zombie e vampiri, cioè teoricamente anime perdute, cioè qualcosa di disturbante, si trasformano in folk hero, vagamente mandando a puttane timore e fascino del perturbante, ma il mondo va così)

Ecco, i Coen non rifondano nulla, riprendono il loro cinema di “shlemiel” senza rifondarlo, ma aggiungendo elementi, ritratti, personaggi (secondo me stanno immaliconendosi sempre di più, ma è un’impressione) ma dicendo che in tutto quello che si sta cercando di buttar via per ricominciare da capo, c’era qualcosa di buono.

Postilla personale: ho scritto il post su Giallo, ma mi fa male il cuore a pubblicarlo. Appena avrò il coraggio, lo renderò pubblico

IMDB | Trailer

Annunci

One Comment

  1. Harry Callahan
    Posted 30 novembre 2010 at 01:48 | Permalink | Rispondi

    MA-CHE-2-ENORMI-INCOMMENSURABILI-OO
    un film-Tafazzi, altro che “buonissimo”
    e lo dico da ammiratore dei Coen
    la mia fede incrollabile in Voi secondivisori inizia a vacillare

One Trackback

  1. By Vitaminic – Uomini seri e uomini-Cantona on 22 dicembre 2009 at 23:56

    […] è A Serious Man, di Joel ed Ethan Coen (su cui ha scritto anche uno dei padri fondatori di SV, Manu): ne abbiamo parlato anche con FedeMC. I fratelli ci regalano un buonissimo film, incentrato sul […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: