Welcome, Philippe Lioret, 2009


E’ curioso che due film usciti a distanza ravvicinata, e che trattano, seppur con differenti intenzioni (ma anche con alcuni punti di contatto non secondari) il tema dell’immigrazione, ossia l’italiano Good morning, Aman dell’esordiente Claudio Noce e questo Welcome del francese Philippe Lioret, contengano nel titolo un’espressione di saluto, di apertura ed accoglienza (che nella finzione cinematografica come nella realtà spesso si risolve in uno smacco, in un tradimento). Amaro è il benvenuto che il porto di Calais offre a Bilal, iracheno, 17 anni e quattromila kilometri di cammino sulle spalle: le coste inglesi con la loro promessa di lavoro e futuro (ad attenderlo nella capitale è la coetanea Mina, ricongiuntasi alla famiglia nella quale ognuno con tenacia quotidiana si applica a conquistarsi uno spazio socialmente legittimato all’interno della multietnica comunità londinese) si vedono bene nella luce livida e grigia del mattino, ma attraversare quei 10 chilometri di mare da clandestini significa rischiare tutto, anche la vita, stipati senza respiro tra le merci dei camion. Così Bilal decide di sfidare il mare, di attraversarlo metro per metro con la forza di gambe e respiro. Simon (Vincent Lindon), istruttore di nuoto alle prese con una dolorosa separazione dalla moglie (la brava Audrey Dana, una grande somiglianza -il volto è più maturo – con un’altra attrice di Loiret, Melanie Laurent), gli insegnerà a nuotare, dapprima quasi infastidito dalla tenacia muta del ragazzino, via via però sempre più scivolando nei panni di un padre burbero e protettivo.

Girato con una fotografia fredda, in un paesaggio costantemente frantumato dalla pioggia e da fitti vapori di nebbia (con una sensazione quasi tattile del freddo che s’infila nei poveri indumenti delle decine di clandestini che stazionano giorno e notte al porto), Welcome è un film di palese denuncia della disumanizzazione della società, dell’abbandono di ogni forma di rispetto per la vita umana nel mondo delle frontiere da attraversare ad ogni costo alla ricerca di una degna condizione di vita, di una legislazione, quella francese, che punisce col carcere fino a 5 anni chiunque aiuti un clandestino, volontari compresi, se necessario a dare il cosiddetto “segnale forte”. L’intenzione del regista, stando alle sue dichiarazioni, era quella di riprodurre in forma quasi documentaristica ciò che quotidianamente accade in quel tratto di costa, come in altri tristemente noti, da Lampedusa alle coste pugliesi. E il mare è proprio emblema dell’abisso di distanza, della difficoltà, della dolorosa via crucis quotidianamente affrontata da uomini e donne che la polizia etichetta velocemente con un numero, una pratica in più da sbrigare nell’aula di un tribunale. Ed è la storia di un incontro, quello tra l’occidentale Simon e lo straniero Bilal, che costringerà il primo a fare i conti con le proprie paure e con la debolezza della propria volontà, la stessa debolezza ed indifferenza che lo ha portato a perdere la donna amata (“lui vuole attraversare a nuoto la Manica per raggiungere la sua fidanzata, ed io non sono nemmeno stato capace di attraversare la strada per fermarti”). In entrambi i piani narrativi, quello del rapporto tra il ragazzo e l’uomo e quello di indagine sulla cruda realtà della clandestinità, il film si muove tra momenti di commozione e profondità notevoli e momenti in cui invece il lato patetico e melò (col consueto clichè manicheistico del bianco-indifferente-e-gelido ed immigrato-magari-violento-ma-solo-per-disperazione) smorza la tensione per risolversi in una fin troppo evidente volontà di spingere alla lacrima comandata. Ma nel complesso è un pugno nello stomaco, e non lascia indifferenti. Non ha lasciato freddo il pubblico dell’ultimo Festival di Berlino (ma è passato anche al nostro Torino Film Festival) che lo ha premiato come miglior film della sezione Panorama.

IMDB | Trailer

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3 Comments

  1. Posted 7 gennaio 2010 at 16:56 | Permalink | Rispondi

    Bella recensione, cercherò di vederlo.
    Cmq., per precisione, il Canale della Manica è ben più largo di 10km: “Lo Stretto di Dover è invece il punto più stretto, solo 34 km, da Dover a Cap Gris-Nez.” (da Wikipedia.it)

  2. papessa
    Posted 7 gennaio 2010 at 21:44 | Permalink | Rispondi

    uh grazie della precisazione e scusa per l’ignoranza :)
    pape

  3. Posted 8 gennaio 2010 at 15:09 | Permalink | Rispondi

    No problem…
    Nel frattempo mi è tornata in mente una vecchia barzelletta:
    FIGLIO: “Papà, papà, non voglio più andare in Inghilterra…”
    PADRE: “Zitto e nuota!”
    :-)

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