Soul Kitchen, Fatih Akin, 2009


La Amburgo multietnica di Fatih Akin ha lo stesso effetto ottico delle luci di una strobosfera, la stessa gioia travolgente da disco-soul-funky muzic. Un controsenso o un tradimento della propria natura, da parte dello stesso regista di quel film duro e straziante che è La sposa turca e della sinfonia malinconica e (fin troppo, a tratti) ben orchestrata di Ai confini del paradiso? In realtà potrebbe più a ragione essere considerata l’altra faccia- irriverente e comica in questo frangente, tragicamente realista in altri- di una vitalità trabordante che sembra essere il trait d’union di molti cineasti immigrati di seconda generazione (e la mente va a La graine et le moulet di Kechiche, e non è un caso, forse, che anche in quello straordinario affresco marsigliese fosse la tavola lo spazio generatore del movimento narrativo).

Accompagnato da una colonna sonora che è un omaggio alla migliore tradizione funky e soul (Quincy Jones, Kool and the Gang, Sam Cooke) miscelata con dosaggio sapiente (dato l’argomento) anche a rebetiko greco, elettronica pesa e una chicca di “Paloma” interpretata dal nostro Natalino Otto (titolo del film scippato ai Doors, tra parentesi), Soul Kitchen narra la storia di un ristorante, il Soul Kitchen appunto, che ha fatto dei surgelati e del fritto affogato con panna il proprio credo, col consenso unanime dei palati poco raffinati della clientela. Zinos (Adam Bousdoukos, come ho giustamente letto in rete “una specie di Ligabue sovrappeso”, bravissimo), il proprietario, greco di Amburgo, è alle prese con due problemi: il trasferimento a Shangai della fidanzata – bellissima ricchissima angelicissima e ambiziosissima- Nadine e una poco provvidenziale (o molto?) ernia al disco che gli impedisce di raggiungere la sua amata e di cucinare. E poi c’è il fisco, e l’ufficio igiene, e un barbone che gli occupa a scrocco una rimessa del locale. Fino a quando l’arrivo del follemente sopraffino nuovo cuoco (che bravo che è Birol Unel), l’uscita dal carcere del fratello scassinatore (Moritz Bleibtreu) e l’incontro con un ex compagno di scuola e neo rampante affarista immobiliare scombinerà le carte in tavola provocando una serie di avvenimenti a catena che coinvolgeranno via via tutti gli abitanti del microcosmo del ristorante, o gravitanti attorno ad esso. Con un happy end, manco a dirlo, suggellato da una romantica cenetta…

Insomma, ci piace questo Akin, e gli perdoniamo pure qualche gag un po’ caciarona, perché il ritmo del film è coinvolgente, la storia spassosissima, la sceneggiatura (ma in questo è bravino da sempre) decisamente riuscita. Poi è probabile che si insinui un piccolissimo dubbio, quando si esce dal cinema: quando lo rivedrò avrà la stessa tenuta comica? Lo stesso impatto? O mi accorgerò che pecca un pochino di superficialità, badando più alla confezione – appunto – del piatto più che alla sostanza? Non lo so, lo scoprirò solo vivendo. Intanto, si consiglia di provarlo.

IMDB|Trailer

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5 Comments

  1. Posted 21 gennaio 2010 at 14:06 | Permalink | Rispondi

    grazie Papessa per questo piccolo dubbio alla fine. perche’ temevo di essere l’unico ad aver trovato Soul Kitchen
    divertente ma un po’ troppo furbetto
    saluto
    gig.

  2. massimo
    Posted 23 gennaio 2010 at 07:53 | Permalink | Rispondi

    nessun dubbio, Ppessa : io l’ho visto due volte, impatto uguale. Vorrei citare anche Anna Bederke che fa la cameriera e soprattutto Dorka Gryllus che fa la fisioterapista: quest’ultima fra l’altro ho saputo smanettando in internet che è anche la cantante di un un gruppo reggae di Berlino che si chiamano Rotfront. Il film è gustosissimo, e Akin a soli 36 anni ha già al suo attivo una manciata di film uno più carino dell’altro. Il mio preferito è Ai Confini Del Paradiso, ma mi secca un pò che nessuno si sia cagato il suo documentario musicale CROSSING THE BRIDGE, con musiche favolose.

  3. api
    Posted 23 gennaio 2010 at 18:52 | Permalink | Rispondi

    infatti mi piacerebbe vederlo, Massimo. E ora attendiamo il nuovo lavoro che mi pare sia nuovamente un documentario…

  4. EsuleEdCurdgéla
    Posted 8 febbraio 2010 at 13:31 | Permalink | Rispondi

    Sarà furbetto furbetto, ma ha un signor ritmo, tiene incollati, delle trovate niente male e un happy end che ogni tanto ci vuole…

    Crossing the Bridge me lo sono visto grazie ai servigi del ciuchino…e porcaccia miseria, ha i sottotitoli sfasati di qualche minuto!!! Concordo sulla OST di CdB: talmente bella che me la sono presa subito….

    Ah, e ovviamente sarà uno dei film candidati ad una seconda visione…

  5. api
    Posted 8 febbraio 2010 at 14:11 | Permalink | Rispondi

    si, ma infatti glie ne fossero..:)

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