Avatar, James Cameron, 2009

Solamente il tempo ci dirà se l’aver visto Avatar sarà stato come vedere nel 1977 Guerre Stellari. La sensazione è che ci si trovi di fronte a un’opera fondativa e pionieristica che segna un confine, dando vita a possibili nativi cinematografici da cui si apriranno nuovi orizzonti nella frontiera della settima arte. Forse ci sarà un “prima” e un “dopo” Avatar. E poco importa la quantità di voci, chiacchiere e inchiostro versato, amplificato in Italia dal ritardo di uscita rispetto tutto il mondo causa cinepanettoni. Si è parlato fino allo sfinimento dell’attesa durata 12 anni, delle macchine da presa inventate appositamente, delle fonti di ispirazione e/o di plagio, che vanno da Pocahontas a FernGully passando addirittura da Aida degli alberi, e di come sia debole, semplice, forse risibile la trama. Avatar è tutto questo e niente di tutto questo. Ma che cos’è esattamente?

Sul Chicago Tribune un critico ha definito il film la Macchia di Rorschach della stagione, dove ognuno può vederci di tutto, da qualcosa di estremamente originale a qualcosa di estremamente derivativo. L’unico fatto certo è che Avatar è, e rimane, e forse rimarrà, uno spettacolo cinematografico sbalorditivo e straordinario, elogio dell’essere vivente attraverso la più avveniristica tecnologia, in grado di recuperare la magia del passato per mezzo del futuro. Attraverso una trama archetipica e un senso della narrazione senza eguali Cameron sfoggia dunque l’ennesimo saggio sulla visione, summa totale del suo cinema, compiendo una riflessione sul concetto stesso di cinema, evidenziato ancor più dalle numerose inquadrature ravvicinate di occhi e dalla frase ricorrente “I see you”. Ovvio che un’opera del genere si presti a pontifiche di ogni genere.

Se Titanic era un omaggio al cinema classico filtrato dal moderno, Avatar si spinge ancora più in là, anzi più indietro, essendo un’opera sullo spettacolo, sullo stupore che il cinema può ancora dare, stupore da fruire, assaporare solo e unicamente nel buio imposto dal 3D di una sala cinematografica, lo stesso spazio buio e angusto in cui sono costretti i protagonisti del film per poter “vivere” il proprio doppio digitale. Nel contesto della tipica tematica cameroniana dello scontro uomo-macchina, accentuata ulteriormente dal corpo degli attori ricreato da una macchina, in questo caso digitale, giganteggia la figura del regista come creatore, di immagini, di meraviglia, di mondi e linguaggi, alla ricerca continua di quell’emozione primordiale che si prova vedendo immagini proiettate su uno schermo che trova le sue radici in Méliès e nei Lumière. Siamo di fronte contemporaneamente al passato, presente e futuro del cinema.

Come scrisse,  a proposito di Terminator 2, il noto compilatore-di-un-dizionario-di-cinema-che-si-è-autoproclamato-aggettivo: “Epocale. E quindi imperdibile”.

IMDB|Trailer

Bonus per i nerd come me: un simpatico dietro le quinte del film

5 Comments

  1. massimo
    Posted 22 gennaio 2010 at 12:34 | Permalink | Rispondi

    ciao Tommy
    sono massimo aka oldboy e, premettendo che aspetto a vedere Avatar quando la follia collettiva sarà un pò scemata e lo si potrà vedere senza essere circondati da masse cinepanettoniche di maragli d’ogni razza, volevo segnalarti la definizione che in tv la signora Anselma Dall’Olio ha dato di Avatar (peraltro con postura schifata e trucida): “IL FILM CULTO DI AL QAEDA”. Che ne pensi?

  2. tommy
    Posted 22 gennaio 2010 at 12:45 | Permalink | Rispondi

    Beh, questo non fa che sottolineare ancora di più la grandezza del film! La signora sarà rimasta turbata dal vedere i suoi prodi e valorosi e eroici marines in situazioni non proprio edificanti, dove a spuntarla non è una popolazione addirittura di un colore diverso…comunque, se riesci, non far passare troppo tempo per vederlo, che poi ne senti parlare ancora di più e ti si falsa il giudizio…

  3. manu
    Posted 22 gennaio 2010 at 12:58 | Permalink | Rispondi

    Per la precisione:

    http://grazia.blog.it/2010/01/14/ambientalismo-%E2%80%9Cde-core%E2%80%9Ded-effetti-speciali-avatar-contro-l%E2%80%99occidente/#more-12787

  4. massimo
    Posted 24 gennaio 2010 at 12:04 | Permalink | Rispondi

    Tanto per ‘un farmi mancà nulla (come direbbe Virzì), me lo son visto due volte (con occhialini e senza). Scontato che il film fosse una meraviglia inaudita di immagini incredibili, questo lo si intuiva, anche se non a questi livelli. Ma va detto che il film è tutt’altro che un videogame, anzi è scritto, diretto ed interpretato benissimo. E mi fa piacere vedere questo fenomeno di massa, una volta tanto per un film valido e nient’affatto volgare. Stephen Lang ha una faccia incredibile, una delle più potenti “maschere” di Hollywood (a proposito ma lo sapevate voi -letto su internet- che Lang attualmente dirige l’Actor’s Studio??). E poi, (lo devo proprio dire non ce la faccio a trattenermi)come la vedete in canottierina bianca la Michelle Rodriguez? A me quella moracciona lì m’ha sempre arrapato, sarà anche tracagnotta ma ha un viso troppo bello! Detto che la signora Dall’Olio è fuori di testa nel vedere connivenze ideologiche col terrorismo in un blockbuster miliardario, resta da dire del problema-occhialini.
    Se voi vedete la versione in 3d potete cogliere il senso (spettacolare) della profondità, però vedete il film come se indossaste gli occhiali da sole, con un leggero ma fastidioso filtro che oscura lo schermo. Se invece lo vedete in versione 2d, quello che perdete con la mancata profondità lo recuperate con una luminosità finalmente adeguata (tanto le immagini sono belle comunque di per sè, sono godibili anche senza occhialini).

  5. clumsy
    Posted 1 febbraio 2010 at 15:15 | Permalink | Rispondi

    mi limito a dire «mah!»
    d’accordo su “la ricerca continua di quell’emozione primordiale che si prova vedendo immagini proiettate su uno schermo che trova le sue radici in Méliès e nei Lumière.”, molto meno sul “senso della narrazione senza eguali”. se è vero che la Dall’Olio può aver voluto vedere il diavolo dove diavolo non c’è, il problema vero secondo me è che c’è un frullamento di roba pseudo-filosofica dentro ad Avatar che a volerla interpretare la metà bastava. d’accordo con il critico del Chicago Tribune quindi, soprattutto. avrei preferito un documentario sul mondo di Avatar. la magia è tutto nella flora nella fauna e nel mondo sberluccicante. per il resto, Titanic era meglio.

4 Trackbacks

  1. […] Le Nuvole, Jason Reitman, 2009 In una delle 27832556 sequenze memorabili di Avatar, il Na’vì di Sam Worthington, mentre vola sul suo Toruk, urla felice e disinvolto: […]

  2. By Tutta colpa di Méliès « secondavisione on 26 gennaio 2010 at 08:57

    […] più parti si è parlato di un ridicolo intervento di Roberto Faenza su Repubblica a proposito di Avatar. La tesi di Faenza è semplice, per non dire sempliciotta: Avatar è la testa di ponte di un nuovo […]

  3. By Sunday Trailer Fever « secondavisione on 11 aprile 2010 at 08:08

    […] Evil: Afterlife, Paul “marito di Milla” Anderson, 2010 Ovvero: inserire il nome James Cameron completamente accazzo in un […]

  4. […] Vengono introdotti dei nuovi mostri, dei cani/predator (un po’ simili a quelli di Avatar) che non servono a moltissimo. C’è anche una scarsissima gestione dei tempi. Ovvio che siamo […]

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: