Tutta colpa di Méliès

Da più parti si è parlato di un ridicolo intervento di Roberto Faenza su Repubblica a proposito di Avatar. La tesi di Faenza è semplice, per non dire sempliciotta: Avatar è la testa di ponte di un nuovo modo di fare cinema (probabile) che ha invaso le sale italiane (matematicamente vero) e che farà morire il Cinema. Ecco, quest’ultimo punto è drammaticamente falso.

Mettendo insieme (perché?) A Christmas Carol, Sherlock Holmes e l’ultima fatica di Avatar, Roberto “Manofredda” Faenza dice:

Queste pellicole hanno sicuramente sbalordito gli spettatori, ma dubito che li abbiano emozionati, forse perché il viaggio verso l’estremo è appena iniziato e la sopraffazione ancora non vince sull’emozione. Alla fine di queste visioni la certezza è una sola: il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa, le immagini umane cui siamo stati abituati sin dai tempi dei fratelli Lumière sono ormai superate da immagini virtuali e artificiali.

Andiamo per ordine: se uno spettatore viene “sopraffatto” da un film, non potrà emozionarlo. Con tanti saluti alla sospensione dell’incredulità e alla spettacolarità che da sempre ha caratterizzato il cinema. Come non ricordare, infatti, le cronache di chi ha assistito alla prima proiezione dei Lumière: spettatori che, quando videro il famigerato locomotore piombargli addosso in quel caffè parigino, rimasero immobili, emozionati-ma-con-controllo, a discettare col vicino di tavolo sui bulloni della macchina a vapore o sull’evidente esempio di moto browniano del fumo della ciminiera. Quindi, emozione sì, ma sempre ben conscia. “Uh, mi sto davvero emozionando, parbleu“.
E, parlando di computer che prende il sopravvento sulla macchina da presa (se proprio dobbiamo ancora parlarne): Faenza, mica dovrai prendere una laurea in Scienze della Comunicazione per sapere che raramente le tecnologie nuove soppiantano le vecchie: piuttosto si affiancano le une alle altre, o si mischiano (non dico “si ibridano”, perché… vedi sotto). Insomma, macchina da presa più computer, ok?

Ma Roberto “Apocalisse” Faenza continua:

E’ il dominio del fantastico occupato manu militari con la forza del denaro più che con la creatività. Di fronte a investimenti così ingenti, con cui si potrebbero costruire interi grattacieli, il cinema del resto del mondo può solo chinare la testa e ammutolire.

Eh, sì. E’ solo questione di soldi, mica di creatività, si sa. Cameron e l’enorme team di persone che sta dietro ad Avatar è riuscito a creare tutto quello che si vede sullo schermo perché possono accendersi i sigari con i centoni, mica per altro. O, che ne so, perché possono permettersi costosissime mutande di seta, o di passare le vacanze ai Caraibi, o fare il bagno nello champagne. Ah, se il cinema italiano avesse i fantastilioni, cosa non potrebbe fare, con le idee che vediamo, accidenti, vediamo essere in nuce in semikolossal come Baaria, per dirne uno.

E non è tutto: Roberto “I have a dream” Faenza va sull’onirico e ci racconta un sogno che ha fatto dopo avere visto le prime sequenze del film di Cameron.

Nel sogno, [gli americani] partivano con migliaia di astronavi, che solo loro possono finanziare e costruire, lasciando noi minores ad abbrustolire sulla terra desertificata e resa invivibile, causa la distruzione ambientale provocata dall’ingordigia e dal disinteresse per il futuro. Si dirà: che c’entra tutto ciò con il cinema moderno? Beh, non lo vedete: asteroidi roboanti, alieni, uomini dalle membra trapiantate, armamenti micidiali, mondi sconosciuti… E la Terra? E l’uomo […]?

E’ la prova che Faenza è stato sopraffatto dal film: pensa che, siccome Avatar (perdonatemi) è un film di fantascienza e ha attratto un sacco di persone, ecco che dell’uomo non interessa più niente a nessuno. Tutti nello spazio! Tutti su Pandora! Ricordiamo, peraltro, l’incremento delle vacanze in crociera dopo l’uscita di Titanic e, anni e anni fa, l’incredibile numero di bighe vendute dopo le prime proiezioni di Ben Hur.

La conclusione dell’auteur Faenza è davvero quello che in gergo tecnico si dice pestare una merda.

Prendiamo il caso di Il nastro bianco, stupendo film del regista austriaco Michael Haneke. Nonostante la Palma d’oro vinta all´ultimo Festival di Cannes, in Italia l’hanno visto pochissimi spettatori e nessun giovane. (…) Grazie a questo tipo di cinema, e non importa se non fa bingo ai botteghini, c’è ancora chi si occupa dell’uomo e della sua dimensione terrestre, a prescindere dalla magniloquenza degli effetti speciali. E visto che sulla Terra alla fin fine ci dobbiamo restare, sarà bene rinsaldare l’antico vincolo con l’umano. Anzi, converrebbe rinforzarlo ed estenderlo ai più giovani, spesso ignari che la vita, per nostra fortuna, ancora non è diventata un videogioco.

Ah, ecco: una bella opposizione cinema vs. non-cinema. Film commerciale contro film che vedono in pochi. E ancora, bianco e nero contro colore, film storico opposto a film fantastico. No, Faenza non ha capito niente: Il nastro bianco, un film meraviglioso, è cinema, tra le cose più belle viste negli ultimi anni. Avatar, un film meraviglioso, è cinema, tra le cose più belle viste negli ultimi anni. Poi, è vero: Avatar l’hanno visto tutti, il film di Haneke nessuno, ma questo dipende da molti fattori. Per esempio, prendendola da lontano, ma non troppo, dal fatto che in Italia non si insegni il cinema nelle scuole dell’obbligo (cioè, tra un po’, elementari e medie).  Ma anche perché ci sono intellettuali come Roberto Faenza (ma sì, dai) che guardano ai giovani come un branco di rincoglioniti, scemi e inetti. Già questo è un punto di partenza evidentemente dannosissimo e fuorviante, ma del tutto sintomatico di come viene pensata e gestita la cultura nel nostro Paese. Quando parlo di queste cose, mi viene sempre in mente un momento della storia parlamentare italiana, cioè quando, a causa dell’opposizione di sinistra, l’Italia introdusse con ritardo mostruoso il colore nella televisione. Qualcuno, seduto a Montecitorio, e in salotti pieni di libri coltissimi, pensava che il colore fosse male, sbagliato, cattivo, fuorviante soprattutto per i giovani. Un sintomo che poi si è manifestato nella malattia del berlusconismo (inteso in senso generale e distaccato dall’uomo-Berlusconi). Il cinema (con la C maiuscola, quello italiano, europeo, quale?)  va in pezzi, e la colpa è di James Cameron e dei compiuter.

Faenza, ma fammi il piacere. E nota che non ho citato neanche uno dei tuoi film in questo post, perché sono un signore.

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3 Comments

  1. massimo
    Posted 26 gennaio 2010 at 11:14 | Permalink | Rispondi

    D’accordo su tutta la linea, francesco.
    Se un uomo di cinema navigato come Faenza non ci arriva a capire che contrapporre “un cinema fatto a mano” a “un cinema tecnologico” è una impostazione assurda, vuol dire che lui ha qualche problema. A parte il fatto che un cinema fatto di uomini e di passioni fatto con pochi mezzi esisterà sempre. Faenza, sveglia!

  2. Posted 26 gennaio 2010 at 19:16 | Permalink | Rispondi

    Ma davvero in Italia Il Nastro Bianco non l’ha visto nessuno? Qui “you haven’t seen The White Ribbon=you’re a nobody”.
    Comunque la perla è la recensione di Avatar di Heather Parisi, che è molto ggiòvane: http://www.heatherparisi.it/scheda.php?id=207
    Baci a tutti e applausi – il nuovo blog mi piace molto!
    Irene

  3. Federico
    Posted 28 gennaio 2010 at 09:14 | Permalink | Rispondi

    “Cop Killer” rimane un bel film, lo potevi citare dai.

2 Trackbacks

  1. […] E, sorpresa, abbiamo scoperto dei bei film. Eccezione fatta per Il Nastro Bianco (il film prefe di Faenza, perché in bianco e nero e perché carico di emozioni e concetti che emozionano e concettano senza […]

  2. […] ricordate del bell’articolo di Roberto Faenza su Avatar? Quello in cui si diceva fondamentalmente “questi film con gli effetti speciali senza anima […]

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