C’era una volta la città dei matti…, Marco Turco, 2009

Era da secoli che non vedevo qualcosa in televisione: ma la figura di Franco Basaglia da sempre mi ha affascinato e, essendo di Gorizia, mi è ben nota la serie di eventi che portarono alla legge 180, anche grazie alla conoscenza diretta con qualcuno dei protagonisti di quell’epoca. Insomma, una decina di giorni fa ho visto le due puntate della miniserie. Miracolo: è una produzione RAI ed è fatta bene. C’era una volta la città dei matti…, per dire, è un titolo orrendo, che farebbe presupporre un sguardo distaccato e incantato sulla storia di Franco Basaglia, osteggiato dall’ambiente accademico, sbattuto negli anni ’60 a Gorizia a capo dell’ospedale psichiatrico locale, da dove sviluppò un metodo rivoluzionario a livello mondiale sulla concezione, prima che sulla cura, della malattia mentale.

E invece no: Marco Turco, rimanendo pur sempre nei confini di una narrazione televisiva da prima serata (d0ve per “televisiva” si intende soprattutto una concezione del tempo della messa in scena più rigida che al cinema), mostra senza pudore, per dirne una, le crudeltà perpetrate nei manicomi. Ambienti squallidi davvero, non poeticamente squallidi, facce brutte ma non mostruose, sporco, letti di contenzione, catene, barbe incolte, occhi inquietanti e violenza. Nelle prime sequenze ambientate al manicomio di Gorizia, quello che sarà il medico Basaglia viene fuori “a sbalzo” per come si relaziona con questo ambiente. Un ottimo modo per delineare un carattere, quel carattere, visto che poi buona parte della “dottrina” basagliana sarà legata proprio al rapporto quotidiano, discusso, parlato col malato di mente. La trama è concentrata in larga parte sull’operato di Basaglia: prima parte a Gorizia, seconda parte al S. Giovanni di Trieste, che diventerà un progetto pilota per l’OMS. Certo, narrazione vuole che ci siano anche delle sottotrame: ma la buona sceneggiatura del regista, di Alessandro Sermoneta, Katja Colja e Elena Buccaccio, tiene a bada i plot minori che si intersecano con la linea narrativa principale. Si sfiorano ovvietà di contenuto (come quando il protagonista si rende conto che sa parlare meglio ai matti che ai suoi figli) e di forma (talvolta i flashback di uno dei pazienti, Boris, sono davvero qualcosa di già visto), ma non si esagera: sono dei piccoli momenti meno riusciti in un prodotto che supera decisamente la sufficienza.

Infine, bravissimo Fabrizio Gifuni, ma bravi anche tutti gli altri attori (alcuni dei quali sono davvero in cura psichiatrica): e brava, incredibile, anche Vittoria Puccini, che affronta un ruolo complesso e ostico con una disinvoltura e una tecnica eccellente.

P.S. Il sito della serie è fatto benissimo, con tanto di filmati di backstage, interviste e foto.

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One Trackback

  1. […] parla della poesia dei matti. Basta. Molto meglio una serie vista di recente. Perché parlando della poesia dei matti ci racconta anche un po’ […]

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