Zombieland, Ruben Fleischer, 2009

Cominciamo dai titoli di testa, che ne vale davvero la pena (Metallica + zombi: ti piace vincere facile, eh? )

Il film è parecchio divertente, godibile, anche se in fondo vive più di intuizioni che di una narrazione organica non gli si può dire nulla di male e viene da dire parecchio di bene. Una commedia on the road con gli zombi dal buon ritmo e con alcune trovate molto divertenti. Rimandiamo all’ottima recensione di Kekkoz, che condividiamo. Con meno entusiasmo, ovviamente, ma più che altro per posa esistenziale.

Aggiungiamo, di nostro, che ci sembra che Zombieland sia, e forse a ciò è dovuto il nostro gradimento, un’ottima rielaborazione mainstream dei temi di una certo modo di fare cinema anni 90’. Il tutto innestato su modelli narrativi della commedia anni ’80, che da tempo si stanno recuperando.

Zombieland riesce ad evitare, con un gioco intelligente, di fare Sacco a pelo a tre piazze perché c’è uno zombie, o Zombie in Pink, prendendo appunto modelli cinematografici alti e rendendoli scanzonati: Scream – per le regole testuali esplicitate, Clerks – per il vago elogio della cazzoneria, Tarantino, per la ripresa di icone del cinema che fanno se stesse, Bill Murray ce fa Bill Murray e Woody Harrelson che fa il personaggio di Woody Harrelson (più o meno). Quest’ultimo dice anche una cosa del tipo “In Mexico, you know what they call Twinkies? “Los submarinos.”. Non roba nuova, ma giusto per far sapere che il babbo non è ignoto.

Apro parentesi

Interessante la divergenza tra il pubblico rappresentato nel film che ricorda Bill Murray in Ghostbusters e il pubblico di riferimento che lo pensa primariamente attonito in Lost in Translation, Zissou e un film di un  Jarmusch à la coque (appena scottato in acqua bollente).

Chiudo parentesi

Che questa operazione che Zombieland compie sia un bene o un male saranno i posteri a giudicare, a noi tutto ciò ci garba assai e ci sembra ben fatto e scritto.

Personalmente, penso che tutto ciò faccia parte di una tendenza di centralizzazione (ed estensione ed annacquamento) del cosiddetto cinema indipendente anni ‘90, fenomeno che nel cinema americano è in atto da qualche anno a questa parte. Prendiamo le candidature agli Oscar di Little Miss Sunshine come data di emersione del fenomeno, e chiudiamo qui la discussione.

Ma, comunque, Zombieland è tanto piacevole da vedere, quanto interessante capire perché diavolo verrà distribuito a maggio in Italia, sei mesi dopo l’uscita (di buon successo) in tutto il mondo, con il titolo di Benvenuti a Zombieland.

Quando, probabilmente, tutto il pubblico potenziale a cui si rivolge avrà già comprato i chip di contrabbando che circolano già a Tijuana, Brixton e Quarto Oggiaro, per innestarli nella propria corteccia cerebrale al fine poter zigoviaggiare nella narrazione di Zombieland (mettendo in pericolo la propria salute e al tempo stesso il capitalismo. Ah, maledetti zigoviaggiatori anarchici!).

Le risposte possono essere varie.

Risposta 1: siamo un paese di mentecatti.

In buona parte vero, ma non è una risposta sufficiente.

Risposta 2: è un suicidio della casa di distribuzione che prova a farlo passare come “Horror che infesta sanguinario le sale pre-estive” – interessante esempio di distribuzione metatestuale da florilegio di tesi di laurea in comunicazione – giusto per raggranellare qualche soldino da un pubblico sprovveduto che lo crederà un horror vero.

Sbagliato. Non è un suicidio della casa di distribuzione che rientrerà con i soldi delle Tv.

Sbagliato. Non verrà distribuito come un horror.  Guardiamoci negli occhi: siamo in un paese in cui se dici horror, a chi si pensa? A Dario Argento, uno che all’ironia sui suoi set non faceva neanche portare i cestini del pranzo. (a chi ha pensato Alex Infascelli è stato inviato in questo momento un virus che farà creerà un’ischemia al vostro sistema operativo, per renderlo più adatto alle vostre esigenze). Fare passare una horror commedia è durissima, ma non si potevano nemmeno aggirare le resistenze del testo. Quindi, ecco il trailer italiano che accelera non poco sul valore semantico “svacco”.  Nota a margine: ma come cazzo hanno doppiato Woody Harrelson?

Se gli va bene, avranno un exploit alla piccolo film indipendente cazzone per es. Clerks, giusto per tornare al discorso precedente (Zombie Clerks, questa è facile), o alla Little Miss Sunshine che però aveva altre carte da giocare e non era di genere. Poi, nemmeno Clerks numericamente poi non è sto granché. E sì gli innesti cerebrali non erano un granché nel nei primi anni novanta: quanti con il cervello fritto amavano Lezioni di piano?

Per concludere: nessun suicidio della casa di distribuzione.

Risposta 3. è un’operazione distributiva di piccolo cabotaggio, che farà guadagnare qualcosa nella catena di sfruttamento, sperando in un piccolo caso tramite il passaparola tra zigoviaggiatori e non zigoviaggiatori. Il fatto che il pubblico potenziale a cui è rivolto lo abbia già zigovisto di contrabbando non è un problema, perché gli zigoviaggiatori interessati a Zombieland non sono numericamente rilevanti. Anche perché sono zigoviaggiatori cinefili, che li riduce a piccola nicchia non rilevabile da alcuno strumento di analisi di mercato. Neanche a quelli precisi precisi.

Quindi, se come consumi culturali gli zigoviaggiatori italiani si trovano inseriti in un segmento di mercato che non è italiano ma statunitense, sono costretti a sperare che i gusti della fetta di pubblico USA appassionata di cinema o cinefila rimangano decenti il più a lungo possibile (ovviamente, per quanto riguarda il cinema americano).

L’utilità degli anticipatori, come in fondo questo post qua anche se di Zombieland si parla già da un bel po’, può essere solo quella di creare attesa e passaparola, per aiutare la casa di distribuzione del film quando questo uscirà in sala. Un po’ un tristo destino, quello dei precursori.

Ma, al netto delle pippe, è bello vedere sto film. Vedevatelo.

Trailer originale | IMDB

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