La bocca del lupo, Pietro Marcello, 2009

Il vincitore dell’ultimo Torino Film Festival è un film davvero anomalo nel panorama italiano: un film non esente da difetti, ma coraggioso e, oddio che parolone, innovativo per il nostro cinema. La bocca del lupo racconta, in sostanza, la storia di due persone che si amano nelle zone più povere e popolari di Genova. Lui è Franco: figlio di emigranti siciliani, una vita passata in galera, dove incontra Mary, un transessuale con un passato di tossicodipendenza. Proprio nell’istituto di pena scatta l’amore, che dura anche quando Mary esce e Franco finisce gli anni di pena che gli rimangono da scontare. Quella che racconta Marcello è una storia vera, ma non si tratta di un reale documentario. Insieme alle interviste ai due protagonisti e alle riprese dell’umanità letteralmente rintanata nei carruggi di Genova che li circonda, il regista mostra filmati d’epoca di vita quotidiana nel capoluogo ligure in diversi decenni del secolo scorso, senza preoccuparsi di didascalizzarli, ma giustapponendoli fra loro, creando effetto dal montaggio (sì, una sorta, e dico sorta di montaggio delle attrazioni).

La pretesa universalistica, quasi verghiana, del raccontare dei “vinti”, deriva direttamente dal romanzo che ho lo stesso titolo del film, scritto da Remigio Zena (pseudonimo di Gaspare Invrea) e pubblicato alla fine dell’800. Brani del romanzo sono letti da una voce over nel film, creando in principio un effetto di spaesamento, che mano a mano, però, rientra, grazie all’emergere lento del vero senso del film: la cosa interessante non è la morbosità di una storia d’amore diversa, tanto che spesso Franco rivela la presenza della macchina da presa, o quanto meno di un momento in cui “si gira il film” e un momento di “presa diretta della realtà”. Al regista non interessa alcun tipo di realismo: una ripresa in un bar è interrotta da un balletto improvvisato (o che pare tale). Quello che si mette in scena è la forza umana e la lotta per la sopravvivenza, la dignità dell’amore e dei sogni, il diritto alla vita. Forse il vero nucleo concettuale del film è l’umanesimo nel senso sartriano del termine. Sono le scelte di Franco che lo portano in prigione, e Mary (dicendo alla macchina da presa che lui ha fatto “un sacco di cavolate” che gli hanno rovinato la vita) conferma la durezza ineluttabile e le conseguenze di quelle scelte. Ma il film richiama l’umanesimo del filosofo francese anche quando mostra la forza e la “normalità” di una storia d’amore inusuale, tra un uomo di malavita e un transessuale. Una storia che, ricordiamolo, nasce in carcere, uno dei luoghi più regolamentati e gerarchizzati della società. Lì, per riprendere di nuovo Sartre, i protagonisti non sottostanno agli ordini prestabiliti, rifiutano la “mala fede” e, grazie alla forza anche fisica di Franco, che usa per imporre se stesso e Mary, i due si amano.

Nessuno cancellerà il dolore, la sofferenza e la diversità di questi reietti, ma vederli, nelle ultime immagini del film, nella casetta di campagna (rovinata, cadente, erosa dal tempo) insieme a un pugno di bastardini che scondinzolano e abbaiano, è una delle espressioni più incisive di felicità pura e, nonostante tutto, pacificata che si siano viste al cinema di recente.

Trailer | IMDB

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2 Trackbacks

  1. By Vitaminic – Rugby, neve e Genova on 3 marzo 2010 at 15:31

    […] grande film italiano, che vi consigliamo di vedere senza indugi, e di cui abbiamo anche scritto nel blog: si tratta di La bocca del lupo, di Pietro Marcello. Una storia d’amore ambientata nelle zone […]

  2. […] – Il profeta, di Jacques Audiard – Up!, di Peter Docter e Bob Peterson – Vendicami, di Johnnie To – La bocca del lupo, di Pietro Marcello Questo post è stato scritto da Francesco e pubblicato il 30 giugno 2010 […]

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