Symbol, Hitoshi Matsumoto, 2009

E poi bisogna tenere conto di quei film talmente strani, talmente assurdi, talmente fuori di testa, che uno si chiede: ma come diamine è possibile scrivere una cosa del genere? Come ti viene un’idea così? Da dove ti viene? Ti droghi? Forte? Ma soprattutto: cosa cavolo hai raccontato ai produttori per convincerli a darti i soldi? Vi racconto la trama. Un uomo in pigiama si sveglia in una enorme stanza completamente vuota. A un certo punto, centinaia di putti spuntano da dietro le pareti di questa stanza. È una fugace apparzione: si fanno vedere per un secondo, poi vengono riassorbiti dalle pareti. Resta fuori solo una parte: il pene. Il pisellino dei putti. Per cui. C’è un uomo in pigiama in un’enorme stanza vuota sulle cui pareti spuntano centinaia di pisellini di putti. E pensate amici, che questo è niente…

Symbol è il secondo film da regista di Hitoshi Matsumoto, geniale metà del famosissimo duo comico Downtown. In Giappone, lui e il suo socio Masatoshi Hamada, attivi fin dal 1983, sono famosissimi e, con i loro spettacoli, hanno rivoluzionato la comicità televisiva. Nel 2007, Hitoshi Matsumoto ha deciso di esordire da solista dietro la macchina da presa con un film da lui scritto e interpretato. Il risultato è stato Big Man Japan, un mockumentary fulminante su un uomo in grado di diventare gigante in modo da difendere il Giappone dagli attachi di schifosissimi mostri. Girato con ritmo catatonico, il film – sfruttando perversissimi meccanismi comici – racconta la solitudine e il fallimento di un semidio, i difetti e le bassezze di una persona che passa la propria esistenza a combattere per la salvaguardia di un popolo che lo disprezza. Siore e siori, il trailer di Big Man Japan.

Non so come sia andato il film in patria. Non ho mai visto uno scketch televisivo di Hitoshi Matsumoto e socio, per cui non so dirvi se Big Man Japan era un film tutto sommato prevedibile considerando il regista. Personalmente l’ho trovato molto interessante, unico e entusiasmante. A due anni di distanza arriva Symbol, una totale follia. Hitoshi Matsumoto, ancora una volta regista, sceneggiatore e inteprete, gioca evidentemente a voler spiazzare il proprio pubblico, ma la cosa incredibile è che 1) ce la fa e che 2) riesce a realizzare dei film il cui fascino non si esaurisce solo ed unicamente nel “bizzarro senza se e senza ma“, ma che hanno grandi motivi d’interesse. Concluso il discorso sul mockumentary, questa volta – come abbiamo tantato di dire sopra – ci si lascia prendere dalla tentazione di raccontare una storia. Certo, non è forse la storia più convenzionale a cui si possa pensare, ma è pur sempre una storia. La cosa che stupisce maggiormente di questo simpatico zuzzerellone è come sia capace di manipolare e riattivare tutto ciò che è pop. Non solo dal punto di vista degli elementi narrativi (in Big Man Japan i Godzilla e i mostroni giganti. Qui una storia di fantascienza in stile Cube), ma anche dal punto di vista della messa in scena. Se Big Man Japan applicava lo stile documentaristico al film di mostri, smentendo tutto e tutti in una sequenza finale fatta come una puntata di Me – Me – Me- Megaloman, Symbol sceglie la forma del film d’arte per la sci fi. Non storcete il naso a priori! Certo, il tutto sembra un po’ una performance, ma non vi ho ancora detto che parallelamente alla storia dell’uomo in pigiama alle prese con i piselli dei putti, c’è un’altra storia che sembra girata pensando a Nacho Libre. Un bambino ciccione, un padre luchadores che rischia la vita nell’ultimo incontro della sua carriera, una suora con occhiali da sole che guida un pick up…

Non solo: c’è spazio anche per uno spettacolo di magia in Russia, un gruppo che ricorda i Kiss, il parto di un elefante, ecc… Certo, si può obbiettare che il panino nutella e porchetta non piace a tutti, ma la bellezza di Symbol risiede nalla fantasia del suo autore, nella sua perfetta conoscenza dei meccanismi comici e delle regole narrative dei generi cinematografici. E, ovviamente, nel vedere questi meccanisimi e queste regole infrante o ignorate deliberatamente. Insomma, un film unico, realizzato da un uomo folle che ha evidentemente le idee molto chiare.


È da quando mi sono messo a scrivere che penso che il Giappone ha dei comici televisivi poi passati al Cinema come Kitano o Matsumoto. Non sto neanche a citare quelli americani e vi risparmio per pietà quelli inglesi. Chiudete gli occhi, pensate forte a Cornacchione e ripetete con me: troppo frizzante!

IMDB | Trailer

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2 Comments

  1. mauro
    Posted 18 dicembre 2013 at 17:22 | Permalink | Rispondi

    Innanzitutto vorrei ringraziarla per aver scritto una recensione su un film giapponese.Putroppo alcuni termini da le usati non mi piacciono molto come ad esempio ” Da dove ti viene? Ti droghi? Forte? Ma soprattutto: cosa cavolo hai raccontato ai produttori per convincerli a darti i soldi? “”folle” etc…
    Capisco che per noi occidentali sia difficile capirne il significato ma quest’opera è una delle opere più profonde che Matsumoto abbia mai scritto al di la delle scene comiche.Questo perchè le persone che non conoscono la lingua e la società giapponese non possono accorgersene.
    Detta in poche parole, Matsumoto interpreta la vita di ogni essere umano dalla fanciullezza in balia dei capricci e dei sentimenti fino alla libertà intellettuale della maggiore età!
    Certo down town era un’altra cosa ma ci sono anche molti altri programmi televisivi..
    Non è un folle ma è un genio che riesce a trasmettere il significato di ciò che sente senza l’uso di parole dirette , proprio come accade nella società giapponese.
    Dovendo scrivere un commento non posso dilungarmi su questo argomento che richiederebbe invece pagine e pagine.
    Per quello che riguarda Big Man Japan voleva essere una sottile provocazione e denuncia alla società giapponese nel campo lavorativo, dove impiegati e dipendenti lavorano anche 14 ore al giorno e senza lunghi periodi di vacanza durante l’anno. Capisco che il nesso non sia evidente ma è dovuto principalmente al fatto che siamo occidentali e tendiamo a voler capire gli usi e costumi di altre società utilizzando i nostri canoni di razionalità. Intendo dire che se ricerchiamo spiegazioni secondo il punto di vista occidentale , su prodotti come questi film , non possiamo che rimanere basiti o dare sbagliate interpretazioni. Al contrario se si conosce a fondo una cultura è possibile spiegarla ed interpretarla al meglio e ritrovare le incongruenze con il nostro modo di vivere.
    Concludo dicendo che molti dei film giapponesi sono pregni di significato ma che alla vista di un occidentale potrebbe passare del tutto insignificante.

    salve a tutti.

  2. il marchingegno 73
    Posted 15 aprile 2016 at 13:07 | Permalink | Rispondi

    Samuel Beckett Act Without Words I

One Trackback

  1. […] Partner dell’esposizione anche Louis Vitton, che ha chiamato l’artista giapponese, oggi ottantenne, a curare una propria collezione all’interno del marchio (la casa ha dedicato alla collaborazione anche un apposito sito internet, ricco di informazioni e interviste). L’influenza dell’arte di Kusama si è riversata non solo nel mondo della moda, ma anche nella musica e nel cinema. Peter Gabriel ad esempio gli affidò le scenografie del video di Lovetown), mentre uno dei più originali cineasti del nuovo cinema giapponese, Hitoshi Matsumoto, si è chiaramente ispirato alle visioni di Kusama per il suo film più surreale, Symbol. […]

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