Crazy Heart, Scott Cooper, 2010

 
Premettiamo:

che a Jeff Bridges abbiano dato un Oscar ci sta tutto. Che poi non è solo Drugo e quanto ne è conseguito. Io glie l’avrei dato pure quando faceva il cadavere sul divano sotto agli occhi di Jeliza-Rose per quel pazzo di Terry Gilliam. Ha sempre quest’aria di chi ci è capitato per caso e il regista gli chiede “senti mi servirebbe un personaggio così e così”, e lui risponde “d’accordo, mi pare ragionevole, cinque minuti, mi faccio una sigaretta poi torno qua e te lo faccio”. E viene fuori perfetto. Insomma me lo immagino così.

Questo breve cappello introduttivo dovrebbe servire a porgere preventive scuse a Jeff che sicuramente ci legge: perché la sua interpretazione in questo Crazy heart, che è senza dubbio ottima, è al servizio di un film da far rientrare nella categoria del sei stiracchiato. E dire che, come si dice, sulla carta le premesse per una storia buona c’erano tutte. Jeff Bridges è Bad Blake, che una volta fu star del country ed ora, a 57 anni suonati, è costretto ad accettare ingaggi in squallidi bowling nella più desolata provincia americana, con wisky e sigarette come unico appiglio ad un’esistenza senza direzione. Gli anni sono passati, di canzoni nuove nemmeno a parlarne, che l’ispirazione se n’è andata da un pezzo e si deve lasciar spazio all’odiato pupillo che ora è ricco e famoso (il nostro Colin Farrel in versione Daniele Silvestri yankee)  ed accontentarsi di un po’ di sesso con donne che sono il ricordo sfumato della loro passata giovinezza. Fino a quando l’incontro fortuito con la giornalista Jean (Maggie Gyllenhaal) e il suo bambino non provoca un corto circuito, uno scarto che, anche se non farà andare le cose esattamente nella direzione sperata, concederà a Bad (ritornato Otis, il vero nome inconfessabile, provinciale ed inadeguato) una seconda possibilità.

Cosa c’è che non funziona allora in una storia di discesa agli inferi e successivo, faticoso ma vitale, riscatto? E’ che ti viene in mente l’ultimo, disperato assalto di Randy “The Ram” Robinson , interrotto dal nero dei titoli di coda nel magnifico The wrestler di Aronofsky e ti rendi conto che le distanze sono abissali. Qui è tutto appiattito, nonostante la bella prova di Jeff Bridges che presta in maniera efficace volto e rughe,corpo e sudore ai fantasmi e al senso di fallimento dell’ex gloria sull’inevitabile viale del tramonto. Ma non è sufficiente lui da solo a salvare il film: troppo patinata la fotografia, con quel New Mexico a tratti da immagine di catalogo viaggi? Sono i personaggi di contorno che non funzionano? Troppa Holliwood? Maggie Gyllenhall che ha quest’aria un po’ cinguettante e servizievole (e non basta mostrarla ubriaca in un paio di sequenze per farne la ragazza perduta)? Troppo Duvall? Troppi stereotipi (lui dannato-lei che lo salva- lui che recupera gioia di vivere ed estro compositivo – e addirittura gli risalta fuori l’istinto paterno – e si ricorda di avere un figlio ventottenne da qualche parte negli States col quale sente il disperato bisogno di recuperare un rapporto)? E’ il doppiaggio che pialla tutto ciò che magari in lingua originale ha un sapore del tutto differente, sicuramente più ricco, impasto di slang e linguaggi da folk singer? Troppo poco country? Tutto questo assieme ne fa un film che vira al mediocre. Sono cattivissima, lo so. Ed è pure il secondo film passato alla notte degli Oscar che tratto con sufficienza. Speriamo solo che laggiù nella città degli angeli qualcuno non se ne abbia a male.

Trailer|IMDB

Annunci

Pubblica un Commento

Required fields are marked *

*
*

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: