Donne senza uomini, Shirin Neshat, 2009

Il film vincitore del Leone d’argento all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un prodotto atipico, a partire dalla regista, Shirin Neshat. Al suo primo lungometraggio, l’artista iraniana, ma che da trent’anni vive a New York, decide di raccontare la storia di quattro donne del suo Paese in un momento molto particolare. Donne senza uomini, infatti, è ambientato nel 1953, anno cardine per chi si occupa di storia mediorientale: in quell’anno, infatti, il regime democratico di Mossadeq viene rovesciato grazie a un colpo di Stato, in cui è ben evidente la mano della CIA e delle potenze occidentali. Il tutto, manco a dirlo, per il petrolio. Questa la Storia. La trama raccontata nel film, invece, riguarda Zarin, una prostituta che fugge dal bordello in cui lavora, Munis, una donna rimasta sola col fratello integralista religioso, che le impedisce di informarsi su quanto sta accadendo in Iran, e l’amica di lei Faezeh, innamorata del fratello ma marchiata per sempre dall’aver subito uno stupro. Le tre si rifugiano in una sorta di giardino incantato nel quale c’è una casa: è lì che si è rifugiata, abbandonando il marito generale dell’esercito, Fakhri, una donna sui cinquanta, un tempo apprezzata cantante, ma che ha abbandonato il suo talento soffocata dal consorte.

Insomma, quattro donne diverse tra loro in qualche modo soffocate dai mariti nell’Iran della definitiva perdita della possibilità di essere un Paese libero e democratico. Ma storia e Storia sono praticamente abbandonate dalla Neshat, che si concentra sul lato estetico della narrazione, creando immagini belle formalmente, ma non considerando un gran che tutto il resto. Prima di proseguire dobbiamo fare due precisazioni: non abbiamo letto il romanzo omonimo da cui il film è tratto e, lo ammettiamo, di cultura iraniana non sappiamo molto. Quindi la musica, molto presente nel film, non fa suonare in noi alcun campanello, e le nozioni di storia, forse, sono troppo superficiali perché si possano dare per scontati degli elementi che, magari, sono ben noti agli iraniani. Ciononostante, il film perde di un centro forte. Tutto si sposta sul metaforico e sul simbolico, grazie al forte peso specifico estetico che il lungometraggio assume. Ma in questo vago onirismo si perdono anche le caratteristiche dei personaggi: la ex prostituta rimane tale, e, a parte un suo momentaneo miglioramento fisico, non sappiamo altro di lei. Munis può finalmente “fare” politica, ma la Neshat indulge spesso in teatrini piuttosto banali, in cui figurine di marxisti e di sostenitori del regime dello Shah si fronteggiano in modo superficiale. E lo stesso vale per Faezeh, violata e bollata, sì, ma poi? Forse il personaggio più interessante è quello di Fakhri che, come la regista del film, si isola in un ambiente bellissimo in cui è possibile coltivare l’arte e parlare liberamente. Tuttavia, senza svelare il finale del film, anche il giardino (dell’Eden?) è violabile e forse tutti quelli che si sono esiliati volontariamente devono poi fare i conti con le proprie difficili origini. Chissà, forse questa è l’opera più personale della Neshat, ma ci pare che, tutto sommato, poco ci arrivi di quello che (forse) voleva dire.

Trailer | IMDB

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2 Trackbacks

  1. By Vitaminic – Donne, du du du on 17 marzo 2010 at 15:10

    […] E infine, ultimo film in scaletta, il vincitore del Leone d’Argento a Venezia, Donne senza uomini, di Shirin Neshat: nell’Iran del colpo di Stato del 1953, si incrociano le storie di alcune donne che si ritrovano in un giardino quasi fiabesco. Un film senza dubbio affascinante, ma che forse perde di vista il suo centro narrativo per l’eccessivo affollamento di raffinatezze estetiche e formali. Comunque, ne abbiamo scritto qua. […]

  2. […] equo e solidale – I gatti persiani, di Bahman Gobadhi – Donne senza uomini, di Shirin Nestat – Departures, di Yojiro Takita – Good Morning, Aman, di Claudio Noce – Il mio […]

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