The Road, John Hillcoat, 2009

A me Ferzan Ozpetek mette tristezza. A me mette tanta tristezza che la rappresentazione degli omosessuali in un film italiano datato 2010 passi attraverso battute come: “ci siamo incontrati al buco!” o quell’altra dove si ammicca alla frase “il principe del foro!“. Penso sia proprio deprimente. C’è a qualcuno a cui queste cose fanno ridere. Peggio: c’è qualcuno che crede che queste cose siano “cinema de spessore”. A me fanno venire voglia di essere corcato di botte. Mi viene voglia di stare a casa. Mi viene voglia di staccare il telefono, non rispondere al citofono, non controllare la mail, facebook, google buzz, lastfm, twitter, myspace. Mi fa venire voglia di isolarmi e piangere. Non mangiare, non lavarmi, non tagliarmi le unghie… Oh, sarò esagerato, ma è così. Il solo rimpianto che ho, è che non sono un distributore di film, per cui non posso elevare il mio stato d’animo a legge e di fatto censurare la visione del film a tutto il resto del paese. Se io potessi, farei uscire solo film con Jason Statham e ci appiccicherei a vanvera delle sequenze osé con le modelle gnocche di American Apparel e li intitolerei tipo… Cazzi di Pane! Eh? Altroché Mine Vaganti. Ogni tanto, giusto per sollazzarmi, magari faccio uscire un film tipo Mine Vaganti, ma ci cambio il titolo. Lo faccio diventare… che ne so… Film volgarotto che pensa di avere qualcosa da dire perché mostra dei libri. Sfortunatamente non faccio il distributore, per cui in sala escono film come quello di Ferzan. E non The Road di John Hillcoat.

È bello fare il distributore!

The Road è un film tratto dall’omonimo libro di Cormac McCharty. Ha partecipato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, era addirittura in concorso. Un grande cast (Viggo Mortensen e il premio Oscar Charlize Theron. Senza contare i piccoli ruoli di Robert Duvall e Guy Pearce), un regista osannato all’estero (che in Italia è stato “premiato” con l’uscita del suo film precendente – The Proposition, ottimo western decadente scritto da Nick Cave e ambientato nell’outback australiano – direttamente per il mercato dell’home video) e il nome di un Pulitzer appiccicabile alla locandina. Che per altro ha fatto vincere quattro Oscar ai fratelli Coen con No Counrty For Old Man. The Road è uscito praticamente in tutto il mondo. Dalle date pubblicate su IMDb risulta che è in sala in Spagna, USA, Francia, Finlandia, Portogallo, Corea del Sud, Inghilterra, Slovenia, Argentina, Svezia, Australia, Danimarca, Norvegia, Taiwan, Filippine, Repubblica Ceca, Kazakhstan, Slovacchia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda. In Italia, no. In Italia è in sala Mine Vaganti. Questo perché i distributori si sono riunti e hanno decretato che The Road è triste. Ne avrete sicuramente letto, no? È roba di gennaio. Copio e incollo da un articolo pubblicato su Repubblica on lineA bloccare il film non è la scarsa qualità, quanto la preoccupazione per una vicenda ritenuta troppo cupa e deprimente per suscitare l’interesse del pubblico“. Che bel lavoro il distributore. Ma come si diventa distributori di film? E come si misura la tristezza di un film? C’è un tristezzometro apposito che viene applicato nel cervello dei distributori? Oppure le case di distribuzioni affidano questo delicato compito a persone fidate e particolarmente sensibili? È solo uno che decide o c’è proprio un conciliabolo di persone dedite al rivelare la tristezza di un’opera?

"Andiamo di là che si ride una cifra!"

Insomma, per farla breve The Road è stato censurato. Censura. Quella parola lì. Proprio quella lì. Un’autorità che ha preso il controllo su una forma di comunicazione. Sul numero 139 di Blow Up (gennaio 2010) c’è un bel articolo di Pier Maria Bocchi dal titolo Pensiero Stupendo, in cui – tra le altre cose – viene detto: “In Italia ci sono i tagli brunettiani e bondiani, i tagli della censura e le tagliatelle. Forse sono tutti la stessa cosa: i tagli brunettiani e bondiani stroncano la nazione, i tagli della censura ammazzano i film e le tagliatelle bloccano sul nascere l’ingresso dell’alterità straniera. Si salva così il made in Italy. Si salva la distribuzione parca e centellinata alla cultura, si salvano gli spettatori che possono offendersi per un pompino seppur mimato come in Bruno (o rattristarsi – in questo caso – per un post apocalittico), si salva il prodotto nostrano, meglio se bello grosso, bello evidente, bello strombazzato. E da cosa ci si ripara? Dai bei film, dall’integrità dell’arte (anche quando brutta arte), dalla possibilità di assaggiare altro. Ci si ripara, insomma, dal rinnovamento ininterrotto della bellezza e della curiosità.” Bravo Pier Maria! Io quando ho letto questo pezzo mi sono infervorato. E ho deciso di intraprendere la via di Carlito Brigante. Scipperò le vecchie, ruberò macchine, televisori, telefonini. E scaricherò dall’internet i film che i distributori italiani non mi vogliono far vedere perché a loro gira così. E vaffanculo.

"Ci siamo quasi. Poi non sai che risate... Non sai..."

Quindi, volete sapere com’è il film The Road di John Hillcoat tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCharty? Ve lo dico subito. È bello. È molto fedele all’originale. Esteticamente è molto, molto potente: la ricostruzione di un mondo sull’orlo del collasso, fatto solo cenere, detriti, sporco e derelitti è perfetta. Hillcoat ha un buonissimo occhio per la costruzione del quadro e riesce a gestire al meglio l’uso di un solo colore (l’onnipresente grigio). Ma soprattutto riesce a saturare i fotogrammi anche quando non c’è nulla da inquadrare. Fa impressione vedere un mondo vuoto, svuotato, morente, ricolmo di cianfrusaglie, piccoli oggetti, alberi, rami… Viggo Mortensen patito, magro come il Christian Bale de L’Uomo Senza Sonno è perfetto e lo stesso lo si può dire per il piccolo Kodi Smit-McPhee. Ma la parte più interessante del film è come si riesce a rendere avvincente una storia fondamentalmente inesistente: già, perché in The Road non succede nulla. C’è un uomo che cammina verso sud con il proprio figlio. Vanno verso sud, verso il mare, come mossi da un’ultima fievole speranza. Loro sono probabilimente gli ultimi superstiti di un genere che si è autocondannato all’estinzione. Un genere che, nel momento in cui ha capito di essere perduto, non ha pensato di redimersi, ma – al contrario – ha reagito con ferocia e cattiveria. Dando il peggio di sé. Gli ultimi due “buoni” vanno verso una Frontiera, sperando di poter incontare qualcosa o qualcuno. E sperando di non essere sopraffatti dalla desolazione, dalla tristezza, dalla morte e di non passare dalla parte del torto. Joe Penhall, che ha adattato per lo schermo il romanzo, non ha avuto vita facile. Si può obbiettare che in alcuni passaggi è leggerissimamante didascalico (vd. la “fiamma”, la simbologia cristiana e il finale) ma ha tanti meriti, non ultimo quello di gestire al meglio i difficili flashback o le sequenze più oniriche.

"Te l'avevo detto, no? Non fa riderisismo? Eh? A me me fa morì!"

In conclusione: un buon film con qualche difetto, ma con molti pregi, tratto da un capolavoro letterario. Une vergogna che non si possa vedere in Italia per la miopia e l’ignoranza di pochi. Ma pagherete caro, pagherete tutto!

P.S. L’amico Kekkoz ci segnala che sembra che forse cha possa verificarsi l’eventualità per cui possa accadere che The Road riesca a vedere il buio delle sale italiane a maggio. Io incrocio le dita per voi poracci che ancora non avete visto il film, ma il discorso non cambia di molto… 

IMDB | Trailer

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7 Comments

  1. Valido
    Posted 22 marzo 2010 at 10:45 | Permalink | Rispondi

    Ma guarda, ti diro’, appena e’ uscita tutta questa storia ho pensato al volo che fosse uno stunt pubblicitario per portare al cinema tutti quelli che amano iscriversi ai gruppi di Facebook “no alla censura” “si’ all’arte” “fiero di essere un tristone”. Al che vista la scarsa reattivita’ non capisco se invece era una storia vera, o se semplicemente il popolo di internet non ha protestato abbastanza.

  2. hipurforderai
    Posted 22 marzo 2010 at 11:56 | Permalink | Rispondi

    beh ma se è troppo deprimente basta che lo mandino nelle sale doppiato da qualcuno del bagaglino, er patata e un imitatore di bombolo e han risolto.

  3. elle
    Posted 22 marzo 2010 at 12:22 | Permalink | Rispondi

    bbbbbbbbbbbbbbucio de culo

  4. Posted 22 marzo 2010 at 13:03 | Permalink | Rispondi

    non ci volevo credere quando lo lessi tempo fa. e ancora stento.

    alle volte mi chiedo, fra il doppiaggio, le follie della distribuzione, la chiusura delle sale del centro, e anche il pubblico sempre più irritante se ha ancora senso andare in sala. Naturalmente mi rispondo di sì e persevero.

  5. fedemc
    Posted 22 marzo 2010 at 19:51 | Permalink | Rispondi

    ah no!
    io finché non fanno uscire cazzi di pane non vado più in sala!

  6. Valido
    Posted 23 marzo 2010 at 09:45 | Permalink | Rispondi

    Ragazzi ho un’idea: doppiamolo noi con le bestemmie in tosco-romanesco e poi mettiamolo su Youtube! Io doppio il bambino facendo la voce in falsetto (troppo ridere!). Mi serve qualcuno che doppi Charlize Theron col vocione profondo alla De Filippi (ancora piu’ ridere!).

  7. Posted 22 maggio 2010 at 23:13 | Permalink | Rispondi

    Ce lo meritiamo Cristian deSica, ce lo meritiamo…

    Salute e Latinum per tutti !

    ps: Ma ‘Cazzi di pane’ si può ascrivere alla corrente del ‘neo-neorealismo’ ?

One Trackback

  1. […] Miglior colonna sonora – Alexander Desplat per Fantastic Mr Fox – Karen O and the Kids per Nel paese delle creature selvagge – AA VV per Bastardi senza gloria – Michael Giacchino per Up! – Nick Cave e Warren Ellis per The Road […]

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